Gli istituti tecnici diventano “licei tecnologici”, gli istituti professionali “licei professionali”. Lo prevede il decreto-legge approvato il 24 settembre 2026 dal Consiglio dei ministri, insieme alla revisione del monte ore dei tecnici e ad altre misure per la filiera tecnologico-professionale. Il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi mette nero su bianco un’idea che il ministro Giuseppe Valditara anticipava da settimane: superare la distinzione nominale tra licei, tecnici e professionali.
La motivazione dichiarata è la pari dignità dei percorsi. L’11 settembre Valditara l’aveva spiegata così: tutti dovrebbero chiamarsi licei perché, pur mantenendo insegnamenti diversi, hanno tutti la stessa dignità. È un argomento che merita di essere preso sul serio, non liquidato con una battuta: l’obiettivo potrebbe essere allargare il significato stesso della parola “liceo”, fino a farla diventare il nome comune di percorsi umanistici, scientifici, tecnologici e professionali. Non un prestito di prestigio, quindi, ma un tentativo di riscriverne il significato.
Le parole possono cambiare significato, certo. Succede continuamente. Ma per costruire questo nuovo nome comune il Governo ha scelto proprio la parola che, fino a ieri, indicava una sola famiglia di scuole: quella percepita come la più prestigiosa. Il tecnico si sposta verso il liceo. Il professionale si sposta verso il liceo. Il liceo resta esattamente dove stava. Nessuno, per incontrarsi a metà strada, ha proposto di ribattezzare il classico “istituto umanistico”.
Il prestigio dei percorsi non comincia sulla targa
Che esista una stratificazione tra i diversi indirizzi non significa che ogni famiglia ragioni allo stesso modo, né che il liceo sia automaticamente considerato “il migliore” da chiunque. Ma i dati più recenti raccontano di scelte scolastiche che continuano a distribuirsi in modo molto diverso a seconda del retroterra familiare.
Secondo l’indagine Censis-Iride pubblicata l’8 settembre 2026, per l’anno scolastico 2026/2027 il 55,9% degli studenti ha scelto un liceo, il 30,8% un istituto tecnico e il 13,3% un professionale. Il dato sul titolo di studio dei genitori è ancora più eloquente: tra i liceali intervistati, il 48,3% ha almeno un genitore laureato o con un altro titolo terziario; negli istituti tecnici la quota scende al 25,8%, nei professionali al 25,5%. Il Censis parla, prudentemente, di un’associazione con il livello di istruzione familiare, non di un rapporto automatico di causa ed effetto. Ma tre popolazioni scolastiche così diverse non arrivano tutte dallo stesso punto di partenza.
È esattamente su questo terreno che la scommessa del Governo comincia a somigliare a un salto nel vuoto. Se “liceo” smettesse davvero di identificare il percorso più accademico e diventasse una denominazione comune, potrebbe ridurre almeno una parte dello stigma sugli altri indirizzi.
Ma se quasi metà degli studenti segue il consiglio orientativo e i diversi percorsi continuano ad accogliere ragazzi con retroterra familiari così differenti, alla nuova insegna viene affidato un lavoro piuttosto ambizioso: cambiare un’immagine costruita molto prima dell’ingresso alle superiori.
La “solida base culturale” dei tecnici non è nata questa settimana
Qui mi tocca fare la parte della zia che tira fuori il vecchio album di foto per dimostrare che “ve l’avevo detto io”. Il Dpr 88 del 2010 parla già di una “solida base culturale di carattere scientifico e tecnologico” per i tecnici. Il decreto legislativo 61 del 2017 chiama i professionali “scuole territoriali dell’innovazione” che, detto tra noi, è pure più elegante di “liceo”.
E la formula della “pari dignità”? Compare già nel decreto legislativo 226 del 2005, più di vent’anni fa, riferita ai percorsi liceali e a quelli di istruzione e formazione professionale. Quella norma parla della IeFP di competenza regionale, che non coincide con gli istituti professionali statali. Il principio, però, era già scritto: percorsi diversi non devono occupare gradini diversi nella scala della dignità educativa.
Il “liceo tecnologico” lo avevamo già incontrato
Il d.lgs 226 del 2005 prevedeva già un “liceo tecnologico”, con indirizzi meccanico-meccatronici, elettronici, informatici, chimici, delle costruzioni: praticamente l’antenato di quello che si sta ricostruendo oggi. Nel 2007 il Parlamento cambiò rotta: la legge 40 cancellò quei riferimenti e restituì a tecnici e professionali la loro identità autonoma.
Quindi la cultura, quella scritta nero su bianco sulla Gazzetta Ufficiale, i tecnici non l’hanno mica ricevuta in dono col nuovo nome. L’avevano già. Il problema, evidentemente, non si esauriva sulla carta: viveva, e vive, anche nella gerarchia sociale costruita intorno a quelle scuole.
Non perché la storia si ripeta sempre nello stesso modo (le due riforme non sono identiche), ma perché la scuola italiana ha già provato a sistemare l’istruzione tecnica dentro la parola “liceo”, e a un certo punto ha scelto di separarla di nuovo. Vale la pena ricordarlo prima di intestare al 2026 un’idea che il legislatore aveva già messo nero su bianco e poi accantonato quando la maggior parte degli studenti di oggi non era ancora nata.
Le cifre del bilancio
Il cambio di denominazione non è l’unica misura del decreto, che interviene anche sul monte ore dei tecnici e sulla filiera tecnologico-professionale. Sulle cifre, però, conviene tenere separate le annualità: per il 2026 il Fondo per i campus disponeva già di 5 milioni, ai quali la legge di bilancio 2025 ne aveva aggiunti altri 15; il nuovo decreto prevede altri 10 milioni per il 2027.
La FLC CGIL ha contestato l’idea di concentrare il rilancio sull’etichetta, chiedendo che la priorità torni sulle ore di insegnamento tagliate nel riordino dei tecnici, portando la discussione esattamente dove il nome da solo non arriva: cosa succede davvero dentro quelle scuole? E c’è un ultimo dettaglio istituzionale, spesso lasciato ai margini: è un decreto-legge, e come tale dovrà essere convertito dal Parlamento entro sessanta giorni dalla pubblicazione, come prevede l’articolo 77 della Costituzione. Il testo, insomma, può ancora cambiare. E la scuola italiana, quando si tratta di questo nome, ha già dimostrato di saperci ripensare.
La prova arriverà dopo il cambio di nome
L’ipotesi del Governo è chiara: allargare il significato di “liceo” fino a trasformarlo in una denominazione comune, togliendogli progressivamente il valore gerarchico che possiede oggi. L’obiezione è altrettanto concreta: per farlo è stata scelta proprio la parola che quel prestigio lo possiede già.
A misurare l’effetto della riforma saranno dati molto meno eleganti di un’insegna nuova: chi sceglierà quei percorsi l’anno prossimo, quale consiglio riceveranno gli studenti alla fine delle medie, come cambierà la composizione sociale degli iscritti e cosa troveranno davvero dentro quelle scuole. Per ora sappiamo che tecnici e professionali dovrebbero cambiare nome. La gerarchia sociale della scuola italiana, invece, non ha ancora presentato domanda all’anagrafe.