C’è chi, dopo sei mesi di trattamento, è passato da una perdita molto estesa dei capelli a non avere più aree calve sul cuoio capelluto. È uno dei risultati più interessanti di due grandi studi clinici sull’upadacitinib, un farmaco già utilizzato contro diverse malattie infiammatorie, compresa l’artrite reumatoide, e ora autorizzato in Europa anche contro l’alopecia areata grave.
Nei due trial di fase 3, pubblicati su JAMA Dermatology, sono state coinvolte 1.399 persone tra i 12 e i 64 anni. Tutte partivano da una situazione importante: avevano perso almeno metà dei capelli del cuoio capelluto e, mediamente, la perdita superava addirittura l’80%.
Dopo 24 settimane i capelli erano tornati su gran parte della testa
I partecipanti sono stati divisi in tre gruppi: alcuni hanno ricevuto ogni giorno 15 milligrammi di upadacitinib, altri 30 milligrammi e un terzo gruppo un placebo.
Dopo 24 settimane il risultato era piuttosto visibile. Con la dose da 15 milligrammi, circa il 45% dei pazienti aveva recuperato almeno l’80% della copertura del cuoio capelluto. Con quella da 30 milligrammi si saliva al 54-55%. Nel gruppo placebo, invece, il risultato era stato raggiunto soltanto dall’1,5-3,4% dei partecipanti. Le prime differenze importanti erano già comparse dopo otto settimane.
Poi c’è il dato che fa alzare un po’ di più le sopracciglia. Letteralmente, visto che sono ricresciute anche quelle. Tra chi assumeva 30 milligrammi, il 20,3% dei partecipanti nel primo studio e il 22,5% nel secondo ha raggiunto una ricrescita completa dei capelli del cuoio capelluto. Con la dose più bassa è successo al 14,1% e al 13,1%. Nel gruppo placebo praticamente a nessuno.
Anche ciglia e sopracciglia sono migliorate in una parte consistente dei pazienti che le avevano perse. Con la dose più alta, circa sei persone su dieci hanno raggiunto una copertura quasi completa o completa delle sopracciglia e risultati simili sono stati osservati per le ciglia.
Perché un farmaco contro l’artrite può far ricrescere i capelli?
La spiegazione sta nel modo in cui funziona l’alopecia areata. È una malattia autoimmune: il sistema immunitario, che normalmente dovrebbe proteggerci, comincia ad attaccare per errore i follicoli piliferi. I capelli smettono così di crescere e possono cadere a chiazze oppure, nelle forme più severe, quasi completamente.
Upadacitinib appartiene alla famiglia dei cosiddetti JAK-inibitori. In parole semplici, agisce su alcuni dei segnali utilizzati dalle cellule del sistema immunitario per alimentare l’infiammazione. È lo stesso motivo per cui questo tipo di farmaci viene utilizzato contro altre malattie infiammatorie e autoimmuni.
I ricercatori hanno quindi provato a spegnere parte di quella risposta immunitaria anche nell’alopecia areata. E, almeno per una quota consistente dei pazienti studiati, i follicoli hanno ricominciato a fare il loro mestiere. Il programma clinico, registrato anche su ClinicalTrials.gov, continua a seguire adulti e adolescenti con alopecia areata grave per raccogliere dati più lunghi sull’efficacia e sulla sicurezza del trattamento.
In Europa il farmaco è già autorizzato per l’alopecia areata grave
Nel frattempo la ricerca ha già superato un passaggio importante. Dal 2026 upadacitinib, commercializzato come Rinvoq, è autorizzato nell’Unione europea per il trattamento dell’alopecia areata grave negli adulti e negli adolescenti dai 12 anni. Il Comitato per i medicinali per uso umano dell’Agenzia europea per i medicinali aveva espresso parere positivo il 25 giugno 2026 e oggi l’indicazione compare nella scheda ufficiale dell’EMA. Il medicinale può essere prescritto soltanto sotto controllo medico.
Negli studi gli effetti indesiderati più frequenti sono stati infezioni delle vie respiratorie superiori, acne, nasofaringite e aumento di un enzima muscolare chiamato creatinfosfochinasi. Gli eventi avversi gravi sono rimasti poco frequenti e non sono emersi nuovi segnali di sicurezza rispetto a quelli già conosciuti per il farmaco.
Il dato più concreto rimane davanti agli occhi: all’inizio dello studio queste persone avevano perso mediamente più di quattro capelli su cinque del cuoio capelluto. Sei mesi dopo, con la dose più alta, oltre la metà aveva recuperato almeno l’80% della copertura e fino a circa una persona su cinque l’aveva recuperata completamente. Per una malattia capace di rendere lo specchio un appuntamento quotidiano parecchio pesante, è un risultato molto concreto.