Una confezione di uova ha un prezzo ben visibile sullo scaffale del supermercato, ma quello non racconta affatto tutti i costi ambientali legati alla sua produzione. Spesso non ci pensiamo, ma l’inquinamento generato dagli allevamenti, le emissioni associate alla gestione delle deiezioni e le risorse necessarie per produrre i mangimi hanno un impatto che va oltre lo scontrino e che, secondo una nuova ricerca, ricade sull’intera collettività.
A quantificare questi costi è “Uova d’oro”, il dossier presentato da LAV e realizzato con il supporto scientifico di esperti specializzati nell’analisi del ciclo di vita dei prodotti. Secondo lo studio, la filiera delle uova in Italia genera circa 2,6 miliardi di euro all’anno di costi ambientali nascosti. Non si tratta ovviamente di una spesa che i cittadini sostengono direttamente, ma di una stima del valore economico dei danni provocati all’ambiente dalla produzione e dal consumo di uova.
Per capire le dimensioni del fenomeno, basta guardare ai numeri del settore. Nel 2023, in Italia si contavano 41,9 milioni di galline ovaiole in deposizione e oltre 1.700 allevamenti commerciali. E le uova sono tutt’altro che un alimento marginale sulle nostre tavole. Secondo le stime contenute nel dossier, nel 2022 ogni consumatore italiano ha mangiato in media circa 245 uova all’anno, equivalenti a poco meno di cinque a settimana.
Ma da dove arriva un costo ambientale tanto elevato? E soprattutto, quali sono le fasi della produzione che pesano maggiormente sull’ambiente?
L’impatto della filiera delle uova
A pesare maggiormente sul costo ambientale delle uova è il particolato, cioè l’insieme delle particelle inquinanti presenti nell’aria, che rappresenta il 29,7% dei danni ambientali tradotti in valore economico dallo studio. Seguono il consumo di suolo, con il 18,8%, e il cambiamento climatico, con il 15,5%. Una quota significativa è associata anche alla tossicità per l’uomo con effetti cancerogeni (12,4%) e all’acidificazione del suolo (11,1%).
A incidere sono diversi passaggi della filiera produttiva. Negli allevamenti, per esempio, le emissioni di ammoniaca derivanti dalla gestione delle deiezioni contribuiscono alla formazione di particolato secondario e all’acidificazione. Ma una parte importante dell’impatto ambientale si concentra anche a monte, nella coltivazione delle materie prime utilizzate per produrre i mangimi destinati alle galline.
Secondo il dossier LAV, la coltivazione dei mangimi può incidere per oltre il 70% sull’impatto ambientale complessivo in diverse categorie analizzate. Per produrre gli alimenti destinati alle galline servono infatti ampie superfici agricole e ingenti quantità d’acqua, mentre le coltivazioni comportano emissioni legate alle pratiche agricole e all’impiego di fertilizzanti. È un aspetto spesso poco visibile quando acquistiamo una confezione di uova, ma fondamentale per comprenderne l’impronta ambientale.
Per capire meglio cosa significa, basta pensare alla soia utilizzata nei mangimi la cui produzione può avere conseguenze ambientali anche molto lontano dall’Italia, compresa la deforestazione nelle aree in cui vengono aperti nuovi terreni agricoli. Il dossier considera anche questi impatti, proprio perché il costo ambientale delle uova non si esaurisce entro i confini del nostro Paese.
In altre parole, dietro un alimento apparentemente semplice come le uova si nasconde una filiera articolata, che comprende la coltivazione dei mangimi, il loro trasporto, la gestione degli allevamenti e delle deiezioni. È considerando tutti questi passaggi, e non soltanto le emissioni prodotte direttamente negli allevamenti, che lo studio arriva a stimare i costi ambientali complessivi della produzione di uova.
@LAV
Per arrivare a queste stime, gli autori hanno utilizzato la metodologia LCA (Life Cycle Assessment), cioè l’analisi del ciclo di vita, applicando indicatori riconosciuti a livello internazionale per valutare diverse categorie di impatto ambientale. I danni sono stati poi tradotti in valori economici attraverso il metodo Environmental Prices, seguendo il principio del “chi inquina paga”.
L’analisi prende in esame tutte le fasi che precedono l’uscita delle uova dall’allevamento, dalla produzione delle materie prime per i mangimi alla gestione degli animali e delle strutture. Include quindi la produzione e il trasporto delle materie prime per i mangimi, i consumi energetici e idrici, la gestione delle strutture e le emissioni dirette degli allevamenti. Restano invece fuori, tra le altre cose, le fasi di cottura e gli scarti successivi al consumo.
Allevamenti a terra, in gabbia o biologici: cambia l’impatto ambientale?
Un altro elemento interessante riguarda le diverse tipologie di allevamento. In Italia, secondo i dati ISMEA relativi al 2022 utilizzati nel dossier, il 53,6% della produzione proveniva da allevamenti a terra al chiuso, il 36,5% da galline allevate in gabbie arricchite, il 4,4% da allevamenti all’aperto e il 5,5% da quelli biologici.
L’analisi evidenzia che gli impatti ambientali non dipendono soltanto dalle modalità di allevamento. La produzione dei mangimi e le risorse necessarie per coltivarli hanno un peso rilevante in tutte le tipologie considerate. Per questo, scegliere un sistema di allevamento anziché un altro non significa automaticamente eliminare le principali pressioni ambientali della filiera.
Questo però non rende irrilevanti le condizioni in cui vivono le galline: il benessere animale è una questione distinta, che non può essere valutata soltanto attraverso gli indicatori ambientali. Il dossier richiama infatti anche le criticità etiche della filiera, dal destino delle galline a fine carriera alla gestione dei pulcini maschi.
@Lav
Dalle uova ai latticini, oltre 27 miliardi di euro di costi nascosti
Il discorso non riguarda soltanto le uova, ma anche altri alimenti di origine animale che portiamo abitualmente in tavola. Insieme a “Uova d’oro“, LAV ha presentato infatti il dossier “Latte versato“, dedicato ai costi ambientali della produzione di latte, formaggi e altri latticini. Mettendo insieme i risultati delle due ricerche, il conto arriva a 27,6 miliardi di euro all’anno: 2,6 miliardi legati alle uova e ben 25 miliardi alla filiera lattiero-casearia.
Anche in questo caso, tra le principali voci di costo c’è l’inquinamento atmosferico: il particolato rappresenta il 31,1% dell’impatto ambientale monetizzato per i latticini. Il dossier prende in esame anche possibili alternative al latte vaccino, evidenziando differenze significative sul fronte climatico. In particolare, per 100 grammi di prodotto, le bevande vegetali di soia e mandorla mostrano un impatto sul cambiamento climatico rispettivamente inferiore dell’85% e dell’87% rispetto al latte di mucca analizzato nello studio. Un confronto che riporta l’attenzione anche sulle scelte alimentari e sul loro possibile ruolo nel ridurre l’impronta ambientale di ciò che consumiamo ogni giorno.
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Le due ricerche si aggiungono a “Carissima Carne“, il precedente studio LAV dedicato alla carne, che aveva stimato in 37 miliardi di euro all’anno le esternalità ambientali associate alla relativa filiera. Sommando i risultati dei tre dossier, il costo ambientale attribuito alle filiere zootecniche considerate supera quindi i 64 miliardi di euro annui in Italia.
QUI trovi il dossier sulle uova.
Fonte: LAV