Perché il nostro cervello odia così tanto fare benzina (soprattutto quando aumentano i prezzi del carburante)?

Fare un pieno di benzina da 50 litri in Italia costa oggi 101,75 euro. Con il gasolio si arriva a 112,60 euro. Sono i conti che risultano dai prezzi medi nazionali pubblicati il 13 ottobre 2026 dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy: 2,035 euro al litro per la benzina e 2,252 per il diesel, in modalità self service sulla rete stradale. E mentre il carburante entra nel serbatoio, sul display scorrono gli euro. Dieci, venti, trenta, cinquanta. Il serbatoio è ancora a metà e il portafoglio sta già facendo testamento.

Il fastidio ha una spiegazione economica piuttosto evidente, soprattutto con questi prezzi. Ma c’è anche un meccanismo psicologico che gli studiosi analizzano da quasi trent’anni: vedere crescere il costo di qualcosa mentre lo stiamo acquistando può rendere la spesa ancora più sgradevole. Si chiama pain of paying, letteralmente “dolore di pagare”, e aiuta a spiegare perché il rifornimento possa pesare più di altri acquisti dello stesso importo.

Perché guardare il contatore della benzina ci fa stare peggio

Nel 1998 Drazen Prelec, del Massachusetts Institute of Technology, e George Loewenstein, della Carnegie Mellon University, pubblicarono sulla rivista Marketing Science uno studio intitolato The Red and the Black: Mental Accounting of Savings and Debt.

I due ricercatori analizzarono il rapporto tra il piacere che ricaviamo da un acquisto e il disagio che accompagna il pagamento. La loro teoria suggerisce che spendere denaro può ridurre il piacere del consumo, soprattutto quando il costo continua a richiamare la nostra attenzione.

Pensiamo a un abbonamento mensile a una piattaforma di streaming. Il pagamento parte da solo, mentre siamo impegnati a fare altro, e quando ci buttiamo sul divano per guardare un film difficilmente pensiamo alla quota che abbiamo versato: il film sembra quasi un regalo. Lo stesso vale per un caffè da asporto: paghiamo alla cassa e qualche minuto dopo ce lo godiamo.

Dal benzinaio funziona diversamente. A rigore, il carburante verrà consumato soltanto quando torneremo a guidare, ma durante il rifornimento assistiamo alla formazione del prezzo in diretta. Ogni litro aggiunge più di due euro sul display, e i numeri corrono parecchio.

Il meccanismo ricorda quello del tassametro. Siamo comodi sul sedile posteriore, guardiamo fuori dal finestrino, poi abbassiamo gli occhi e vediamo quanto ci sta costando il tragitto. E magari siamo ancora fermi al semaforo.

L’effetto tassametro: quando preferiamo pagare di più pur di non vedere il conto

Questa reazione è stata approfondita anche da Anja Lambrecht e Bernd Skiera in uno studio pubblicato nel 2006 sul Journal of Marketing Research. I ricercatori analizzarono le scelte tariffarie dei consumatori, con tre raccolte di dati e quattro analisi empiriche. Emerse una tendenza interessante: alcune persone preferivano una tariffa fissa anche quando una formula a consumo sarebbe stata economicamente più conveniente. Pagavano di più pur di evitare il disagio di controllare continuamente quanto stavano spendendo.

Gli studiosi descrissero questo comportamento anche con il cosiddetto taxi meter effect, l’effetto tassametro. Sapere in anticipo quanto spenderemo può risultare rassicurante, mentre osservare il conto che cresce durante l’utilizzo di un servizio può creare disagio.

A onor del vero questa ricerca riguardava le tariffe dei servizi internet, non i distributori di carburante, quindi il parallelo con la benzina è un’applicazione del meccanismo psicologico, non un risultato misurato alla pompa. In entrambi i casi il costo resta ben visibile. E davanti a un contatore che supera i cento euro, la consapevolezza della spesa non ha bisogno di ulteriori incoraggiamenti.

Quando la benzina aumenta diventiamo tutti esperti di distributori

C’è un’altra particolarità nel nostro rapporto con i carburanti. Quando i prezzi salgono, cresce anche l’interesse per le offerte. Confrontiamo i distributori, spulciamo le app, valutiamo se vale la pena cambiare strada per risparmiare qualche centesimo al litro. Diventiamo tutti analisti finanziari con la carta fedeltà in tasca.

