Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre le lancette torneranno indietro di un’ora, passando dall’ora legale a quella solare, come ogni autunno. Stavolta, però, al rito si aggiunge il timbro di Montecitorio, visto che la Commissione Attività produttive della Camera ha chiuso l’indagine conoscitiva sull’ora legale permanente: il risultato finale registra una convergenza sull’opportunità di superare il doppio orario. Su quale orario tenere, invece, nessuna intesa.
Legale o solare, il nodo resta aperto
L’indagine era partita a marzo su spinta della Società Italiana di Medicina Ambientale, di Consumerismo No profit e del deputato leghista Andrea Barabotti, che punta all’ora legale tutto l’anno. Dalle audizioni sono uscite due scuole di pensiero: commercio e turismo vorrebbero più luce serale anche d’inverno, mentre una parte dei cronobiologi difende l’ora solare, più vicina al ciclo naturale della luce, e indica nello strappo di primavera il passaggio più duro per l’organismo.
Quanto vale il risparmio
L’argomento energetico regge ancora, ma con il fiato corto. Secondo le stime di Terna, l’ora legale 2026, in vigore dal 29 marzo al 25 ottobre, farà consumare circa 302 milioni di kWh in meno. È l’equivalente del fabbisogno annuo di 115 mila famiglie, per un valore di circa 80 milioni di euro. Sono cifre non trascurabili, eppure lontane dall’epoca delle lampadine a incandescenza. Oggi case e strade sono illuminate a led, e i consumi serali dipendono più da condizionatori ed elettrodomestici che dal buio.
Il resto del mondo non aspetta
Fuori dall’Unione c’è chi ha già deciso. Il Paraguay dall’ottobre 2024 resta tutto l’anno sull’orario estivo. La British Columbia ha spostato le lancette per l’ultima volta l’8 marzo scorso, la Cina ha rinunciato al cambio nel 1991, il Messico nel 2022. Russia, India e Argentina da tempo non alternano più i due orari.
Bruxelles, un calendario già scritto
L’Italia, da sola, non può scegliere, perché il cambio d’ora è regolato dalla direttiva 2000/84/CE. A marzo la Commissione ha pubblicato nella Gazzetta ufficiale UE il calendario dei passaggi dal 2027 al 2031, pur non trattandosi di una sentenza, visto che le date di cui si parla decadrebbero il giorno in cui entrasse in vigore una nuova norma europea. Il guaio è che la nuova norma esiste già, almeno sulla carta: parliamo della proposta del 2018, nata dopo una consultazione in cui l’84% dei 4,6 milioni di partecipanti chiese di abolire il cambio. Ha avuto il via libera del Parlamento europeo nel 2019 e da allora giace in Consiglio, dove i governi non hanno mai trovato un accordo su quale orario conservare. Le date di Bruxelles, per ora, arrivano fino al 26 ottobre 2031.