NASA e Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti hanno firmato un nuovo accordo per sviluppare insieme reattori e combustibili nucleari destinati allo spazio. Il calendario è già scritto: una navicella alimentata dalla fissione dovrebbe partire verso Marte alla fine del 2028; due anni dopo, la NASA vuole far arrivare sulla Luna il primo reattore nucleare a fissione installato sulla superficie.
L’intesa, chiamata “Accelerating American Leadership in Space Nuclear Power and Propulsion”, entrerà formalmente in vigore il 1° novembre e copre l’intera filiera: ricerca, produzione del combustibile, test, integrazione con i lanciatori e operazioni nello spazio. La NASA collega esplicitamente il progetto alla futura presenza umana stabile sulla Luna e, più avanti, alle missioni verso Marte.
Le sigle da ricordare sono due. SR-1 Freedom dovrebbe volare verso Marte nel 2028 per provare la propulsione elettrica nucleare. LR-1, Lunar Reactor-1, è invece il reattore che la NASA vuole portare sulla superficie lunare nel 2030 per fornire elettricità alla futura base vicino al Polo sud.
Prima Marte, poi il reattore sulla Luna
La sequenza sembra rovesciata, ma ha una logica. Prima di posare un reattore sulla Luna, la NASA vuole farne funzionare uno nello spazio senza aggiungere anche le complicazioni di un allunaggio. La missione Space Reactor-1 Freedom sarà quindi un enorme banco di prova volante. Secondo le specifiche pubblicate dall’agenzia, il veicolo dovrebbe utilizzare uranio HALEU e un sistema a ciclo Brayton capace di produrre circa 20 kilowatt elettrici. L’elettricità alimenterà propulsori a effetto Hall: il reattore, cioè, non spingerà direttamente la navicella come un motore nucleare termico, ma produrrà corrente per i propulsori elettrici.
A bordo non ci saranno astronauti. SR-1 Freedom trasporterà SkyFall, una missione composta da tre elicotteri derivati dall’esperienza di Ingenuity. La NASA prevede un primo passaggio vicino a Marte nel 2029; i tre velivoli dovrebbero poi entrare nell’atmosfera e raggiungere il pianeta dopo un secondo avvicinamento, nell’autunno del 2030. Avranno radar per studiare il sottosuolo, telecamere e sensori per cercare ghiaccio d’acqua e analizzare aree utili alle future esplorazioni.
Per guadagnare tempo, la NASA sta anche recuperando parecchio hardware già sviluppato. Nel maggio scorso l’agenzia ha spostato dentro il programma SR-1 il Power and Propulsion Element, il modulo elettrico e propulsivo che era stato progettato per il Gateway lunare. Il pezzo, insomma, esiste già in buona parte: cambia decisamente indirizzo.
Perché portare un reattore vicino al Polo sud lunare
Una base permanente ha un problema banale e gigantesco: la corrente deve esserci anche quando il Sole sparisce. Sulla Luna i periodi di buio possono durare per molti giorni e, vicino al Polo sud, la geometria dell’illuminazione diventa ancora più complicata. Ci sono inoltre crateri permanentemente in ombra, particolarmente interessanti perché potrebbero conservare depositi di ghiaccio d’acqua. Sono luoghi preziosi per l’esplorazione e pessimi per chiedere ai pannelli fotovoltaici di fare gli straordinari.
Un sistema a fissione può invece produrre elettricità indipendentemente dalla luce solare. La NASA indica tra i possibili utilizzi del futuro LR-1 gli habitat, le comunicazioni, gli strumenti scientifici, i rover e gli impianti per utilizzare le risorse presenti sul posto.
Il reattore dovrebbe inserirsi nel nuovo progetto di Moon Base, che la NASA vuole costruire progressivamente vicino al Polo sud. Nei piani attuali dell’agenzia, tra il 2029 e il 2032 dovrebbero arrivare le prime infrastrutture stabili per energia, comunicazioni, trasporti e logistica; dal 2032 in poi inizierebbe la costruzione dell’avamposto permanente vero e proprio. Il 2030 scelto per LR-1, quindi, non è una data piazzata a caso sul calendario.
