Oltre 5,4 milioni di persone in povertà assoluta, tra cui più di un milione di bambini e ragazzi. E quasi un milione di famiglie povere che vivono in affitto. Sono i numeri del 2025 diffusi oggi, 15 ottobre 2026, dall’Istat. La povertà in Italia resta sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, ma dentro questa stabilità c’è una contraddizione difficile da ignorare: si può avere un lavoro, uno stipendio e continuare a non riuscire a sostenere le spese essenziali.
Secondo il rapporto La povertà in Italia – Anno 2025, sono 2 milioni e 105mila le famiglie in povertà assoluta, pari all’8% del totale. Le persone coinvolte sono 5 milioni e 435mila, il 9,3% della popolazione residente. Nel 2024 erano rispettivamente l’8,4% e il 9,8%: una diminuzione nei valori stimati che, precisa l’Istituto, non è statisticamente significativa.
La povertà assoluta riguarda le famiglie che, con la propria spesa per consumi, non riescono a raggiungere la soglia necessaria per acquistare beni e servizi essenziali: cibo, abitazione, riscaldamento, abbigliamento, trasporti e altre necessità quotidiane. La soglia cambia a seconda del territorio, del numero dei componenti e della loro età.
Avere un lavoro non basta sempre
Tra le famiglie in cui la persona di riferimento lavora come dipendente, l’incidenza della povertà assoluta raggiunge l’8,5%. Quando quella persona è un operaio o un lavoratore assimilato, sale al 14,3%. Per le famiglie in cui la persona di riferimento è dirigente, quadro o impiegato si ferma invece al 3,6%. Se ci sono figli minori, tra le famiglie con una persona di riferimento operaia la percentuale raggiunge il 15,5%.
Il lavoro è anche un tema politico. L’aumento dell’occupazione è uno dei risultati più rivendicati dall’esecutivo, e Palazzo Chigi, nella pubblicazione sui primi due anni di Governo, ne celebrava già il record. La crescita è un dato reale, ma più persone al lavoro non significano automaticamente meno famiglie povere.
I record occupazionali non pagano da soli la spesa al supermercato. L’Istat fotografa una condizione familiare, senza attribuirla soltanto al livello degli stipendi. Nelle famiglie in cui la persona di riferimento cerca lavoro, l’incidenza della povertà assoluta sale al 20,7%, più del doppio di quella dei dipendenti (8,5%).
Quasi un milione di famiglie povere paga l’affitto
L’Italia è un Paese di proprietari di casa: il 73,3% delle famiglie vive in un’abitazione di proprietà, mentre il 18,1% paga un affitto. Tra queste ultime, 999mila famiglie sono in povertà assoluta. Una su cinque, il 20,9% del totale delle famiglie affittuarie. Tra quelle che abitano in una casa di proprietà l’incidenza si ferma al 4,5%.
Se in casa ci sono bambini o ragazzi, il divario si allarga: il 28,7% delle famiglie con minori che vivono in affitto è in povertà assoluta, contro il 6% di quelle proprietarie dell’abitazione. Quasi tre famiglie su dieci. Con un affitto da pagare e figli da crescere.
C’è poi un dettaglio da leggere senza fermarsi alla cifra. Le famiglie povere che vivono in affitto pagano in media 379 euro al mese, contro i circa 454 euro delle famiglie non povere. Spendono meno per il canone, eppure sono molto più esposte alla povertà.
Quei 379 euro non raccontano le condizioni degli alloggi, le differenze territoriali o il peso dell’affitto sul bilancio di ogni famiglia. Dicono però che anche un canone relativamente contenuto può convivere con la povertà. E una volta pagata la casa, bisogna ancora mangiare, spostarsi, vestirsi.
Oltre un milione di bambini e ragazzi è povero
Nel 2025 sono 1 milione e 136mila i minori in povertà assoluta, il 12,5% di tutti i bambini e ragazzi residenti in Italia. È la fascia d’età più colpita, seguita dai giovani tra i 18 e i 34 anni, per i quali l’incidenza raggiunge il 12,1%.
