Quando acquistiamo una bottiglia di olio extravergine d’oliva al supermercato, spesso guardiamo il prezzo e cerchiamo di risparmiare, magari scegliendo quello che costa meno. Ma ci chiediamo mai quanto lavoro c’è dietro quel prodotto e quanto viene riconosciuto davvero a chi coltiva gli ulivi, raccoglie le olive e le porta al frantoio? È una domanda che dovremmo porci più spesso, soprattutto in queste settimane, mentre gli olivicoltori italiani protestano contro il crollo delle quotazioni e denunciano costi di produzione sempre più difficili da sostenere.
La crisi non riguarda soltanto uno specifico settore agricolo, ma anche il rapporto che abbiamo con il cibo e con il valore che gli attribuiamo. Ci piace parlare di eccellenze italiane, di tradizioni da difendere e di “Made in Italy” da promuovere nel mondo. Eppure, quando si tratta di riconoscere un prezzo adeguato a chi rende possibili queste eccellenze, il discorso diventa molto più complicato.
Il prezzo dell’olio è crollato, ma produrlo costa sempre di più
La protesta degli olivicoltori pugliesi nei giorni scorsi ha riportato al centro una contraddizione difficile da ignorare. Il 12 ottobre, a Bari, circa 2.000 produttori si sono riuniti per chiedere interventi urgenti a sostegno del comparto. A preoccupare è soprattutto il crollo delle quotazioni dell’olio extravergine: si è passati dai circa 9,20 euro al chilo del novembre 2025 a valori intorno ai 4-4,20 euro, con segnalazioni anche inferiori.
Nel frattempo, i costi per portare avanti un’azienda agricola non sono scomparsi, anzi. Carburante, concimi, energia, manutenzione dei macchinari e manodopera continuano a pesare sempre più sui bilanci. E la raccolta stessa richiede organizzazione, attrezzature e lavoro, prima ancora che le olive arrivino al frantoio e diventino olio.
Il risultato è che per alcuni produttori raccogliere può significare affrontare altre spese senza la certezza di recuperarle attraverso la vendita. È anche per questo che, in alcune zone della Puglia, si è arrivati a prendere in considerazione l’ipotesi di lasciare le olive sugli alberi.
Quando una situazione del genere si ripete, il rischio non è soltanto quello di una stagione difficile. Le aziende possono rinunciare agli investimenti, ridurre le attività o chiudere, con conseguenze per chi lavora nella filiera e per i territori in cui l’olivicoltura rappresenta una parte importante dell’economia e del paesaggio.
La concorrenza straniera e il paradosso del Made in Italy
A incidere sulle quotazioni è anche l’andamento del mercato internazionale. Per la campagna olearia 2026/2027, le prime stime del Ministero dell’Agricoltura spagnolo prevedono una produzione di circa 1,6 milioni di tonnellate di olio d’oliva, il 23% in più rispetto alla campagna precedente. Si tratta di una previsione, che potrà essere aggiornata, ma che aiuta a capire perché l’aumento dell’offerta possa esercitare una pressione sui prezzi.
La Spagna è un grande produttore europeo e le dinamiche della sua produzione hanno inevitabilmente ripercussioni anche sugli altri Paesi. A questo si aggiungono gli scambi internazionali e la disponibilità di olio proveniente da diverse aree del mondo. Per le aziende italiane, soprattutto quelle che devono sostenere costi elevati, competere in un mercato dove il prezzo diventa il principale criterio di scelta può essere molto difficile.
Ma è qui che dovremmo fermarci a riflettere. Se vogliamo difendere l’agricoltura italiana, possiamo limitarci a celebrare la qualità dei nostri prodotti oppure dobbiamo anche chiederci quali condizioni economiche permettano a chi li produce di continuare a farlo?
Non c’è nulla di sbagliato nell’acquistare un olio straniero: la provenienza, da sola, non determina la qualità di un prodotto. E la concorrenza internazionale non è necessariamente sleale. Il problema nasce quando il prezzo riconosciuto ai produttori non è sufficiente a coprire i costi e a garantire la continuità dell’attività agricola. In queste condizioni, il rischio è che a resistere siano soprattutto gli operatori più grandi o quelli che possono contare su costi inferiori, mentre le aziende più fragili vengono progressivamente espulse dal mercato.
