C’è chi protegge una foresta rinunciando alla caccia, chi recupera antiche varietà di riso per affrontare la crisi climatica e chi combatte le specie invasive per restituire spazio alla biodiversità. Sono esperienze che arrivano da territori lontani, ma che raccontano tutte la stessa cosa: la tutela della natura passa anche, e soprattutto, dalle comunità che quei territori li abitano da generazioni.
È uno dei messaggi più importanti emersi dalle prime ore della COP17 sulla biodiversità, in corso a Yerevan, fino al prossimo 30 ottobre.
Qui, è stato presentato Local Biodiversity Outlooks 3, un nuovo rapporto internazionale che raccoglie 56 casi di studio sulle iniziative portate avanti da popoli indigeni e comunità locali per proteggere gli ecosistemi. Un documento che mostra come queste comunità contribuiscano concretamente agli obiettivi dell’Accordo globale sulla biodiversità di Kunming-Montreal, adottato nel 2022, che punta a fermare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030.
I popoli indigeni che custodiscono la natura
Secondo i dati richiamati nel rapporto, i popoli indigeni e le comunità locali gestiscono o utilizzano territori che arrivano a rappresentare il 42% delle terre emerse, comprendendo almeno il 36% delle aree considerate fondamentali per la biodiversità mondiale. Un patrimonio enorme, che comprende foreste, montagne, zone umide e terreni agricoli.
Eppure, nonostante il loro contributo, queste popolazioni continuano a incontrare ostacoli nell’accesso ai finanziamenti, nel riconoscimento dei diritti territoriali e nella partecipazione alle decisioni sulla conservazione.
Un primo passo importante era arrivato alla COP16 di Cali, in Colombia, nel 2024, quando i Paesi avevano approvato la creazione di un organismo permanente dedicato ai popoli indigeni e alle comunità locali nell’ambito della Convenzione ONU sulla diversità biologica.
Ora, a Yerevan, la sfida è trasformare quel riconoscimento in risultati concreti.
In India, i villaggi proteggono le foreste e riportano la biodiversità
Tra le esperienze raccontate nel rapporto ci sono quattro progetti realizzati in India.
Nel Nagaland, una regione montuosa nel nord-est del Paese, numerosi villaggi hanno scelto volontariamente di proteggere parti delle proprie foreste, creando aree di conservazione comunitaria in cui caccia, taglio degli alberi e altre attività estrattive vengono limitate per favorire la rigenerazione degli ecosistemi.
Il Nagaland Community Conserved Areas Forum, nato nel 2014, collega oggi più di 407 aree di conservazione e coinvolge una rete di comunità impegnate nella tutela di quasi 170mila ettari di foreste.
Una trasformazione significativa, perché in alcuni villaggi persone un tempo dedite alla caccia partecipano oggi alla sorveglianza della fauna selvatica e alla protezione degli habitat. Un esempio di conservazione che nasce dal basso, attraverso regole condivise e responsabilità collettiva, senza separare la tutela della biodiversità dalla vita delle comunità.
Dal riso antico una risposta ai cambiamenti climatici
Un’altra esperienza arriva dalle Sundarbans, l’immensa regione deltizia tra India e Bangladesh, sempre più esposta all’innalzamento del mare, all’intrusione di acqua salata nei terreni agricoli e ai cicloni. Qui, dal 2021, comunità locali e ricercatori collaborano per recuperare varietà tradizionali di riso, naturalmente adattate alle difficili condizioni ambientali.
Conservazione del germoplasma attraverso metodi tradizionali a Tipligheri, nelle Sundarbans indiane @Dr. Bhaskar Deb Bhattacharya.
Sono state esaminate 54 varietà locali, valutandone la resistenza allo stress climatico, la stabilità dei raccolti e la convenienza economica, e 19 hanno mostrato caratteristiche particolarmente promettenti in condizioni di salinità.
Il risultato dimostra quanto la diversità delle colture e la conoscenza agricola tramandata nel tempo possano offrire strumenti importanti per adattarsi ai cambiamenti climatici.