Per gli over 65 si ferma al 6,1%: la povertà assoluta colpisce i minori con una frequenza più che doppia rispetto agli anziani. Qualche miglioramento c’è. Tra i bambini dai 7 ai 13 anni l’incidenza scende dal 14,9% del 2024 al 12,1% del 2025, una riduzione statisticamente significativa. Nel complesso, però, la povertà minorile rimane stabile.
Il numero dei figli continua a pesare. Tra le coppie con almeno tre figli minorenni, il 17,7% vive in povertà assoluta, contro il 7,8% delle coppie con un solo figlio minore. Per le famiglie monogenitore l’incidenza è dell’11,6%. Anche la distanza dalla soglia è maggiore: l’Istat calcola che la spesa media mensile delle famiglie povere con minori resti del 21,6% sotto la soglia di povertà assoluta, contro il 18,5% rilevato sull’insieme delle famiglie povere.
Al Nord vive il 45% delle famiglie povere
Nel Mezzogiorno la povertà colpisce una quota maggiore di famiglie: il 9,6%, contro il 7,6% del Nord e il 6,3% del Centro. Al Nord, invece, si concentra il numero più alto di famiglie povere: il 45,3% del totale, contro il 38,6% del Mezzogiorno e il 16,1% del Centro.
Anche le variazioni rispetto al 2024 non sono uniformi. Nei comuni fino a 50mila abitanti, esclusi quelli delle periferie metropolitane, l’incidenza scende dall’8,9% al 7,4%. Nei comuni centrali delle aree metropolitane del Centro, invece, sale dal 4,1% all’8,3%. Sono cambiamenti statisticamente significativi, pur dentro un dato nazionale stabile.
Resta poi il divario legato alla cittadinanza. La povertà assoluta riguarda il 5,9% delle famiglie composte esclusivamente da italiani e il 26,7% di quelle con almeno un componente straniero. Tra le famiglie formate soltanto da stranieri arriva al 29,4%, in diminuzione rispetto al 35,2% del 2024. Il miglioramento è significativo, ma l’esposizione alla povertà rimane molto più alta. E c’è un altro numero da tenere presente: il 67,1% delle famiglie in povertà assoluta è composto esclusivamente da italiani.
Quasi 8,7 milioni di persone in povertà relativa
Accanto alla povertà assoluta, l’Istat misura quella relativa, calcolata confrontando i consumi familiari con il livello medio di spesa nel Paese. Nel 2025 coinvolge quasi 8,7 milioni di persone, il 14,8% della popolazione, e oltre 2,8 milioni di famiglie, pari al 10,8%. Anche in questo caso la situazione risulta stabile rispetto al 2024.
Per una famiglia di due persone, la soglia convenzionale di povertà relativa è fissata a 1.231,01 euro di spesa mensile. Per quattro componenti sale a 2.006,54 euro. Sono valori di spesa per consumi: non vanno confusi con il reddito o con le soglie della povertà assoluta, che variano anche in base al territorio.
Nel Mezzogiorno la povertà relativa interessa il 19,5% delle famiglie, contro il 7% del Nord e il 5,9% del Centro. Puglia (25,2%), Calabria (23,1%) e Campania (20,6%) registrano le incidenze regionali più alte. L’Istat individua inoltre un 8,1% di famiglie quasi povere, con una spesa che supera la soglia di povertà relativa di non oltre il 20%. Sono appena sopra la linea statistica: abbastanza per essere classificate come non povere, ma vicine a quella soglia.
I dati provengono dall’indagine sulle spese per consumi delle famiglie, basata su un campione teorico di circa 32.500 nuclei. Sono stime, e per valutare i cambiamenti da un anno all’altro occorre considerare anche il margine di errore statistico. Per il 2025, l’Istat parla di stabilità della povertà assoluta e relativa, riconoscendo alcuni miglioramenti specifici, tra cui quelli che riguardano una parte dei minori e le famiglie straniere.
Dietro la parola “stabilità” ci sono più di cinque milioni di persone. E tra le famiglie con un operaio come persona di riferimento, una su sette è povera. Anche con qualcuno che la mattina esce di casa per andare a lavorare.