A Udumka la risposta alle piogge che arrivano male, troppo forti o tutte insieme sta crescendo dentro un vivaio. La comunità del sud della Tanzania ha cominciato a coltivare specie capaci di trattenere acqua e fissare l’azoto, inserendole in terreni messi alla prova dalle coltivazioni intensive e dalle precipitazioni che possono trascinare via i nutrienti. Nessuna tecnologia futuriatica. Qui si piantano alberi.
Il vivaio è gestito dall’Udumka Environmental Group, collettivo locale coinvolto nel progetto Her Resilience, Our Planet. La scelta delle specie serve a recuperare gradualmente fertilità e a rendere i campi meno fragili davanti a un clima diventato più irregolare. A lavorarci ci sono anche formatori scelti e preparati all’interno della comunità, così le conoscenze non rimangono appese all’arrivo di tecnici esterni. È uno degli interventi raccontati da CARE Tanzania, che partecipa al progetto.
Gli alberi entrano nei campi
Gli alberi azotofissatori lavorano soprattutto sottoterra. Grazie alla relazione con alcuni batteri presenti nelle radici, contribuiscono a rendere disponibile nel sistema agricolo l’azoto atmosferico, uno dei nutrienti essenziali per le piante. Nel tempo entrano in gioco anche foglie, radici e materia organica lasciata sul terreno.
È un principio usato da tempo nei sistemi agroforestali e documentato anche dalla FAO: alberi e colture possono condividere lo stesso spazio agricolo, con effetti sulla fertilità del terreno, sulla gestione dell’acqua e sulla protezione del suolo. A Udumka questa vecchia idea agricola viene rimessa al lavoro dentro un problema molto contemporaneo.
Le piogge, infatti, sono diventate più difficili da prevedere. CARE descrive precipitazioni violente, grandine e allagamenti capaci di compromettere i raccolti e impoverire ulteriormente terreni già sfruttati. Piantare una specie adatta, qui, significa cercare di lasciare qualcosa nel terreno anche quando l’acqua porta via il resto.
A pochi chilometri, cambiano anche le patate
Nel vicino villaggio di Kihesa Mgagao, Bariki Kagine coltivava patate con risultati scarsi e raccolti particolarmente vulnerabili alla grandine. Poi ha cominciato a cambiare diverse cose insieme: la distanza tra le piante, il momento della semina, l’uso delle previsioni meteorologiche, la fertilizzazione, la gestione dei parassiti e perfino la varietà coltivata. Ha scelto la Sagitta, più adatta al suo terreno. Il raccolto ottenuto gli ha fruttato circa 2 milioni di scellini tanzaniani, secondo quanto riportato da CARE.
È il risultato di un solo agricoltore, ma il cambiamento si vede bene: spostare una semina, lasciare più spazio tra le piante, scegliere una varietà diversa può fare la differenza quando il calendario delle piogge smette di comportarsi come prima. E infatti l’adattamento, da queste parti, ha un aspetto piuttosto poco spettacolare. Un albero nel posto giusto. Una patata piantata qualche giorno dopo. Un agricoltore che guarda le previsioni prima di entrare nel campo.
Il progetto punta a coinvolgere oltre 60 mila piccoli agricoltori
Her Resilience, Our Planet lavora nel bacino del Great Ruaha River, una delle aree agricole e naturali più importanti della Tanzania meridionale. Il programma è sostenuto anche da Global Affairs Canada e, secondo la scheda ufficiale del Governo canadese, proseguirà fino al 2030. CARE indica tra gli obiettivi oltre 60.000 piccoli agricoltori e 18.000 imprenditori agricoli coinvolti nella regione, con particolare attenzione a donne e giovani. Sono traguardi previsti dal progetto, non persone già raggiunte.
Per ora la storia è molto più piccola, ed è probabilmente per questo che funziona. Un vivaio gestito dal villaggio. Alberi scelti anche per ciò che fanno al terreno. Un agricoltore che cambia il modo di coltivare le patate e riesce a venderle meglio. Da Udumka non arriva una soluzione pronta per qualsiasi campo africano. Arriva qualcosa di più concreto: mentre il clima cambia le regole, questa comunità sta cambiando il modo di stare sul terreno. A volte cominciando da un albero.