Cinque millimetri di lunghezza bastano a un piccolo coleottero bruno per spopolare interi versanti di abete rosso. Si chiama Ips typographus, anche detto bostrico tipografo e bostrico dell’abete rosso, e da anni tiene sotto scacco le foreste alpine del Nord Italia.
Un insetto che vive sotto la corteccia
Il bostrico non è un intruso arrivato da fuori, si tratta di un organismo autoctono, presente da sempre nei boschi di conifere dell’arco alpino, dove in condizioni normali svolge un ruolo quasi sanitario, visto che attacca piante già deboli o morenti e ne accelera la decomposizione. Il problema comincia quando trova troppo cibo a disposizione tutto insieme. Gli adulti scavano sotto la corteccia le cosiddette camere nuziali, dove avvengono accoppiamento e deposizione delle uova; le larve proseguono poi con gallerie che si allargano a raggiera, interrompendo il flusso della linfa. L’albero colpito perde gradualmente gli aghi, dalla cima verso il basso, e la corteccia comincia a staccarsi.

Il Documento Tecnico Ufficiale n. 30 del Servizio Fitosanitario Nazionale ricostruisce l’origine dell’attuale emergenza nella tempesta Vaia del 2018, che abbatté decine di migliaia di ettari di bosco nel Nordest. La quantità enorme di legname a terra offrì al bostrico una disponibilità di cibo senza precedenti, sufficiente a far saltare l’equilibrio tra insetto e foresta: da parassita di debolezza, limitato agli alberi già sofferenti, l’Ips typographus è passato ad attaccare anche piante sane, in una fase che gli esperti definiscono epidemica.
Il caso Veneto: 40mila ettari colpiti nel Nordest
Il quadro più aggiornato arriva proprio dal Veneto, dove il fenomeno è nato ed è tuttora più esteso. In un comunicato ufficiale del 10 settembre 2026, la Regione ha reso noto che dal 2021 a oggi l’infestazione ha interessato tra gli 11 e i 12mila ettari di bosco veneto, con le situazioni più critiche concentrate nel Bellunese e sull’Altopiano di Asiago. Allargando lo sguardo all’intero Nordest, gli ettari colpiti superano quota 40mila. L’assessore regionale all’Agricoltura e Foreste, Dario Bond, in occasione della presentazione del docufilm Il silenzio della foresta (dedicato proprio al problema delle foreste venete innescato dal coleottero) ha descritto il bostrico come una seconda Vaia, diversa nelle modalità, non nella portata degli effetti: se la tempesta abbatté milioni di alberi in poche ore, l’insetto ha agito negli anni successivi, colpendo soprattutto gli esemplari già indeboliti. La Regione ha investito complessivamente circa 2,6 milioni di euro, tra fondi regionali e ministeriali, per finanziare monitoraggi, interventi fitosanitari, piante esca, miglioramento boschivo e ricerca scientifica, in collaborazione con l’Università di Padova, Arpav e Veneto Agricoltura.

Dopo il picco registrato tra il 2022 e il 2023, gli ultimi due anni hanno mostrato dei segnali di rallentamento: le condizioni climatiche più favorevoli hanno permesso agli abeti di recuperare parte delle difese naturali. Bond ha però avvertito che sarebbe un errore considerare chiusa l’emergenza, perché il bostrico resta presente ed il futuro andamento dipenderà in larga misura dal clima.
Perché il Piemonte è coinvolto
Il fenomeno non riguarda solo le Dolomiti. Una proposta di legge attualmente all’esame della Camera, la PDL 1130, indica il bostrico come uno dei parassiti forestali più temibili in assoluto e cita esplicitamente il Piemonte, insieme a Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, tra le regioni interessate dalla sua diffusione. Il testo propone di rendere permanente il tavolo tecnico-scientifico nazionale sul bostrico, istituito dal ministero dell’Agricoltura nel 2021, e di redigere un piano d’intervento dedicato.

A livello regionale, il monitoraggio degli organismi nocivi da quarantena, categoria in cui rientra anche il bostrico dell’abete rosso, spetta al Settore Fitosanitario della Regione Piemonte, che vigila sulla circolazione del materiale vegetale e accerta le violazioni alle normative fitosanitarie comunitarie e nazionali.
Il ruolo della siccità
Che il clima abbia una parte in questa storia lo conferma anche l’esperienza veneta. Il volo di sciamatura del bostrico parte quando le temperature diurne superano i 16,5 gradi e la luce diurna arriva ad almeno quattordici ore, pertanto inverni miti e primavere precoci anticipano l’attività dell’insetto e ne riducono la mortalità stagionale. La siccità fa il resto, perché priva gli abeti rossi della resina necessaria a respingere i coleotteri che tentano di penetrare nella corteccia, la prima linea di difesa della pianta, che richiede acqua in quantità sufficiente per funzionare. Un albero ben idratato può contenere un attacco di poche centinaia di individui, al contrario, uno stressato dalla siccità cede anche a numeri più contenuti, come dimostra il rallentamento registrato in Veneto negli anni con più piogge estive.
