“Capra, vacca e pecora”: l’imbarazzante spot di Lollobrigida ci mostra come (non) si racconta il latte (italiano)

Sul tavolo ci sono tre animali di plastica. Francesco Lollobrigida li prende uno alla volta e li presenta a un bambino inquadrato di spalle: “questa è la capra, questa è la vacca e questa è la pecora”. Poi gli porge un bicchiere di latte. È il video pubblicato dal ministro dell’Agricoltura per anticipare una nuova campagna istituzionale dedicata al latte italiano, annunciata sui canali del servizio pubblico. La lezione di zoologia dura pochi secondi. Internet, naturalmente, aveva più tempo.

E infatti il protagonista dello spot è diventato rapidamente protagonista anche dei commenti. C’è chi annuncia:

Ho deciso in questo momento di diventare vegano!

Chi guarda già oltre Palazzo Chigi con un asciutto:

Quanto materiale per Crozza…

Chi chiede al ministro di preoccuparsi dei prezzi riconosciuti agli agricoltori. Poi arrivano le critiche animaliste, con utenti che chiedono perché, insieme alla vacca giocattolo, non vengano mostrate anche le condizioni degli animali negli allevamenti intensivi. Il latte doveva essere il protagonista. Per qualche ora ha dovuto cedere il bicchiere agli sfottò.

Lollobrigida accompagna il video con un messaggio più solenne: “Cresciamo, cambiamo, diventiamo grandi”, mentre alcuni sapori continuerebbero ad accompagnarci. Ringrazia gli allevatori e l’intera filiera, definendo il latte italiano un’eccellenza. Il problema della scena scelta per raccontarla è che tra l’animaletto di plastica e il prodotto finito sparisce praticamente tutto quello che rende possibile riempire quel bicchiere.

Gli sfottò fanno ridere, il vitello un po’ meno

Prendiamo proprio la vacca. Per produrre latte deve aver partorito. Negli allevamenti da latte convenzionali europei, secondo il parere scientifico dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, EFSA, la grande maggioranza delle aziende separa vacca e vitello immediatamente o poco dopo la nascita. È il sistema di allevamento artificiale ancora comunemente adottato nella produzione lattiera.

La pratica permette di gestire separatamente l’alimentazione del piccolo e la mungitura della madre, ma comporta la perdita dei benefici legati al contatto. Gli esperti EFSA hanno trovato effetti positivi già nelle prime ore trascorse insieme e raccomandano che il vitello rimanga con la madre almeno per circa 24 ore, aumentando progressivamente l’adozione di sistemi che consentano un contatto più lungo. L’obiettivo indicato nel parere sarebbe arrivare, in prospettiva, a mantenerlo per tutto il periodo precedente allo svezzamento.

È una distinzione importante anche per evitare la versione opposta, altrettanto comoda, in cui ogni allevamento diventa automaticamente un girone infernale. Sistemi e aziende possono essere molto diversi e dallo spot non sappiamo quali imprese siano coinvolte nella campagna. La separazione precoce vacca-vitello, però, non è una fantasia animalista: è una pratica descritta come maggioritaria dall’organismo scientifico dell’Unione europea che si occupa di sicurezza alimentare e benessere animale. Nel video il percorso è parecchio più rapido: vacca, bicchiere, latte. Il vitello non entra nell’inquadratura.

Gli allevamenti intensivi non stanno bene sul tavolino

Anche il riferimento comparso nei commenti agli allevamenti intensivi merita qualcosa in più di uno scambio di battute. Non esiste un unico modello di allevamento da latte e sarebbe scorretto attribuire indistintamente a tutta la produzione italiana le condizioni peggiori osservabili nel settore. Il problema del benessere delle vacche allevate per la produzione di latte, però, è abbastanza concreto da aver portato EFSA a pubblicare nel 2023 un parere specifico.

In Europa la stabulazione a cuccette è il sistema più diffuso e in diversi Stati membri è diminuito nell’ultimo decennio il numero di aziende che consente alle vacche l’accesso al pascolo. Tra i problemi individuati dagli esperti ci sono zoppie, difficoltà di movimento e riposo, mastiti e disturbi metabolici. EFSA raccomanda almeno 9 metri quadrati di spazio interno per animale, superfici adeguate al riposo e accesso a pascoli ben gestiti; considera inoltre compromesso il benessere delle vacche mantenute permanentemente legate alla posta.

Niente di tutto questo prova che gli allevatori ringraziati da Lollobrigida adottino quelle pratiche. Dice però parecchio sulla distanza tra la filiera reale e quella scelta per lo spot. La prima è fatta di animali, parti, mungiture, stalle, pascolo quando c’è, veterinari, costi e problemi di benessere. La seconda sta comodamente su un tavolino e può essere riposta in una scatola appena finita la ripresa.

Intanto gli allevatori discutono di prezzi, non di animaletti

C’è poi l’altro pezzo finito nei commenti: quello economico. La promozione del latte non nasce in un momento particolarmente tranquillo per chi lo produce. Lo stesso Ministero aveva convocato a gennaio un tavolo di filiera per affrontare il calo dei prezzi e sostenere un comparto che il Masaf descriveva in difficoltà.

A giugno produttori e trasformatori hanno raggiunto al Ministero un nuovo accordo sul prezzo del latte, valido per sei mesi e indicato dal Masaf come migliorativo rispetto al trimestre precedente. Ringraziare gli allevatori nello spot, quindi, arriva dopo mesi in cui quegli stessi allevatori hanno discusso soprattutto di quanto viene pagato ciò che producono.

E il Ministero sta investendo direttamente anche sulla promozione tra i bambini. Il programma “Latte nelle scuole” 2026-2027 dispone di 6,2 milioni di euro e prevede distribuzione di latte, yogurt e formaggi nelle primarie, oltre a laboratori, degustazioni e visite ad aziende agricole e caseifici. L’obiettivo dichiarato è far conoscere alimentazione e sistemi produttivi ai più piccoli.

Ed è forse proprio questo a rendere curioso il teaser di Lollobrigida. Se vogliamo spiegare ai bambini da dove arriva il latte, riconoscere una vacca è probabilmente la parte più facile.

Il latte raccontato fino al bordo del bicchiere

Gli sfottò restano la parte più immediata della storia, perché il video offre parecchio materiale già senza bisogno di aggiungerne. Un ministro, tre animali di plastica, un bambino e la spiegazione di cosa sia una pecora. I social hanno semplicemente fatto il loro mestiere.

Ma sotto le battute è comparsa una domanda meno divertente: quanto della produzione animale vogliamo mostrare quando la raccontiamo ai bambini?

La campagna può legittimamente promuovere il latte italiano e può farlo senza trasformare uno spot di pochi secondi in un documentario zootecnico. Ma se si sceglie di partire proprio dagli animali, ridurli a tre pupazzetti produce un racconto parecchio comodo. Della vacca vediamo la sagoma, del latte il bicchiere. Tra i due ci sono un parto, spesso un vitello separato precocemente dalla madre, sistemi di allevamento molto diversi tra loro, problemi di benessere riconosciuti dalle autorità europee e allevatori che fanno i conti con i prezzi.

Capra, vacca e pecora ormai le abbiamo riconosciute. Per raccontare davvero da dove arriva il latte, servirebbe ancora qualche figurina.

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