Matthew Lewis e Howard Marvel hanno studiato proprio questo comportamento analizzando il traffico dei siti statunitensi dedicati al confronto dei prezzi della benzina. Nel loro lavoro pubblicato nel 2011 sul Journal of Industrial Economics hanno osservato che le persone cercavano distributori economici più spesso durante gli aumenti di prezzo che nei periodi di calo. Una reazione asimmetrica: quando la benzina rincara diventiamo più attenti al risparmio, quando costa meno ci rilassiamo e puntiamo sulla comodità.

Lo studio è stato condotto sul mercato americano, quindi non permette di quantificare lo stesso comportamento tra gli automobilisti italiani. Da noi, comunque, per confrontare i prezzi esiste anche l’Osservatorio prezzi carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che raccoglie i prezzi comunicati dai gestori.

Con i valori attuali, una differenza di 10 centesimi al litro significa risparmiare 5 euro su un rifornimento da 50 litri. Può valerne la pena se il distributore si trova lungo il tragitto abituale. Se invece per raggiungerlo servono diversi chilometri in più, bisogna mettere in conto anche il carburante consumato per arrivarci: risparmiare cinque euro per bruciarli in giri a vuoto non è esattamente un affare.

In Italia la benzina supera i due euro mentre l’inflazione torna a correre

Il disagio del rifornimento si inserisce oggi in una situazione economica italiana particolarmente delicata.

Secondo le stime preliminari ISTAT pubblicate il 30 settembre 2026, l’inflazione italiana è salita al 4,2% annuo, rispetto al 3,3% di agosto. L’accelerazione è legata soprattutto ai beni energetici, aumentati complessivamente del 22,3% rispetto a settembre 2025. Il dato riguarda l’intera categoria energetica e non va confuso con la variazione del solo prezzo della benzina.

Anche i beni acquistati più frequentemente sono diventati più costosi: ISTAT rileva un aumento annuo del 5,3% per i prodotti ad alta frequenza d’acquisto, mentre il cosiddetto carrello della spesa, che comprende alimentari e prodotti per la cura della casa e della persona, registra un incremento dell’1,7%.

La crescita dei prezzi si misura quindi anche lontano dai distributori. Il carburante, però, ha una caratteristica particolare: il suo prezzo è esposto su grandi cartelloni lungo le strade e può diventare un riferimento immediato per valutare quanto stia aumentando il costo della vita.

Una ricerca pubblicata il 31 agosto 2026 dalla Federal Reserve Bank di San Francisco ha esaminato proprio il rapporto tra le aspettative sui prezzi della benzina e quelle sull’inflazione generale.

Taerin Kim, ricercatore associato, e l’economista Yeji Sung hanno utilizzato i dati della Survey of Consumer Expectations della Federal Reserve di New York, raccolti mensilmente tra giugno 2013 e giugno 2025. L’analisi ha seguito le aspettative delle stesse persone nel tempo, considerando gli intervistati che avevano partecipato ad almeno otto rilevazioni mensili consecutive.

Il risultato mostra un’altra asimmetria: quando gli intervistati prevedevano aumenti maggiori della benzina, tendevano ad aspettarsi anche un’inflazione più elevata. Quando invece rivedevano al ribasso le previsioni sul carburante, le aspettative sull’inflazione generale non diminuivano in misura statisticamente significativa.

In particolare, una revisione verso l’alto di 10 punti percentuali nelle aspettative di crescita del prezzo della benzina era associata, in media, a un aumento di 0,24 punti percentuali delle aspettative di inflazione a un anno.

Il rapporto risultava più forte tra le famiglie con redditi inferiori. Per quelle sotto i 50 mila dollari annui, lo stesso aumento delle previsioni sul carburante era associato a una crescita di 0,38 punti delle aspettative di inflazione. Sopra i 100 mila dollari, l’incremento stimato scendeva a 0,12 punti. Una differenza che suggerisce quanto il peso del carburante sul bilancio familiare possa influenzare anche la percezione degli altri prezzi.

Gli autori precisano che l’associazione media è moderata e non dimostra un rapporto causale. Inoltre si tratta di dati americani: applicare automaticamente quelle percentuali alle famiglie italiane sarebbe scorretto. Il meccanismo offre comunque una possibile chiave di lettura anche per il nostro Paese, dove gli aumenti di carburanti, bollette e prodotti alimentari pesano sui bilanci familiari e contribuiscono, in misura diversa, all’inflazione.

La benzina è una delle poche voci di spesa che possiamo osservare contemporaneamente in tre modi: sul cartellone del distributore, sul contatore mentre facciamo rifornimento e sul saldo del conto corrente subito dopo. Con i prezzi italiani del 13 ottobre bastano 50 litri per superare i cento euro. Il fastidio psicologico può amplificare l’esperienza del pagamento, ma il conto resterebbe salato anche spegnendo il display.

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