Così 20 ombrelloni sott’acqua hanno protetto i coralli della Florida dallo sbiancamento durante il caldo estremo

Venti piccoli ombrelloni sono comparsi a circa 30 centimetri sopra altrettanti coralli delle Florida Keys. Non potevano raffreddare l’acqua, ma potevano togliere di mezzo parte della luce che, insieme alle temperature elevate, contribuisce a peggiorare lo sbiancamento. Durante l’estate del 2024 le colonie protette hanno perso meno colore e, in alcuni momenti, hanno cominciato perfino a recuperarlo.

Il risultato arriva da uno studio pubblicato su Frontiers in Marine Science da Karen L. Neely, del National Coral Reef Institute della Nova Southeastern University, insieme a ricercatori della stessa università e della University of Miami. È un esperimento piccolo, condotto su due sole specie di corallo caraibico, e gli stessi autori mettono un limite piuttosto difficile da ignorare: coprire qualche colonia è possibile, mettere il parasole a una barriera corallina intera decisamente meno.

L’idea nasce dall’estate precedente. Nel 2023 le Florida Keys erano state investite da temperature marine eccezionali: in molti siti lo sbiancamento aveva interessato praticamente tutti i coralli e alcune specie ramificate avevano subito mortalità devastanti. A Newfound Harbor, il sito scelto per il nuovo esperimento, il 55% dei coralli monitorati aveva perso almeno una parte dei tessuti.

Venti tettoie sospese sopra i coralli

I ricercatori hanno selezionato 40 colonie appartenenti a due specie di cosiddetto corallo cerebrale, Pseudodiploria clivosa e Colpophyllia natans. Per ciascuna specie, dieci colonie sono state coperte e dieci lasciate esposte come gruppo di controllo. Le strutture erano piuttosto artigianali: telai in PVC riempiti di schiuma per mantenerli galleggianti e rivestiti con un telo agricolo in polietilene ad alta densità resistente ai raggi UV.

Ogni copertura rimaneva sospesa circa 30 centimetri sopra il corallo e, secondo le specifiche del materiale, bloccava il 60% della luce in arrivo. Il calore, quindi, rimaneva dov’era. L’ombra interveniva sull’altro pezzo del problema: l’eccesso di radiazione solare e ultravioletta può aggravare i danni provocati dalle alte temperature e accelerare lo sbiancamento.

L’esperimento avrebbe dovuto cominciare prima, quando lo stress termico cumulativo aveva raggiunto una soglia di 4 degree heating weeks, una misura utilizzata per stimare l’intensità e la durata del caldo a cui sono sottoposti i coralli. I permessi hanno però ritardato l’installazione fino al 16 e 17 agosto, quando il valore aveva già superato 7. Nel frattempo le colonie avevano già cominciato a impallidire. Un ritardo poco elegante per un esperimento, ma anche piuttosto utile: ha permesso di verificare se l’ombra potesse servire quando lo sbiancamento era già iniziato.

Sotto l’ombra i coralli hanno recuperato colore

Il 2024 è stato il secondo anno con il maggiore stress termico cumulativo registrato a Newfound Harbor dal 1985, dietro soltanto al disastroso 2023. I dati satellitari NOAA utilizzati nello studio indicano 61 giorni oltre la soglia teorica di sbiancamento di 30,5 °C; i sensori installati direttamente sul fondale ne hanno registrati ancora di più. Eppure, le differenze tra colonie coperte e scoperte sono diventate visibili proprio nei momenti più caldi.

Nella Pseudodiploria clivosa i coralli sotto le strutture erano significativamente più scuri dei controlli durante il picco dello stress termico. Dopo l’installazione delle coperture il loro indice di colore ha cominciato a salire, mentre quello delle colonie lasciate esposte continuava leggermente a diminuire. Una dinamica simile è comparsa nella Colpophyllia natans: le colonie ombreggiate hanno recuperato colore rapidamente, mentre quelle di controllo hanno continuato a impallidire finché le temperature non hanno iniziato a scendere.

Durante l’esperimento non è stata osservata mortalità dovuta allo sbiancamento in nessuno dei due gruppi. Un corallo ha subito gravi danni dopo essere stato staccato e trascinato per circa 30 metri da una tempesta tropicale, che per una volta può essere assolta dal riscaldamento globale e accusata semplicemente di aver fatto il proprio mestiere.

Il colore è migliorato, le biopsie sono state più caute

Qui entra una cautela importante. I coralli devono gran parte del proprio colore e del proprio nutrimento alle microalghe che vivono nei loro tessuti. Quando lo stress rompe questa simbiosi, le alghe diminuiscono o perdono pigmenti e il corallo appare sempre più pallido, fino al tipico bianco dello sbiancamento.

Ogni due settimane i ricercatori hanno quindi effettuato anche piccole biopsie per misurare il rapporto tra cellule delle alghe simbionti e cellule del corallo. Su questo fronte l’effetto dell’ombra è risultato molto meno netto: lo studio non ha trovato un aumento coerente della densità dei simbionti attribuibile alle coperture.

Una spiegazione possibile sta nello stesso metodo. Per ragioni legate ai permessi, i campioni potevano essere prelevati soltanto ai bordi delle colonie, zone già parzialmente in ombra e meno scolorite rispetto alle superfici superiori. Il recupero visibile potrebbe inoltre dipendere almeno in parte dalla quantità di clorofilla presente nelle alghe, e non semplicemente dal loro numero.

C’è poi un’altra particolarità. Quasi tutti i coralli studiati ospitavano soprattutto alghe del genere Durusdinium, note per una maggiore tolleranza al calore. Gli autori ipotizzano che le colonie sopravvissute al terribile 2023 possano aver mantenuto o acquisito una comunità di simbionti particolarmente resistente. Non conoscono però la composizione delle stesse colonie prima di quell’evento, quindi rimane un’ipotesi. Questo aiuta anche a spiegare perché, pur con temperature così elevate, nel 2024 lo sbiancamento sia rimasto nel complesso lieve o moderato.

Una protezione da 30 dollari, purché si scelga chi proteggere

Sul piano materiale il sistema è economico. Gli autori stimano circa 30 dollari di componenti per ogni struttura e riferiscono che le coperture hanno resistito bene durante l’esperimento. Sono state rimosse temporaneamente soltanto per il passaggio delle tempeste Helene e Milton.

Il conto cambia però quando entrano barche, subacquei, installazione, manutenzione e recupero. Anche il progetto finanziato dal Florida Department of Environmental Protection considera la tecnica soprattutto come uno strumento mirato, adatto a colonie particolarmente importanti o vulnerabili.

Le strutture possono inoltre interferire con pesca e navigazione, presentano un piccolo rischio di intrappolamento per gli animali marini e potrebbero modificare localmente il movimento dell’acqua o la sedimentazione. Sono dettagli poco scenografici, però diventano molto concreti appena dagli esperimenti si passa alla gestione di una barriera.

Soprattutto, un telo non risolve la causa dello sbiancamento. Neely e colleghi lo descrivono come una protezione temporanea durante gli eventi di caldo estremo, mentre l’aumento della temperatura degli oceani continua a decidere quante colonie avranno bisogno di essere protette. Per alcune, dunque, un ombrellone sott’acqua potrebbe davvero comprare tempo. Il problema è che una barriera corallina contiene parecchi coralli e il mare, nel frattempo, continua a scaldarsi.

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