La Cina sta cambiando posizione nel mercato mondiale della carne di pollo. Da grande produttore orientato soprattutto a soddisfare la domanda interna, il Paese sta diventando un concorrente sempre più importante per gli esportatori tradizionali, grazie a una capacità produttiva in crescita e a prezzi che attirano clienti in diversi continenti.
A raccontare questa trasformazione è un reportage pubblicato da Reuters che ha visitato aziende avicole cinesi e raccolto testimonianze di produttori e operatori commerciali.
Secondo i dati doganali citati dall’agenzia, nel 2025 le esportazioni cinesi di prodotti a base di pollo hanno raggiunto un valore di 2,6 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto al 2020. Nello stesso anno, la Cina è diventata esportatrice netta di carne di pollo, cioè ha venduto all’estero più prodotto di quanto ne abbia importato.
Il fenomeno non riguarda soltanto il mercato avicolo. La crescita delle esportazioni di proteine animali coinvolge anche altri comparti, come quello lattiero-caseario, nel quadro di una strategia che punta a rafforzare la presenza delle aziende cinesi sui mercati internazionali.
Il vantaggio del pollo cinese
Uno degli elementi più importanti che spiega questa espansione è la capacità di offrire prodotti a prezzi competitivi. Reuters cita il caso di Wintop Food Group, azienda dello Shandong che lavora circa 60 milioni di polli all’anno e vende petti, nuggets, polpette e ravioli in oltre 20 Paesi.
Secondo il direttore generale dell’azienda, Dang Yangyang, il pollo cinese può costare circa 1.000 dollari a tonnellata in meno rispetto a quello dei concorrenti brasiliani e thailandesi. Un vantaggio che, secondo il manager, sta convincendo sempre più clienti internazionali ad acquistare dalla Cina.
Anche un commerciante internazionale di carne intervistato da Reuters ha riferito differenze di prezzo significative: per alcuni tagli, come il petto e i quarti di coscia, i prodotti cinesi costerebbero dal 10% al 20% in meno rispetto a quelli brasiliani.
Come si è arrivati a produrre così tanto pollo
Dietro la crescita delle esportazioni c’è una combinazione di investimenti industriali, sostegno pubblico e cambiamenti nelle abitudini alimentari. Negli ultimi anni le autorità cinesi hanno incoraggiato l’espansione dei grandi produttori zootecnici per rafforzare la sicurezza alimentare del Paese, anche dopo le conseguenze della peste suina africana del 2018 e della pandemia di Covid-19.
Gli investimenti hanno permesso alle aziende di ampliare gli impianti, aumentare la capacità di lavorazione e migliorare l’organizzazione produttiva.
Nel frattempo, però, anche le abitudini alimentari dei cinesi stanno cambiando. La carne di maiale, per lungo tempo protagonista della dieta nazionale, sta perdendo terreno, soprattutto tra i consumatori urbani più attenti alla salute. Secondo i dati citati da Reuters, il consumo pro capite di carne suina è diminuito del 13% rispetto al picco del 2023, mentre quello di pollo è aumentato di oltre il 50% nel decennio fino al 2024. La domanda di pollo è quindi cresciuta, ma non abbastanza da assorbire tutta la produzione, che nel frattempo ha continuato ad aumentare.
Il risultato è una maggiore disponibilità di prodotto da collocare all’estero. E per le aziende cinesi, ormai attrezzate per lavorare grandi volumi, le esportazioni rappresentano una strada per continuare a crescere.
Il pollo cinese in Europa
La nuova concorrenza si fa sentire anche nei mercati europei. Secondo i dati della società di consulenza alimentare Gira, dal 2022 la quota cinese nel mercato dell’Unione europea del pollame trasformato è raddoppiata, arrivando al 10%. Nel Regno Unito è invece triplicata, superando il 14%.
È importante precisare che queste percentuali riguardano il pollame lavorato e trasformato, non l’intero mercato europeo della carne di pollo. Non possono quindi essere interpretate come la quota di tutto il pollo consumato nell’UE che proviene dalla Cina.
L’aumento delle vendite cinesi sta mettendo comunque sotto pressione alcuni produttori concorrenti, in particolare in Germania, e preoccupa anche gli operatori asiatici. Il rappresentante di un’associazione thailandese di esportatori avicoli ha raccontato a Reuters che i prezzi cinesi vengono utilizzati sempre più spesso dai clienti come riferimento nelle trattative commerciali.
Il vantaggio economico, dunque, non riguarda soltanto la conquista di nuovi acquirenti ma può influenzare anche il prezzo che gli importatori sono disposti a pagare ai fornitori tradizionali.
Di fronte all’avanzata dei prodotti cinesi, la Commissione europea sta seguendo l’evoluzione del mercato, ma non ha introdotto dazi antidumping sul pollo. Come riferisce Reuters, nel luglio 2026 ha avviato un’indagine sulle importazioni di anatra dalla Cina, dopo le accuse dei produttori locali di concorrenza sleale legata ai sussidi pubblici. A settembre ha inoltre imposto dazi compresi tra il 40,5% e il 67,1% sulle proteine di pisello cinesi. Sono però procedimenti distinti, che non riguardano la carne di pollo.
Un altro tema riguarda la trasparenza per chi acquista. Secondo quanto riferito da Reuters, l’Unione europea intende rafforzare le regole sull’indicazione dell’origine dei prodotti, partendo dal pollame dal 2027. L’obiettivo è rendere più chiara la provenienza degli alimenti in commercio. Per alcune categorie di carne di pollame l’indicazione dell’origine è però già obbligatoria, bisognerà quindi capire quali ulteriori requisiti saranno introdotti e quali prodotti interesseranno.
Resta anche il tema della sicurezza alimentare. La Cina si porta ancora dietro una reputazione problematica su questo aspetto. Secondo gli analisti citati da Reuters, per gli esportatori la sfida è conquistare la fiducia dei clienti internazionali, soprattutto in termini di sicurezza, tracciabilità e costanza della qualità.
Il nodo, almeno per ora, è però soprattutto economico: l’arrivo di prodotti a prezzi competitivi può aumentare la pressione sugli allevatori e sui trasformatori europei. Per i consumatori, invece, una maggiore concorrenza potrebbe contribuire a contenere i prezzi, anche se non è detto che il risparmio venga necessariamente trasferito sugli scaffali.
Fonte: Reuters