In Italia i rifiuti radioattivi continuano a crescere. E non provengono soltanto dalle vecchie centrali nucleari, ormai inattive: a produrli sono anche ospedali, laboratori di ricerca e attività industriali. Alla fine del 2025, sul territorio nazionale erano stoccati 34.606 metri cubi di rifiuti radioattivi, quasi 840 in più rispetto all’anno precedente. Un aumento del 2,49%, che racconta quanto sia lungo e complesso l’iter per trattarli e smaltirli in modo adeguato.
A fornire i numeri è l’Inventario nazionale dei rifiuti radioattivi dell’ISIN, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, aggiornato al 31 dicembre 2025 e diffuso oggi. Il dato interessante è che, mentre aumenta il volume dei materiali da gestire, la radioattività complessiva diminuisce del 2,51%. Un risultato che potrebbe sembrare rassicurante, ma che richiede qualche spiegazione: meno radioattività, infatti, non significa necessariamente meno rifiuti, né tantomeno che il problema della loro gestione sia vicino a una soluzione.
Perché questi rifiuti continuano ad aumentare?
L’incremento di questi particolari rifiuti non riguarda tutte le categorie allo stesso modo. Nel 2025 sono cresciuti soprattutto i rifiuti ad attività molto bassa (caratterizzati da livelli contenuti di radioattività) con 580 metri cubi in più, e quelli a vita media molto breve (che perdono la loro radioattività relativamente in fretta), aumentati di 286 metri cubi. Più contenuto l’incremento dei rifiuti a media attività (rifiuti che richiedono maggiori precauzioni per la radioprotezione), pari a circa 35 metri cubi. Sono invece diminuiti di quasi 62 metri cubi quelli a bassa attività (ovvero rifiuti con una radioattività maggiore, che necessitano di particolari misure di protezione e isolamento).
Complessivamente, il volume nazionale risulta così suddiviso:
- 20.993,79 metri cubi di rifiuti ad attività molto bassa;
- 9.235,72 metri cubi a bassa attività;
- 3.577,36 metri cubi a media attività;
- 799,36 metri cubi a vita media molto breve.
La classificazione è fondamentale perché i diversi materiali richiedono modalità e tempi di gestione differenti. Non tutti i rifiuti radioattivi presentano gli stessi rischi e, soprattutto, non tutti possono essere smaltiti con le stesse soluzioni.
Il Lazio è la regione italiana con più rifiuti radioattivi
La distribuzione territoriale racconta un’altra particolarità: i rifiuti radioattivi non sono distribuiti uniformemente nel Paese, ma si concentrano soprattutto in alcune regioni. Al primo posto troviamo il Lazio, con 12.678 metri cubi, pari al 36,64% di tutti i rifiuti radioattivi presenti in Italia. Da solo ne custodisce più di un terzo.
Seguono Lombardia (6.672 m3 e il 19,28% del totale), Piemonte (5.870 m3, 16,96%), Basilicata (4.291 m3, 12,40%), Campania (2.650 m3, 7,66 %), Emilia-Romagna (1.505 m3, 4,35%) e Toscana (941 m3, 2,72%). La concentrazione dipende dalla presenza di vecchie centrali, impianti legati al ciclo del combustibile nucleare e strutture dedicate al trattamento e alla gestione dei materiali radioattivi.
@ISIN
Non a caso, le installazioni di Nucleco, società che opera nella gestione dei rifiuti radioattivi, rappresentano il sito con il maggiore volume censito dall’inventario: oltre 9.310 metri cubi. Ma è bene chiarire che la regione che conserva più rifiuti in termini di volume non è necessariamente quella che detiene la maggiore radioattività.
La radioattività diminuisce
Secondo l’ISIN, alla fine del 2025 l’attività complessiva dei radionuclidi contenuti nei rifiuti radioattivi, nelle sorgenti dismesse e nel combustibile nucleare esaurito ammontava a 33.376,47 terabecquerel (TBq), 861 in meno rispetto all’anno precedente. Il becquerel è l’unità di misura dell’attività radioattiva e indica il numero di decadimenti nucleari al secondo. Non misura direttamente il rischio per le persone, che dipende anche dal tipo di radiazione, dall’esposizione e dalle caratteristiche dei materiali. La diminuzione registrata è dovuta principalmente al naturale decadimento radioattivo: con il passare del tempo, gli atomi instabili si trasformano e l’attività di determinate sostanze si riduce.
Questo, tuttavia, non significa che tutti i materiali diventino rapidamente innocui. Alcuni radionuclidi decadono in tempi brevi, mentre altri richiedono periodi estremamente lunghi. A detenere la quota più elevata di attività radioattiva è il Piemonte, con circa 26.305 TBq, una quantità nettamente superiore a quella delle altre regioni. Il dato comprende anche il combustibile nucleare irraggiato. Tra gli impianti considerati, quello con l’attività maggiore associata ai rifiuti radioattivi e alle sorgenti dismesse è l’EUREX di Saluggia, in provincia di Vercelli.
È proprio questa distinzione tra volume e attività a essere importante: mille metri cubi di materiali a radioattività molto bassa non sono paragonabili, in termini di caratteristiche radiologiche e necessità di gestione, a quantità molto inferiori di materiali altamente radioattivi.
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Il ritorno delle centrali nucleari in Italia e il problema irrisolto delle scorie
Questi numeri arrivano in un momento particolarmente delicato. Il Governo Meloni ha deciso di riaprire la strada all’energia nucleare, puntando sulle nuove tecnologie, compresi i reattori modulari di piccola taglia (SMR). Il 23 settembre 2026 il Parlamento ha approvato definitivamente la legge delega sul cosiddetto nucleare sostenibile, diventata legge n. 169 del 29 settembre 2026. Il provvedimento, che entrerà in vigore il 15 ottobre, affida al Governo il compito di definire attraverso successivi decreti legislativi il nuovo quadro normativo per il settore. Non significa, quindi, che sia già stata decisa la costruzione di nuove centrali, ma rappresenta un passaggio politico e legislativo importante verso un possibile ritorno dell’atomo nel mix energetico nazionale.
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Il punto, però, è che l’Italia non ha ancora risolto il problema dei rifiuti prodotti dal suo precedente programma nucleare. Il Deposito Nazionale, l’infrastruttura destinata a raccogliere in un unico luogo i rifiuti radioattivi oggi distribuiti in numerosi siti, resta un progetto senza una localizzazione definitiva. Dopo anni di studi, mappe delle aree idonee e consultazioni, la ricerca del sito continua. Secondo il progetto di Sogin, il deposito dovrebbe accogliere definitivamente circa 84mila metri cubi di rifiuti a molto bassa e bassa attività, oltre a ospitare temporaneamente circa 14mila metri cubi di rifiuti a media e alta attività. Per questi ultimi, infatti, sarà necessaria una diversa soluzione di smaltimento definitivo, adeguata alle loro caratteristiche e ai tempi di decadimento.
Ed è qui che emerge la contraddizione. Da una parte si discute di nuove centrali nucleari come possibile risposta alla necessità di decarbonizzare il sistema energetico. Dall’altra non siamo ancora riusciti a individuare un luogo dove gestire in modo centralizzato e nel lungo periodo una parte importante dei rifiuti radioattivi che già possediamo. Il nucleare presenta il vantaggio di produrre elettricità con basse emissioni di gas serra durante il funzionamento, ma lascia aperte questioni che non possono essere liquidate come dettagli tecnici: i costi, i tempi di realizzazione, la sicurezza, la gestione del combustibile esaurito e le responsabilità verso le generazioni future.
Fonte: ISIN