Case dei palestinesi demolite per costruire la funivia a Gerusalemme: Israele rilancia il controverso progetto (e una società italiana si ritira)

Una funivia sospesa sopra le abitazioni palestinesi, nel cuore di uno dei luoghi più delicati al mondo dal punto di vista storico, culturale e politico. A Gerusalemme torna a far discutere un progetto turistico da anni al centro delle proteste di residenti, archeologi e associazioni ambientaliste.

E c’è anche un risvolto italiano: la società altoatesina ROPES, inizialmente individuata per una consulenza tecnica, avrebbe deciso di ritirarsi dall’iniziativa nell’ottobre 2026, mentre l’organizzazione israeliana Emek Shaveh aveva denunciato, pochi giorni prima, il possibile coinvolgimento dell’azienda con sede a Bolzano.

In ogni caso, il progetto non risulta cancellato: le autorità israeliane stanno lavorando al suo rilancio dopo anni di rallentamenti.

Cosa prevede il progetto della funivia

Il tracciato previsto è lungo circa 1,4 chilometri e dovrebbe collegare la zona della Prima Stazione, a Gerusalemme Ovest, con il Monte Sion e il futuro centro visitatori Kedem, all’ingresso di Silwan, quartiere palestinese di Gerusalemme Est.

L’infrastruttura comprenderebbe circa 15 piloni, alti fino a 26 metri, e una capacità dichiarata di 3mila passeggeri all’ora. Le cabine attraverserebbero la valle di Hinnom, sorvolando anche abitazioni palestinesi, per raggiungere un complesso turistico di circa 16mila metri quadrati promosso dall’organizzazione israeliana Elad. Per le autorità israeliane, la funivia servirebbe a migliorare l’accessibilità alla Città Vecchia e ridurre il traffico.

Secondo Emek Shaveh e altre organizzazioni contrarie al progetto, invece, l’obiettivo e gli effetti dell’infrastruttura sarebbero anche politici, perché il collegamento favorirebbe i siti turistici gestiti dai coloni e rischierebbe di marginalizzare i tradizionali itinerari attraverso i quartieri musulmano e cristiano.

Le contestazioni risalgono a diversi anni fa. Oltre mille osservazioni contrarie sono state presentate durante l’iter urbanistico e decine di architetti e archeologi hanno denunciato il possibile impatto sul paesaggio storico. Nel maggio 2022 l’Alta Corte israeliana ha respinto i ricorsi, aprendo la strada alla realizzazione dell’opera. Nel frattempo, però, l’avanzamento è rimasto difficoltoso. Nel 2024 era già stato segnalato il ritiro di due società straniere, una francese e una svizzera. Nel 2025 il costo stimato del progetto è salito a 473 milioni di shekel, più del doppio della previsione iniziale.

Il coinvolgimento italiano

La novità è arrivata il 14 settembre 2026, quando la Jerusalem Development Authority ha annunciato l’intenzione di affidare senza gara un incarico di consulenza tecnica alla società ROPES Ropeway Engineering, con sede in Alto Adige, specializzata nella progettazione degli impianti a fune.

Ma, secondo quanto riportato da la Repubblica il 17 ottobre, l’azienda ha deciso di ritirarsi dal progetto.

Intanto i palestinesi non possono raccogliere le olive della propria terra

Mentre si progettano funivie e nuove attrazioni turistiche, a pochi passi da lì ci sono famiglie palestinesi che non possono nemmeno raccogliere le olive dagli alberi che coltivano da generazioni. È accaduto lo scorso 3 ottobre, nella valle di Wadi Rababa, dove alcune famiglie palestinesi erano tornate nei propri uliveti per la raccolta annuale. Un momento che, per chi vive di quella terra, non è soltanto lavoro, ma tradizione, memoria, appartenenza.

Secondo quanto denunciato sempre dall’organizzazione israeliana Emek Shaveh, sul posto sono arrivati coloni, agenti di polizia e un ispettore dell’Autorità israeliana per la natura e i parchi, che hanno interrotto la raccolta e confiscato circa 60 chili di olive appena raccolte. Sei componenti delle famiglie e un rappresentante dell’associazione sono stati convocati per un interrogatorio con l’accusa di aver danneggiato un parco nazionale.

Il paradosso è che proprio in quella valle, dal 2020, l’organizzazione Elad e le autorità israeliane stanno sviluppando The Farm in the Valley, un parco agricolo a tema biblico. Così, mentre si ricostruisce un passato agricolo da mostrare ai turisti, chi quella terra la coltiva davvero, da generazioni, denuncia di esserne progressivamente allontanato, attraverso acquisizioni e provvedimenti amministrativi che ne limitano l’accesso.

Il tutto in un territorio, Gerusalemme Est, che il diritto internazionale considera occupato e sul quale la Corte internazionale di giustizia, nel luglio 2024, ha ribadito l’illegalità della presenza continuativa israeliana, richiamando anche le responsabilità degli altri Stati nel non contribuire al suo mantenimento.

Insomma, da una parte milioni investiti per portare i turisti sopra le case palestinesi, dall’altra famiglie a cui viene contestato persino il diritto di raccogliere i frutti dei propri alberi.

Che senso ha celebrare la storia di un luogo, se nel frattempo si rischia di cancellare quella di chi continua ad abitarlo?

Fonti: Foundation for Middle East Peace / NYT  / Jerusalem Story

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