Da oggi, 15 ottobre 2026, l’Italia ha ufficialmente una legge per tornare al nucleare. Mancano ancora le centrali, i siti dove costruirle, una stima affidabile dei costi e buona parte delle regole necessarie. Il Governo Meloni ha dodici mesi per scrivere queste ultime. Per il resto servirà parecchio più tempo.
La legge 29 settembre 2026, n. 169, approvata definitivamente dal Senato il 23 settembre, è una legge delega: il Parlamento stabilisce principi e criteri, il Governo dovrà svilupparli attraverso successivi decreti legislativi. Una procedura ordinaria, prevista dalla Costituzione. L’approvazione segna quindi un passaggio concreto nel percorso verso il nuovo nucleare italiano, mentre localizzazione degli impianti, autorizzazioni, costi e gestione della filiera richiederanno ulteriori decisioni.
Il Governo ha dodici mesi per scrivere le regole del nucleare
La prima scadenza è il 15 ottobre 2027. Entro quella data il Governo dovrà adottare uno o più decreti legislativi per disciplinare la nuova filiera nucleare italiana. Il percorso coinvolgerà diversi ministeri, le Regioni, il Consiglio di Stato e le Commissioni parlamentari. In determinate condizioni, la stessa legge consente di prorogare il termine di novanta giorni.
Il lavoro sarà piuttosto impegnativo. Bisognerà stabilire le procedure per individuare i territori idonei, autorizzare gli impianti, costruirli, farli funzionare e successivamente smantellarli. Sarà necessario organizzare il sistema di vigilanza, le garanzie finanziarie e la gestione dei rifiuti radioattivi. La legge contempla anche la possibilità di introdurre una nuova autorità indipendente per la sicurezza nucleare.
Per accelerare le autorizzazioni, il testo della legge prevede procedimenti integrati affidati al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Un’unica autorizzazione potrà sostituire diversi permessi e valere anche come variante urbanistica, ferme restando le valutazioni ambientali. Gli impianti potranno inoltre essere dichiarati di pubblica utilità, indifferibili e urgenti.
Rimane da disciplinare il rapporto con i territori. La legge prevede che i decreti individuino i casi in cui servirà l’intesa delle Regioni e come affrontare eventuali dissensi. Sono contemplate anche consultazioni dei Comuni e compensazioni per i territori interessati. Un passaggio delicato, considerato che individuare un sito per una centrale nucleare richiede ben più di una firma ministeriale. E la procedura semplificata, da sola, non garantisce che tutti siano improvvisamente d’accordo.
Il nucleare ha i primi fondi, ma il costo delle centrali resta un’incognita
Il capitolo economico è uno dei più interessanti, soprattutto per quello che ancora manca. La legge prevede la possibilità di sostenere economicamente la realizzazione degli impianti e gli operatori della filiera nucleare. Non stabilisce però quanto costeranno questi eventuali incentivi né come saranno finanziati nel dettaglio. Se i decreti attuativi comporteranno nuove spese pubbliche non coperte dalle risorse esistenti, dovranno essere accompagnati da ulteriori stanziamenti legislativi.
Qualche cifra, però, è già disponibile. L’articolo 5 destina agli investimenti previsti dalla delega 20 milioni di euro l’anno per il triennio 2027-2029, utilizzando risorse già assegnate al Ministero dell’Ambiente. Altri 1,5 milioni nel 2026 e 6 milioni nel 2027 sono autorizzati per le attività di informazione, consultazione e formazione previste dalla legge.
La legge individua già alcune risorse per avviare il percorso, comprese quelle destinate agli investimenti e all’informazione dei cittadini. Il conto più impegnativo, però, arriverà con gli eventuali impianti: quanto costeranno, quali incentivi riceveranno e quanto contribuiranno i privati sono questioni ancora da definire.
Sul prezzo dell’energia aveva già invitato alla cautela la Banca d’Italia, nella memoria presentata alla Camera il 23 febbraio 2026. Il nucleare può contribuire a ridurre le emissioni e, in determinate condizioni, anche i prezzi all’ingrosso dell’elettricità. L’effetto sulle bollette, però, dipenderà dai costi degli investimenti e da come verranno finanziati.
Se una parte dei sostegni pubblici fosse recuperata attraverso gli oneri in bolletta, il beneficio per i consumatori potrebbe ridursi. Questo meccanismo non è stato ancora deciso, ma rappresenta una possibilità da valutare.
