Il brillantante del supermercato l’acido citrico ce l’ha già, il punto è che non contiene soltanto quello. Altroconsumo ha passato al setaccio le etichette dei prodotti più diffusi: fino al 90% della formula è acqua e alcol, poi vengono i tensioattivi (5-15%), l’acido citrico (1-5%) e, in coda, conservanti, profumi e coloranti. La versione fatta in casa, in pratica, tiene il comprimario e rinuncia al protagonista.
Come si prepara e come si usa
La dose più diffusa è una soluzione al 15%, cioè 150 grammi di acido citrico sciolti in un litro d’acqua, la stessa indicata nella scheda tecnica dei comuni acido citrico in commercio. Per prepararne meno, Altroconsumo suggerisce due cucchiai abbondanti in un bicchiere d’acqua da 200 millilitri. Si mescola finché i cristalli non spariscono del tutto, poi si versa la soluzione nella vaschetta del brillantante, quella con il simbolo del sole sul lato interno dello sportello, fino al livello massimo. Il programma resta quello di sempre. Quanto avanza va tenuto in una bottiglia chiusa e con un’etichetta ben visibile, per non scambiarlo con l’acqua.
Due lavori diversi
Il brillantante entra in gioco nell’ultimo risciacquo e ha due compiti. Il primo spetta ai tensioattivi, che abbassano la tensione superficiale dell’acqua: anziché raccogliersi in gocce, l’acqua scivola via in un velo sottile e asciuga prima. Sono proprio le gocce a trattenere i sali disciolti, quelli che dopo l’evaporazione diventano aloni e macchie. Il secondo compito tocca all’acido citrico, un anticalcare che agisce sugli ioni di calcio e magnesio dell’acqua dura. La soluzione di acqua e acido citrico copre soltanto questa seconda parte, perché l’acido citrico non è un tensioattivo. Altroconsumo, che la indica come alternativa al 15% (due cucchiai abbondanti in un bicchiere d’acqua da 200 ml, versati direttamente nello scomparto), lo dice senza giri di parole: le proprietà non sono le stesse dei brillantanti e i risultati non sono sovrapponibili. Contro gli aloni bianchi del calcare qualcosa fa; sull’asciugatura, molto meno.
L’avvertenza dei produttori
Bosch, sul proprio sito, sconsiglia i brillantanti autoprodotti: a suo dire potrebbero danneggiare l’elettrodomestico ed un eventuale impiego rischierebbe di invalidare la garanzia. Prima di provare conviene quindi sfogliare il libretto della propria macchina. Sull’aceto il giudizio di Altroconsumo è netto: è un acido che a lungo andare può rovinare lavastoviglie e stoviglie, e non lascia quella patina che fa scivolare via l’acqua.
I dubbi più comuni
Il dosatore della vaschetta va regolato come per il brillantante classico. La scala, spiega Bosch, va in genere da 1 a 6: se sui bicchieri restano aloni, si alza il livello. Sulle guarnizioni, il rischio che il produttore segnala riguarda l’aceto, la cui acidità alla lunga può rovinarle. Per l’acido citrico non c’è un avviso simile, anzi: è tra gli ingredienti del decalcificante per lavastoviglie venduto dalla stessa Bosch. Un decalcificante però si usa ogni tre-sei mesi, mentre la soluzione nella vaschetta entra in gioco a ogni lavaggio. Per passare dal brillantante del supermercato a quello fatto in casa conviene infine aspettare che la vaschetta sia vuota, così i due prodotti non si mescolano.
Il nodo dei tensioattivi
A complicare il quadro c’è uno studio dello Swiss Institute of Allergy and Asthma Research, pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology. Il gruppo di Cezmi Akdis ha esposto cellule dell’epitelio intestinale umano, coltivate in laboratorio, a detersivi e brillantanti per lavastoviglie. Alle diluizioni tipiche delle macchine professionali il brillantante ha danneggiato la barriera epiteliale e tra i suoi componenti il responsabile individuato sono gli alcoli etossilati, una famiglia di tensioattivi.
Si tratta però di prove in vitro, riferite alla ristorazione, dove spesso a fine ciclo il brillantante non viene risciacquato: trasferire quei risultati alla cucina di casa sarebbe un salto che lo studio non compie. Il verdetto, alla fine, dipende più dal rubinetto che dalla ricetta. Il verdetto, alla fine, dipende più dal rubinetto che dalla ricetta, perché se l’acqua di casa dovesse essere molto dolce, la soluzione di acido citrico servirebbe a poco, dato che ci sarebbe poco calcare da combattere. Non serve nemmeno a chi usa le pastiglie tutto in uno, che contengono già il brillantante.