Siamo abituati a pensare al cambiamento climatico come a qualcosa che provoca temperature record, ghiacciai che scompaiono, siccità e fenomeni meteorologici estremi. Ma c’è un’altra conseguenza, molto meno conosciuta, che potrebbe mettere a rischio una delle risorse più importanti per la nostra sopravvivenza: l’acqua potabile.

A Longyearbyen, una piccola città norvegese nell’arcipelago delle Svalbard, i circa 2.600 abitanti non possono più bere l’acqua del rubinetto. Non perché sia venuta a mancare, ma perché al suo interno sono state rilevate concentrazioni eccessive di alcuni metalli.
La particolarità di questa vicenda è che la contaminazione non sarebbe riconducibile a uno scarico industriale o a un incidente, ma a un processo naturale che il riscaldamento globale sta contribuendo ad accelerare.
Il terreno ghiacciato si scongela, le rocce vengono esposte all’acqua e all’ossigeno e alcuni minerali rilasciano sostanze che possono raggiungere le riserve idriche. Un meccanismo che, secondo gli scienziati, rischia di diventare un problema sempre più serio nelle regioni artiche.
Nella città che si riscalda fino a sette volte più velocemente del pianeta
Longyearbyen si trova a circa 1.300 chilometri dal Polo Nord, in una delle aree più colpite dall’aumento delle temperature globali. Qui il riscaldamento procede a una velocità tra cinque e sette volte superiore alla media mondiale. In autunno, secondo i dati riportati dal Guardian, le temperature stanno aumentando a un ritmo che può raggiungere i 4 °C per decennio.
Per capire perché questo fenomeno abbia conseguenze anche sull’acqua potabile bisogna guardare sotto la superficie del terreno. Alle Svalbard, come in gran parte dell’Artico, è presente il permafrost, uno strato di suolo e materiali rocciosi che rimane a temperature pari o inferiori allo zero per almeno due anni consecutivi. Durante l’estate, normalmente, si scongela soltanto la parte più superficiale, chiamata strato attivo.
Con l’aumento delle temperature, però, lo scongelamento può raggiungere profondità maggiori, modificando la circolazione dell’acqua nel terreno e rendendo accessibili materiali geologici che prima rimanevano isolati, ed è proprio qui che nasce il problema di Longyearbyen.
Cosa c’entra l’oro degli stolti con l’acqua contaminata?
L’acqua della città proviene principalmente da Isdammen, un lago artificiale lungo circa 2,5 chilometri. Negli ultimi anni, il progressivo scongelamento del terreno circostante avrebbe favorito il rilascio di metalli dalle rocce fino al bacino. A spiegare il processo è Marjolaine Verret, geologa ed esperta di permafrost dell’University Centre in Svalbard, intervistata dal Guardian.
Il sottosuolo della zona, un tempo legata all’attività mineraria, contiene infatti scisti ricchi di pirite, un minerale conosciuto anche come “oro degli stolti” per il suo colore dorato.
La pirite, quando entra in contatto con acqua e ossigeno, può andare incontro a un processo di ossidazione che genera acidità. Quest’ultima favorisce la dissoluzione e la mobilizzazione di alcuni metalli presenti nelle rocce.
In altre parole, lo scongelamento del terreno può attivare una serie di reazioni chimiche capaci di compromettere la qualità dell’acqua.
Non significa che il permafrost contenga necessariamente acqua inquinata, né che il suo scioglimento provochi ovunque le stesse conseguenze. Il rischio dipende anche dalla composizione delle rocce, dalla presenza di determinati minerali e dalle condizioni locali. A Longyearbyen, però, questa combinazione sembra aver creato le condizioni per una contaminazione significativa.
Il manganese ha superato di 25 volte il valore di riferimento
Il problema è emerso nel settembre 2025, quando le analisi effettuate sull’acqua distribuita alla popolazione hanno registrato concentrazioni di manganese fino a 25 volte superiori al valore di riferimento di 50 microgrammi per litro indicato dall’Istituto norvegese di sanità pubblica.
Il manganese è un elemento naturalmente presente nell’ambiente ed è necessario al nostro organismo in piccole quantità. Un’esposizione prolungata a concentrazioni elevate, tuttavia, può avere effetti sul sistema nervoso, con particolare attenzione ai neonati e ai bambini.