Gli SMR promettono risparmi, ma il primo prototipo è previsto per il 2034
Il programma italiano guarda soprattutto ai piccoli reattori modulari, gli Small Modular Reactors (SMR), e ad altre tecnologie nucleari avanzate. L’idea è costruire impianti più piccoli e ripetibili in serie, riducendo almeno potenzialmente costi e tempi di realizzazione. La produzione industriale su larga scala deve però ancora dimostrare questi vantaggi.
La Banca d’Italia ricorda che le tre filiere indicate dalla Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile, SMR, reattori modulari avanzati e microreattori, sono prevalentemente ancora in fase di studio o prototipale. Esistono già alcuni SMR operativi all’estero, in particolare in Russia e Cina, ma questo non equivale alla disponibilità commerciale diffusa dei modelli sui quali punta l’Italia.
Secondo le stime della Piattaforma riportate dalla Banca d’Italia, un primo prototipo SMR sarebbe disponibile nel 2034, mentre le unità successive potrebbero arrivare dal 2036. Il calendario dipende ancora dallo sviluppo tecnologico e industriale. Il 2034 è un obiettivo, non una consegna garantita. Eppure, il Governo parla già di bollette più leggere. Quanto costerà alleggerirle, però, è ancora tutto da stabilire.
Anche i precedenti europei invitano alla prudenza. La Banca d’Italia cita Flamanville 3, in Francia, completato con circa undici anni di ritardo e una spesa di 13,2 miliardi di euro, oltre tre volte il preventivo iniziale. In Finlandia, Olkiluoto ha registrato quasi tredici anni di ritardo e costi raddoppiati rispetto alle previsioni. Si tratta di grandi reattori convenzionali, diversi dagli SMR. I problemi incontrati non dimostrano che i futuri piccoli reattori seguiranno la stessa strada. Mostrano però quanto sia complicato fare previsioni affidabili quando si parla di investimenti nucleari.
E poi ci sono i risparmi promessi. Nello scenario elaborato dalla Piattaforma nazionale, l’introduzione del nucleare consentirebbe all’Italia di raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione con circa 16 miliardi di euro di costi in meno rispetto a uno scenario senza atomo. Si aggiungerebbe un altro miliardo legato alla riduzione dell’elettricità rinnovabile prodotta in eccesso.
La Banca d’Italia segnala però una circostanza importante: non sono disponibili informazioni sulle ipotesi utilizzate per ottenere queste stime. Diciassette miliardi di possibili risparmi, dunque. Peccato che, senza conoscere le ipotesi di partenza, sia difficile verificarli.
Le scorie del vecchio nucleare aspettano ancora il Deposito nazionale
L’Italia prepara il ritorno al nucleare mentre deve ancora trovare una sistemazione definitiva ai rifiuti radioattivi del passato. Secondo Sogin, il Deposito nazionale dovrà accogliere circa 84mila metri cubi di rifiuti a molto bassa e bassa attività e custodirne temporaneamente altri 14mila a media e alta attività, in attesa di un deposito geologico profondo. Il sito, però, non è ancora stato scelto.
Questo non impedisce di programmare nuove centrali, ma impone di affrontare anche la gestione dei futuri rifiuti e del combustibile esaurito. Un compito che la legge delega affida al Governo. Nel frattempo, a gennaio 2026, Sogin ha annunciato il completamento delle opere civili di un nuovo deposito temporaneo a Trino. Prima di produrre nuovi rifiuti radioattivi, serviranno regole chiare su come gestirli, dove conservarli e chi dovrà farsene carico.
Il nucleare è già sostenibile nella legge, ma il suo futuro resta da costruire
La legge utilizza espressamente la definizione di energia nucleare sostenibile, richiamando la tassonomia europea. Il riferimento è al regolamento delegato UE 2022/1214, che include determinate attività nucleari tra quelle considerate ecosostenibili ai fini della tassonomia, purché rispettino condizioni tecniche, ambientali e temporali specifiche.
Quella definizione, quindi, ha un significato normativo preciso. Non basta chiamare sostenibile un reattore perché lo diventi automaticamente: i progetti dovranno rispettare i criteri applicabili e superare le verifiche previste.
Nel frattempo il nucleare conserva caratteristiche utili alla decarbonizzazione: basse emissioni di gas serra lungo il ciclo di vita e capacità di produrre elettricità in modo continuo e programmabile. Restano però da valutare i costi complessivi, la disponibilità delle nuove tecnologie, le infrastrutture necessarie e i tempi di costruzione.
Da oggi il ritorno del nucleare italiano ha una base legislativa. Per conoscere il costo delle future centrali, i sostegni pubblici necessari e i tempi effettivi di realizzazione serviranno altri passaggi. Il nucleare del futuro ha già una legge, una scadenza e i primi finanziamenti. Per produrre elettricità, invece, dovrà ancora attrezzarsi.