Il Regno Unito torna a trivellare nel Mare del Nord: via libera al giacimento di gas Jackdaw (nonostante gli impegni sul clima)

Il Regno Unito riapre la strada alle estrazioni di gas nel Mare del Nord. E lo fa proprio mentre la crisi climatica imporrebbe di accelerare l’abbandono dei combustibili fossili. Londra ha infatti dato il via libera allo sfruttamento del Jackdaw, il controverso giacimento offshore che potrà iniziare a rifornire di gas abitazioni e imprese già dalla fine di ottobre.

La decisione arriva dal governo laburista guidato dal primo ministro Andy Burnham e riguarda un progetto che da anni divide politica, industria energetica e organizzazioni ambientaliste. Da una parte, Londra parla di sicurezza energetica, occupazione e minore dipendenza dalle importazioni. Dall’altra, le associazioni per il clima denunciano un nuovo investimento nei combustibili fossili, incompatibile, a loro giudizio, con la necessità di contenere il riscaldamento globale.

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E c’è un dato che fa discutere più di tutti: Jackdaw creerà soltanto 27 nuovi posti di lavoro diretti, a fronte di un progetto destinato a produrre gas per circa un decennio.

Perché Londra ha autorizzato le trivellazioni

Jackdaw è un giacimento di gas naturale situato nel Mare del Nord, al largo della Scozia, gestito da Adura, una joint venture partecipata al 50% da Shell e al 50% dalla norvegese Equinor. Il progetto era già stato autorizzato nel 2022, sotto il precedente governo conservatore, ma il via libera era stato successivamente annullato dai tribunali perché la valutazione ambientale non aveva considerato adeguatamente le emissioni derivanti dalla combustione del gas estratto. Un passaggio di fatto fondamentale, perché non basta calcolare l’impatto delle operazioni di estrazione, ma occorre considerare anche la CO₂ rilasciata quando il combustibile viene effettivamente utilizzato.

Dopo la sentenza della Corte Suprema britannica del 2024 sul caso Finch, le aziende hanno dovuto aggiornare la documentazione ambientale. Ora la ministra dell’Energia Miatta Fahnbulleh ha autorizzato l’autorità di regolamentazione, la North Sea Transition Authority, a concedere il consenso definitivo alla produzione.

Il governo sostiene che Jackdaw sarà in grado di aumentare la produzione nazionale di gas di circa il 6% nel momento di massima attività, contribuendo all’approvvigionamento energetico del Paese per un periodo fino a 11 anni e – stando alle stime ufficiali – il giacimento dovrebbe produrre nell’intero ciclo operativo una quantità di gas equivalente, sul piano energetico, a circa 40 milioni di barili di petrolio.

E i posti di lavoro?

Solo 27 nuovi impieghi diretti, mentre altri 273 impieghi esistenti verrebbero salvaguardati. Secondo le stime del promotore, Jackdaw potrebbe inoltre contribuire all’economia britannica per circa 2,9 miliardi di sterline.

Gli ambientalisti contestano però che questi benefici siano sufficienti a giustificare l’impatto climatico del progetto.

Secondo Tessa Khan, direttrice dell’organizzazione Uplift, Jackdaw soddisferà mediamente soltanto una piccola parte della domanda britannica di gas, stimata dall’associazione intorno al 2% annuo, e non invertirà il declino occupazionale del settore nel Mare del Nord, anche perché l’impianto sarà in gran parte automatizzato e gestito da remoto.

E il gas di Jackdaw farà diminuire le bollette?

Se uno degli argomenti principali utilizzati dal governo è proprio la possibilità di rafforzare la sicurezza energetica britannica riducendo la dipendenza dalle importazioni, sembra logico che però produrre più gas sul territorio nazionale non significa necessariamente pagarlo meno.

Il motivo? Il gas viene commercializzato in un mercato internazionale e il suo prezzo dipende da molteplici fattori, tra cui domanda, offerta e, non ultime, le tensioni geopolitiche. Di conseguenza, l’apertura di Jackdaw non garantisce automaticamente una riduzione delle bollette domestiche.

È proprio su questo punto che si concentrano le critiche di Greenpeace UK, secondo cui il governo sta sopravvalutando i vantaggi economici di un progetto che potrebbe invece prolungare la dipendenza dai combustibili fossili.

Investire in nuove estrazioni non rappresenta una risposta efficace né al caro energia né alla crisi climatica: occorrerebbe piuttosto accelerare sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica delle abitazioni.

E l’altro maxi giacimento petrolifero?

Il via libera a Jackdaw apre inevitabilmente un altro interrogativo: cosa succederà a Rosebank? Il grande giacimento petrolifero al largo delle isole Shetland è al centro di un procedimento autorizzativo separato e, al 22 ottobre 2026, non è ancora stata presa una decisione definitiva.

Le associazioni ambientaliste chiedono che venga respinto, denunciando un impatto climatico potenzialmente ancora più elevato rispetto a quello di Jackdaw. Secondo Greenpeace, le emissioni associate allo sfruttamento di Rosebank potrebbero equivalere a quelle prodotte da 56 centrali a carbone in un anno.

Intanto, la scelta britannica arriva mentre le Nazioni Unite continuano a richiamare i governi sulla necessità di accelerare drasticamente la riduzione delle emissioni globali. È qui che emerge la contraddizione più evidente: da una parte gli obiettivi di neutralità climatica e gli investimenti nelle fonti pulite, dall’altra l’autorizzazione a un progetto destinato a estrarre combustibili fossili per anni.

Per Londra si tratta di una soluzione pragmatica per gestire la transizione e mantenere la sicurezza energetica. Per gli ambientalisti, invece, significa continuare a investire in un modello energetico dal quale bisognerebbe uscire.

La domanda di fondo resta dunque aperta: quanto può essere credibile una transizione energetica che continua a puntare su nuove produzioni di petrolio e gas?

Fonti: Gov.UK / The Guardian / Greenpeace UK

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