Il superamento di un valore di riferimento non significa automaticamente che chi ha bevuto quell’acqua abbia subito danni, ma richiede valutazioni e misure precauzionali. Le autorità locali sono quindi intervenute limitando l’utilizzo dell’acqua della rete per il consumo umano.
Da allora le concentrazioni di manganese sono diminuite, ma la situazione non è tornata alla normalità. Nel corso del 2026, infatti, anche i livelli di nichel e solfati hanno superato i valori raccomandati per l’acqua potabile, rendendo necessario mantenere le restrizioni.
Per avere acqua potabile gli abitanti devono riempire i propri contenitori al supermercato
La conseguenza più immediata della contaminazione riguarda un gesto che normalmente compiamo senza pensarci: aprire il rubinetto per riempire un bicchiere d’acqua. A Longyearbyen, invece, i residenti devono procurarsi l’acqua potabile attraverso un sistema di distribuzione predisposto dalle autorità.
Presso il supermercato cittadino è stata installata una cisterna che permette alla popolazione di rifornirsi gratuitamente utilizzando i propri contenitori. L’acqua viene purificata grazie a un sistema di filtraggio messo a disposizione dal birrificio locale.
Una soluzione temporanea, che ha consentito di affrontare l’emergenza ma che ha inevitabilmente modificato le abitudini della comunità.
Il sindaco Terje Aunevik ha riconosciuto le difficoltà vissute dai residenti, sottolineando quanto sia insolito, in un Paese come la Norvegia, dover organizzare un sistema alternativo per procurarsi acqua da bere. E trovare una soluzione definitiva non sarà semplice.
Le autorità stanno valutando diverse possibilità, tra cui un nuovo sistema di filtrazione dell’acqua di Isdammen e la costruzione di un impianto di desalinizzazione che utilizzi l’acqua marina. Il problema è che entrambi gli interventi richiederebbero investimenti considerevoli e dovrebbero funzionare in condizioni climatiche estreme, dove il gelo rappresenta una sfida anche per le infrastrutture. Non è escluso, quindi, che la città debba ripensare completamente il proprio sistema idrico.
Potrebbe succedere anche in altre città dell’Artico?
È questo l’aspetto della vicenda che preoccupa maggiormente gli scienziati. Le caratteristiche geologiche che stanno contribuendo alla contaminazione dell’acqua di Longyearbyen non sono un’esclusiva delle Svalbard.
Terreni interessati dallo scongelamento del permafrost e rocce contenenti pirite o altri minerali potenzialmente problematici si trovano anche in diverse aree del Canada settentrionale, dell’Alaska e di altre regioni artiche. Per questo, secondo Marjolaine Verret, quanto sta accadendo nella città norvegese potrebbe rappresentare un primo esempio di un problema destinato a interessare altre comunità.
Naturalmente non è possibile affermare che tutte le località artiche subiranno una contaminazione analoga. Ogni territorio presenta caratteristiche geologiche e idrologiche differenti.
Il caso di Longyearbyen, però, suggerisce che l’aumento delle temperature dovrebbe essere considerato anche nella pianificazione e nella protezione delle risorse idriche, soprattutto nei territori che dipendono da pochi bacini di approvvigionamento.
La crisi climatica può toglierci l’acqua anche quando ce n’è abbastanza
Quando si discute di sicurezza idrica, l’attenzione si concentra spesso sulla quantità di acqua disponibile. Ma avere un lago, un fiume o una riserva non significa necessariamente poter utilizzare quell’acqua per bere. La qualità è altrettanto importante della quantità.
Temperature più elevate possono modificare le caratteristiche dei bacini idrici e dei terreni circostanti, influenzando processi chimici, biologici e geologici. Le conseguenze variano da regione a regione, ma possono rendere più difficile e costoso garantire acqua sicura alla popolazione.
A Longyearbyen, dove lo scongelamento del permafrost sta probabilmente contribuendo alla contaminazione delle riserve, questo problema è già entrato nella vita quotidiana.
E c’è un paradosso particolarmente significativo: in una regione circondata da neve, ghiaccio e acqua, il cambiamento climatico potrebbe rendere sempre più complicato ottenere qualcosa di essenziale come un bicchiere d’acqua potabile.
Non è soltanto una questione di ghiacciai che si ritirano o di paesaggi artici che cambiano. È la dimostrazione di quanto il riscaldamento globale possa avere conseguenze concrete anche su servizi fondamentali che, fino a poco tempo fa, sembravano garantiti.
Fonte: The Guardian