Il reattore lunare, però, è ancora in fase di progettazione
Qui serve una distinzione abbastanza importante. La NASA ha fissato la missione e la scadenza, ma LR-1 non è ancora un reattore dal progetto definitivo. Nella documentazione pubblicata per il programma SPARC, l’agenzia chiedeva all’industria soluzioni per un sistema da circa 20 kilowatt elettrici, ipotizzando anche un limite di otto tonnellate per il carico del lander. La stessa gara riguarda però ancora la fase 1, che deve portare i progetti fino alla Preliminary Design Review, cioè alla revisione preliminare del progetto.
In altre parole, l’obiettivo del 2030 è molto concreto; parecchi dettagli tecnici devono ancora uscire dai disegni e sopravvivere ai test. Il nucleare spaziale americano, peraltro, non nasce oggi. Nel 1965 gli Stati Uniti lanciarono SNAP-10A, ancora oggi l’unico reattore a fissione statunitense ad aver funzionato nello spazio. Nel 2018 arrivò poi KRUSTY, l’esperimento del programma Kilopower con cui NASA e Dipartimento dell’Energia dimostrarono a terra il funzionamento di un piccolo sistema a fissione destinato alle missioni spaziali.
Negli anni successivi l’agenzia ha continuato a lavorare su sistemi lunari nell’ordine delle decine di kilowatt. Ora quel percorso ha smesso di avere una data genericamente piazzata “nei primi anni Trenta”: il bersaglio è il 2030. E quattro anni, quando bisogna costruire, qualificare, lanciare e far atterrare un reattore nucleare sulla Luna, non sono esattamente un’eternità.
La corsa alla Luna è anche una corsa geopolitica
La scelta americana viene presentata come tecnologica, ma la politica è scritta direttamente nei documenti. L’ordine esecutivo firmato da Donald Trump nel dicembre 2025 si intitola “Ensuring American Space Superiority” e chiede agli Stati Uniti di predisporre un reattore lunare pronto al lancio entro il 2030, insieme ai primi elementi di un avamposto permanente sulla Luna. La parola “superiority”, in questo caso, non richiede grandi esercizi di interpretazione.
Dall’altra parte c’è la International Lunar Research Station, il programma guidato dalla Cina con la Russia tra i partner principali. Secondo il piano pubblicato dal governo cinese, la prima configurazione della stazione dovrebbe essere costruita nella regione del Polo sud lunare entro il 2035. Stessa zona, infrastrutture permanenti, risorse da studiare e utilizzare. La nuova corsa alla Luna ha meno bandierine piantate nella polvere e molti più cavi da stendere.
C’è poi il problema del combustibile
SR-1 dovrebbe utilizzare HALEU, acronimo di High-Assay Low-Enriched Uranium: uranio con una concentrazione di uranio-235 compresa indicativamente tra il 5% e il 19,75%, superiore a quella normalmente impiegata nei grandi reattori civili tradizionali. Ed è proprio su questa filiera che il programma incontra uno dei suoi colli di bottiglia terrestri.
Il Dipartimento dell’Energia riconosce che negli Stati Uniti la disponibilità commerciale di HALEU resta limitata. Nel 2025 Centrus ha prodotto circa 900 chilogrammi nell’impianto dimostrativo di Piketon, in Ohio, come documenta il Dipartimento dell’Energia; nel gennaio 2026 il Governo ha assegnato nuovi contratti per ampliare la capacità produttiva.
A settembre, però, il Government Accountability Office rilevava ancora l’assenza negli Stati Uniti di una capacità commerciale su larga scala per l’arricchimento di HALEU e indicava Russia e Cina come gli unici Paesi dotati attualmente di infrastrutture capaci di produrlo su quella scala.
Il programma nucleare lunare americano ha quindi già due date molto visibili: 2028 per SR-1 e 2030 per LR-1. Il combustibile, la filiera industriale e una parte consistente dell’hardware devono correre abbastanza per raggiungerle. Il reattore sulla Luna, per ora, vive nei programmi, nei bandi e nei render della NASA. Il primo esame vero arriverà prima, molto prima: nello spazio profondo, con Marte davanti.