Il governo italiano ha varato un provvedimento da 187 milioni di euro per affrontare l’emergenza del gruppo siderurgico ex Ilva, puntando sul mantenimento degli impianti in modalità di preriscaldo e su incentivi all’occupazione. La risposta delle tute blu, tuttavia, non si è fatta attendere. Le sigle sindacali nazionali Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato altre quarantotto ore di sciopero in tutti gli stabilimenti italiani, giudicando le misure insufficienti a garantire prospettive concrete per il futuro industriale e occupazionale della filiera.
Il Consiglio dei ministri ha strutturato l’intervento su tre direttrici principali: la salvaguardia dei livelli occupazionali, la tutela fisica degli impianti siderurgici e il rilancio degli investimenti produttivi. Come specificato dalla ministra del Lavoro Marina Calderone, l’impianto normativo ed economico “esplicherà i suoi effetti nel corso del 2027 e negli anni a venire”. Al centro della strategia vi è la decisione di mantenere gli altiforni in una fase di preriscaldo senza produzione diretta, una misura tecnica studiata per sterilizzare il rischio di uno spegnimento definitivo. Questa opzione serve a congelare lo scenario in attesa della pronuncia della Corte di Cassazione, fissata per il prossimo 20 ottobre, sui ricorsi relativi alla sentenza della Corte d’Appello di Milano.
Il testo legislativo introduce inoltre una corsia preferenziale per i contratti di sviluppo, vincolando i nuovi soggetti industriali all’assunzione prioritaria del personale proveniente da Acciaierie d’Italia e Ilva in Amministrazione Straordinaria, accompagnata da sgravi contributivi per i datori di lavoro. Sul fronte delle risorse territoriali, il pacchetto comprende un’ultima tranche di prestito da 40,5 milioni di euro per la società, un milione di euro all’anno destinato al tecnopolo di Taranto e la creazione del distretto industriale Brindisi-Taranto per accelerare la transizione verso tecnologie a zero emissioni attraverso procedure amministrative semplificate.
Le conseguenze sulla filiera energetica pugliese
Nonostante le coperture finanziarie, la mobilitazione operaia non accenna a placarsi. A Taranto il presidio permanente e i blocchi stradali allestiti lungo le strade statali 7 e 106 hanno paralizzato la circolazione delle merci, estendendosi fino all’ingresso della vicina raffineria Eni e bloccando il transito delle autocisterne. Il persistere di questo blocco logistico impedisce l’approvvigionamento di gas tecnici e reagenti chimici essenziali per il ciclo di raffinazione, costringendo l’azienda a valutare una fermata programmata degli impianti.
L’impatto sul territorio si è tradotto rapidamente in una reazione a catena che interessa i servizi primari. Diversi distributori di carburante della regione sono rimasti a secco, il trasporto pubblico urbano registra forti rallentamenti per la carenza di gasolio e le autorità monitorano con attenzione le criticità negli scali aeroportuali di Bari e Brindisi, dove si segnalano difficoltà nei rifornimenti di carburante per gli aeromobili. Di fronte a questo scenario, i sindacati mantengono una linea intransigente, rivendicando ammortizzatori sociali mirati, il riconoscimento della qualifica di lavori usuranti e formule di accompagnamento alla pensione per i lavoratori più anziani. La vertenza si sposterà nelle prossime ore a Bari, dove è previsto un vertice istituzionale con il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro.
La vertenza negli stabilimenti del Nord
Il fronte della crisi si estende ben oltre il polo pugliese, coinvolgendo direttamente gli impianti del Nord Italia. A Genova le maestranze hanno manifestato davanti alla Prefettura in concomitanza con l’incontro con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. La richiesta avanzata dai lavoratori genovesi riguarda l’acquisto sul mercato internazionale di coils a caldo, i rotoli di acciaio semilavorato necessari per alimentare le linee di produzione negli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi. L’obiettivo immediato è scongiurare l’avvio della cassa integrazione per 985 dipendenti a partire da metà novembre.
Davanti alle ipotesi di una frammentazione delle trattative territoriali che distingua la situazione dei siti settentrionali da quella di Taranto, le organizzazioni sindacali hanno ribadito una posizione di rigorosa coesione geografica e contrattuale. La linea ufficiale stabilisce che l’intera filiera produttiva debba restare unita, rifiutando ogni distinzione tra i lavoratori e subordinando qualsiasi soluzione alla tenuta complessiva del gruppo siderurgico.