È un paradosso per un Paese che ha persino un Ministero delle Imprese e del Made in Italy e che considera le proprie eccellenze agroalimentari un patrimonio da valorizzare. Promuovere l’origine italiana è importante, ma la tutela non può fermarsi alla comunicazione, deve tradursi anche in condizioni che consentano ai produttori di restare sul mercato.
Quanto sappiamo davvero dell’olio che compriamo?
C’è poi un altro aspetto che riguarda direttamente noi consumatori: l’origine dell’olio che mettiamo nel carrello. Basta osservare le etichette per accorgersi che non tutto l’extravergine venduto in Italia è prodotto con olive italiane.
La normativa europea prevede indicazioni specifiche per l’origine degli oli vergini ed extravergini. Quando si tratta di miscele provenienti da più Paesi, in etichetta può comparire, per esempio, la dicitura «miscela di oli di oliva originari dell’Unione europea» oppure «UE». Sono informazioni legali, che permettono di distinguere un prodotto ottenuto da olive italiane da uno proveniente da una filiera internazionale.
Leggere l’origine diventa dunque fondamentale per scegliere consapevolmente, soprattutto se il nostro obiettivo è sostenere l’olivicoltura nazionale.
Resta inoltre importante che le regole sull’origine siano rispettate e che i controlli siano efficaci nel contrastare eventuali frodi e dichiarazioni ingannevoli. La tracciabilità non dovrebbe essere soltanto un requisito burocratico, ma una garanzia per chi compra e per chi produce correttamente.
Non basta dire che vogliamo difendere gli agricoltori
Naturalmente, chiedere ai consumatori di spendere di più non può essere l’unica risposta. Non tutte le famiglie hanno lo stesso potere d’acquisto e non è giusto scaricare su chi fa la spesa la responsabilità di risolvere una crisi strutturale. Anche le istituzioni e la filiera commerciale hanno un ruolo decisivo: servono trasparenza, controlli adeguati, contrasto alle pratiche commerciali sleali e strumenti che aiutino a garantire una remunerazione sostenibile a chi produce.
Allo stesso tempo, dovremmo interrogarci su quanto siamo abituati a considerare normale che un alimento ottenuto attraverso mesi di lavoro agricolo possa costare pochissimo. Dietro una bottiglia ci sono uliveti da curare, terreni da mantenere, olive da raccogliere e trasformare, persone da pagare e aziende che devono continuare a investire. Tutto questo ha un costo, anche quando non è immediatamente visibile sullo scaffale.
Se vogliamo che l’olio extravergine italiano continui a esistere, non possiamo limitarci ad apprezzarlo quando arriva sulla nostra tavola o a rivendicarne il prestigio quando parliamo di Made in Italy. Dobbiamo anche preoccuparci delle condizioni in cui viene prodotto e del futuro di chi se ne prende cura.
Perché il rischio, alla fine, è quello di accorgerci troppo tardi che dietro un prezzo sempre più basso non c’è necessariamente un sistema più efficiente, ma una filiera che non riesce più a sostenersi. E a quel punto non basterà più dire che vogliamo difendere le eccellenze italiane, dovremo chiederci che cosa abbiamo fatto, concretamente, per permettere loro di sopravvivere.
È bene però cominciare anche dalle nostre scelte quotidiane: quando ne abbiamo la possibilità, sosteniamo i piccoli produttori, scegliamo un olio di qualità e di origine trasparente, acquistandone magari un po’ meno ma utilizzandolo e valorizzandolo al meglio. Non si tratta di poter spendere sempre di più, ma di dare il giusto valore a ciò che portiamo in tavola. Perché difendere il Made in Italy non significa soltanto esserne orgogliosi, ma anche contribuire, ciascuno secondo le proprie possibilità, a sostenere le persone e il lavoro che lo rendono possibile.