Non significa che queste varietà possano risolvere da sole la crisi alimentare, ma rappresentano una risorsa preziosa in territori dove la salinizzazione mette sempre più a rischio il lavoro degli agricoltori.
Gli ecologi a piedi nudi che ripristinano le foreste
Nella Riserva della biosfera dei Nilgiri, nell’India meridionale, la tutela della biodiversità passa invece attraverso il lavoro di membri delle comunità Bettakuruma, Kattunayaka e Paniya.
Formati come Barefoot Ecologists, letteralmente “ecologi a piedi nudi“, questi operatori locali contribuiscono a contrastare le specie vegetali invasive e a ripristinare la vegetazione originaria. L’obiettivo non è semplicemente eliminare le piante invasive, ma ricostruire ecosistemi più diversi e capaci di sostenere la fauna e la flora del territorio.
Un approccio prezioso che valorizza le competenze delle popolazioni locali, combinandole con strumenti di gestione ecologica e attività di ripristino ambientale.
Cosa rivela il primo rapporto globale dell’ONU
Il primo rapporto globale dell’ONU sullo stato della biodiversità evidenzia una distanza preoccupante tra gli impegni dei governi e le azioni concrete.
Sebbene i popoli indigeni custodiscano territori fondamentali per la conservazione della natura, solo un Paese su quattro si impegna a tutelarne i diritti sulla terra e appena uno su sette a proteggere i difensori dell’ambiente. Mancano inoltre finanziamenti diretti, garanzie sulla proprietà dei territori e un reale coinvolgimento delle comunità nelle decisioni. Anche l’obiettivo di proteggere il 30% delle terre e dei mari entro il 2030 rischia così di ridursi a una questione di numeri, senza riconoscere il ruolo di chi quegli ecosistemi li protegge da generazioni. È proprio su questi nodi che la COP17 di Yerevan è chiamata a trovare risposte concrete.
Secondo al rapporto ONU di fatto, gli interventi messi in campo dai governi non stanno ancora procedendo con la rapidità necessaria. Il problema riguarda soprattutto l’attuazione delle politiche, le risorse economiche disponibili e gli strumenti per misurare i risultati.
Quanto alla agricoltura sostenibile, un’analisi dei piani nazionali sulla biodiversità citata nel documento di partenza rileva che il 97% include riferimenti all’agroecologia, ma soltanto il 51% riunisce tutti gli elementi necessari per trasformare questi impegni in politiche verificabili, come obiettivi, indicatori, responsabilità istituzionali e finanziamenti.
@ONU
Un divario significativo: riconoscere l’importanza di un’agricoltura rispettosa degli ecosistemi non equivale ancora a sostenerla concretamente.
Proteggere la biodiversità significa anche proteggere chi se ne prende cura
Intanto, il messaggio che arriva dalle 56 esperienze raccontate in Local Biodiversity Outlooks 3 è chiaro: la conservazione della natura non dipende soltanto dall’istituzione di nuove aree protette, ma anche dalle persone che le abitano, dalle loro conoscenze e dalla possibilità di continuare a gestire responsabilmente i territori.
Le iniziative delle comunità del Nagaland, degli agricoltori delle Sundarbans e degli ecologi dei Nilgiri dimostrano che la tutela della biodiversità può andare di pari passo con la sicurezza alimentare, l’adattamento climatico e il benessere delle popolazioni, ma senza il riconoscimento dei diritti territoriali, finanziamenti adeguati e una partecipazione effettiva alle decisioni, molte di queste esperienze rischiano di rimanere isolate.
Su questo aspetto la COP17 sarà chiamata a misurare la distanza tra dichiarazioni e risultati: non basta riconoscere che i popoli indigeni sono tra i principali custodi della biodiversità. Occorre creare le condizioni perché possano continuare a esserlo.
Fonti: Local Biodiversity Outlooks 3 / Convention on Biological Diversity – Global Review Report 2026