Gli archeologi hanno rimesso insieme i blocchi crollati di una parete e, pezzo dopo pezzo, sono comparsi quattro Hapi con le braccia cariche di offerte. Due da una parte, due dall’altra, tutti rivolti verso l’ingresso di una cappella dedicata a Osiride. La scena era rimasta smontata per secoli nel recinto di Montu, all’interno dell’enorme complesso templare di Karnak, a Luxor. Ora è tornata leggibile grazie alla missione archeologica congiunta di Egitto e Cina.
La sorpresa, però, non sta soltanto nell’età del rilievo. La cappella risale alla XXV-XXVI dinastia, quindi grosso modo tra l’VIII e il VI secolo a.C., mentre le figure sembrano guardare parecchio più indietro: secondo gli archeologi riprendono caratteristiche artistiche dell’Antico Regno, l’epoca delle grandi piramidi, distante circa 1.500 anni. Una specie di revival faraonico, solo con qualche millennio di anticipo sulla moda del vintage.
Quattro Hapi portano offerte verso il tempio
Il ritrovamento arriva dalla quinta delle cappelle di Osiride studiate nel recinto di Montu, nella parte settentrionale di Karnak. La missione sino-egiziana lavora nell’area dal 2018 e negli ultimi anni ha ricostruito progressivamente la disposizione degli edifici, documentando iscrizioni, frammenti decorati e strutture che in alcuni casi erano note solo in modo parziale. Il Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità ricorda che Karnak era un intero complesso di santuari: oltre al grande recinto di Amon comprendeva quelli di Mut e Montu e decine di cappelle costruite e modificate nel corso dei secoli.
Nel nuovo rilievo Hapi compare in coppie, con le offerte tra le mani e lo sguardo rivolto verso la porta. Davanti alle figure sono rimaste anche iscrizioni che indicano che cosa veniva portato in dono. A descriverle è Wen Jing, ricercatrice dell’Institute of World History della Chinese Academy of Social Sciences e componente della missione, nel resoconto pubblicato dalla Chinese Academy of Social Sciences.
Hapi viene spesso liquidato come “dio del Nilo”, formula comoda ma un po’ larga. Era soprattutto la personificazione della piena del fiume, quella che per millenni depositò sui campi acqua e sedimenti rendendo coltivabile la valle. Per questo veniva rappresentato con un corpo prosperoso, ventre pieno e seni pronunciati: l’abbondanza, per una volta, non aveva bisogno di essere sottile. Il Ministero egiziano delle Antichità descrive proprio questi tratti come simboli di fertilità e ricchezza legati all’inondazione del Nilo.
Perché un dio della piena compare nel tempio di Osiride
La presenza di Hapi in una cappella dedicata a Osiride può sembrare uno sconfinamento di competenze divine. Per gli antichi Egizi lo era molto meno. Divinità diverse potevano convivere nello stesso spazio rituale e intrecciare funzioni, simboli e miti.
Hapi portava con sé l’idea della piena, del nutrimento e della fertilità; Osiride era strettamente associato alla morte e alla rigenerazione. Anche il ciclo delle acque e quello della rinascita finivano quindi per toccarsi. Raffigurazioni di Hapi con offerte compaiono del resto in numerosi contesti templari e continuarono a essere utilizzate fino all’epoca tolemaica. Un rilievo della XXVI dinastia conservato al Walters Art Museum, per esempio, mette nella stessa decorazione Hapi con le offerte e scene dedicate a Osiride e Iside.
La cosa più intrigante di Karnak arriva dalle proporzioni delle nuove figure. Wen Jing osserva che nell’arte della XXVI dinastia Hapi tendeva a essere raffigurato con forme più slanciate. Questi esemplari sono invece insolitamente massicci, più vicini a modelli risalenti all’Antico Regno. L’ipotesi avanzata dalla ricercatrice è che il richiamo fosse deliberato: nell’Egitto tardo, molto lontano dalla potenza politica dell’età delle piramidi, recuperare un linguaggio artistico antico poteva servire a riallacciare il presente a un passato percepito come glorioso. È un’interpretazione storica, quindi, e non qualcosa che il rilievo possa dichiarare da solo.
Nello stesso recinto è comparso anche un lago sacro sconosciuto
Hapi non è l’unico pezzo riemerso dal recinto di Montu. Gli otto anni di lavori della missione hanno prodotto anche frammenti iscritti, una rappresentazione femminile legata alle cosiddette “Divine Adoratrici” e soprattutto una struttura che ha costretto gli archeologi a rivedere la pianta del complesso: un secondo lago sacro, fino a quel momento sconosciuto.
Il bacino meridionale misura circa 50 metri quadrati, raggiunge una profondità complessiva stimata di circa cinque metri ed è rivestito da grandi blocchi di arenaria. Una scala scende verso il fondo, probabilmente per permettere ai sacerdoti di raggiungere l’acqua anche quando il livello era più basso. Nel recinto esisteva già un lago sacro settentrionale: trovarne un secondo nello stesso settore era abbastanza inatteso da sorprendere, secondo il responsabile cinese della missione Jia Xiaobing, anche i colleghi egiziani. Una parte del bacino resta ancora sepolta nei sedimenti.
La datazione precisa del lago è ancora aperta. I materiali e le tecniche costruttive non bastano per assegnarlo a una fase esatta e alcuni blocchi mostrano tracce appartenenti a periodi differenti. Qui gli scavi devono ancora scendere, letteralmente.
Per Hapi, invece, la parete ha già restituito una storia curiosa: immagini scolpite oltre 2.500 anni fa da artisti che, mentre lavoravano nel loro presente, sembravano avere gli occhi rivolti verso un passato vecchio di altri quindici secoli. A Karnak anche l’antichità, evidentemente, poteva avere nostalgia dell’antichità.