Da una parte la necessità di salvare migliaia di posti di lavoro, dall’altra la tutela della salute e dell’ambiente. È ancora su questo equilibrio, dopo anni, che si gioca il futuro dell’ex Ilva di Taranto, al centro di nuove tensioni politiche, industriali e giudiziarie.
Poche ore fa, la Camera ha approvato definitivamente il decreto sulla continuità operativa degli impianti siderurgici strategici, con 125 voti favorevoli, 43 contrari e 52 astenuti. Nello stesso momento, la Cassazione ha esaminato i ricorsi contro lo stop dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, rinviando la decisione.
A rendere ancora più drammatico il quadro del comparto siderurgico è arrivata la notizia della morte di Roberto Fontana, 47 anni, rimasto vittima di un incidente sul lavoro alle Acciaierie Venete di Sarezzo, in provincia di Brescia.
Cosa prevede il decreto ex Ilva e perché la Cassazione non ha ancora deciso
Il provvedimento appena approvato interviene sulle garanzie finanziarie richieste per la gestione dei rifiuti e delle discariche. In particolare, consente alle imprese in amministrazione straordinaria di presentare fideiussioni di durata annuale, anziché pluriennale, fino alla cessione degli impianti. L’obiettivo è alleggerire gli oneri finanziari e garantire la continuità delle attività produttive, senza eliminare gli obblighi ambientali previsti dalla legge.
Resta invece aperta la questione giudiziaria sul futuro dell’area a caldo dell’ex Ilva. Il 20 ottobre scorso le Sezioni Unite civili della Cassazione hanno discusso i ricorsi presentati dalle società del gruppo contro il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che impone lo spegnimento degli impianti.
Durante l’udienza, l’avvocato generale della Cassazione ha contestato la mancanza di un adeguato bilanciamento tra tutela della salute e produzione industriale, sostenendo che il pericolo ambientale avrebbe dovuto essere accertato concretamente. Si tratta, tuttavia, della posizione della Procura generale e non di una decisione dei giudici, che si sono riservati di pronunciarsi.
La vicenda riporta al centro una questione irrisolta da anni: come garantire il futuro industriale e occupazionale di Taranto senza compromettere la salute dei lavoratori e dei cittadini, già esposti alle conseguenze dell’inquinamento prodotto dallo stabilimento.
La tragedia di Sarezzo e le proteste dei lavoratori
Intanto, un altro dramma colpisce la siderurgia italiana. Roberto Fontana, 47 anni, titolare di una ditta esterna, è morto il 20 ottobre nello stabilimento delle Acciaierie Venete di Sarezzo, nel Bresciano. Secondo le prime ricostruzioni, l’uomo si trovava su un cestello elevatore quando un mezzo pesante lo avrebbe urtato, provocandone lo schiacciamento. Trasportato in ospedale, è deceduto poco dopo. La dinamica esatta dell’incidente è ancora oggetto degli accertamenti.
In segno di lutto, Federacciai ha rinviato a data da destinarsi l’assemblea pubblica prevista per il 26 ottobre, mentre i sindacati hanno chiesto chiarezza sulle condizioni di sicurezza all’interno dello stabilimento.
Sul fronte ex Ilva, intanto, proseguono le preoccupazioni dei lavoratori per il futuro occupazionale e la mancanza di certezze sul piano industriale. Dopo le proteste dei giorni scorsi, è atteso per il 27 ottobre un nuovo confronto con il governo.
Il decreto appena approvato può contribuire alla continuità produttiva, ma non risolve i problemi ambientali, sanitari e occupazionali del comparto. E la tragedia di Sarezzo non fa che ricordare quanto sia urgente garantire non soltanto la sopravvivenza degli stabilimenti, ma anche la sicurezza delle persone che ogni giorno ci lavorano.