Che vita sarebbe senza pasta? Gli italiani non riescono neanche a immaginarlo, ma il futuro è pieno di sfide

Provate a immaginare un pranzo veloce senza un bel piatto di spaghetti al pomodoro, una cena improvvisata senza pasta a disposizione o una domenica con i parenti senza lasagna? Riuscite davvero a immaginare un mondo così? Per molti italiani è quasi impossibile, e non soltanto perché la pasta è buona e si prepara in tanti modi diversi. Questo alimento è legato ai ricordi di famiglia, alla convivialità e a un pezzo importante della nostra identità culturale. A confermarlo è una nuova indagine presentata in vista del World Pasta Day del 25 ottobre, che ha provato a chiedere agli italiani che cosa mancherebbe loro se la pasta sparisse all’improvviso.

I risultati raccontano un legame profondo, ma fanno emergere anche un aspetto molto concreto: la pasta è apprezzata perché è buona, versatile e accessibile a tutti, una qualità che conta ancora di più in tempi di rincari. E proprio sul suo prezzo si è aperta anche una riflessione durante l’evento di presentazione, a cui abbiamo partecipato, in cui è intervenuto il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.

Sullo sfondo ci sono le sfide che attendono il settore, dal cambiamento climatico alle nuove abitudini alimentari.

Cosa rappresenta davvero la pasta per gli italiani

La ricerca, realizzata da AstraRicerche per Unione Italiana Food su un campione rappresentativo di 1.005 italiani tra i 18 e i 70 anni, mostra quanto sia difficile separare la pasta dalla nostra quotidianità. Se sparisse dagli scaffali e dai menu, per il 51,1% degli intervistati sarebbe semplicemente impossibile immaginare una vita senza di lei. Un altro 43,8% si sentirebbe disorientato per la perdita di un alimento centrale nella propria alimentazione.

Ma il dato forse più curioso riguarda ciò che la pasta rappresenta al di là del piatto. Per il 52,5% degli italiani verrebbe a mancare soprattutto il senso di appartenenza alla cultura e alla tradizione del nostro Paese. Il 49,7% immagina una vita meno ricca dal punto di vista gastronomico e culturale, mentre il 44,3% pensa alla rinuncia alle proprie tradizioni. Per il 41,2%, senza pasta sarebbe semplicemente una vita meno italiana.

Naturalmente c’è anche il piacere di mangiare qualcosa di buono: l’82,9% degli intervistati dichiara che gli mancherebbe almeno un aspetto legato al conforto e alla gratificazione del cibo. Per il 48,8% sarebbe proprio questo uno degli aspetti più difficili da perdere.

Le risposte cambiano anche in base all’età. Tra i Boomer prevale il rimpianto per il piacere di mangiare qualcosa di buono, indicato dal 57%. La Gen Z, invece, guarda soprattutto alla praticità: per il 55% dei più giovani mancherebbe la possibilità di avere un pasto completo a costo contenuto. Tra i Millennial è più sentito il legame tra cibo e conforto emotivo.

Insomma, la pasta mette insieme gusto, abitudine e identità, ma anche esigenze molto concrete. E forse è proprio questa la sua forza: riesce a essere protagonista del pranzo della domenica e, allo stesso tempo, una soluzione semplice quando si ha poco tempo o non si vuole spendere troppo.

Non a caso, per oltre sette italiani su dieci un piatto di pasta assume un valore più profondo quando viene condiviso in famiglia. L’occasione più amata è il pranzo della domenica (54,4%), seguito dal ritorno a casa dopo un lungo viaggio (32,6%). Anche gli amici hanno un ruolo importante: i momenti di socialità e festa sono citati dal 40,6% degli intervistati.

La pasta costa troppo poco? La provocazione di Lollobrigida

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Durante la presentazione della ricerca, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha lanciato una provocazione: “la pasta costa troppo poco al consumo“, ha affermato, spiegando che la pressione sui prezzi può spingere le aziende a ridurre i costi di produzione, con possibili conseguenze sulla capacità di mantenere elevati standard qualitativi.

Il ministro ha dichiarato:

La pasta italiana compete sul mercato perché ha delle caratteristiche sue proprie che le permettono di affermarsi e di difendersi. Non tanto e non solo sul consumo interno ma anche sul consumo internazionale. Quella locuzione “made in” che nel mondo significa “fatto in” in Italia assume un’altra dimensione verticale e suggestione sul consumatore che automaticamente lo spinge a definire ciò che è made in Italy qualcosa di buono, di qualità e da comprare. È questa la ragione che ci mette in condizione di essere così competitivi sull’export. In fondo una nazione piccola come la nostra che ha più degli altri? Ha capacità tramandate nel tempo.

Il ragionamento di Lollobrigida parte da un punto preciso: dietro un pacco di pasta ci sono il lavoro agricolo, la coltivazione del grano duro, la trasformazione della materia prima e, soprattutto, le competenze di chi lavora lungo tutta la filiera. Tutto questo ha un valore e un costo. Ma la questione resta delicata, soprattutto in una fase in cui molte famiglie devono fare i conti con il costo della vita.

La ricerca mette in luce una doppia esigenza: il 70,4% degli italiani vuole che la pasta del futuro resti economicamente accessibile, mentre il 70,1% chiede che continui a rappresentare l’eccellenza alimentare italiana. Un equilibrio che riflette il valore attribuito a questo alimento: per l’85,2% degli intervistati è un simbolo del Made in Italy, ma il prezzo conta altrettanto nella vita quotidiana. Il 43,4% apprezza infatti la sua accessibilità economica, mentre il 39,6% ne valorizza il buon rapporto qualità-prezzo.

La questione, quindi, non si esaurisce nel chiedersi se la pasta costi troppo poco o troppo. Il punto è come riconoscere il valore del lavoro lungo tutta la filiera, dalla coltivazione del grano alla trasformazione, senza rendere questo alimento meno accessibile a chi lo acquista.

Non è un equilibrio semplice, soprattutto in una fase in cui le imprese devono confrontarsi con l’aumento dei costi, le tensioni internazionali e l’incertezza sui mercati delle materie prime.

Le sfide per il futuro della pasta

Se il legame con la pasta appare ancora molto forte, il settore non può però dare per scontato che le cose resteranno sempre uguali. Il 59,6% degli intervistati è fiducioso che questo alimento manterrà il proprio valore emotivo e identitario anche per le prossime generazioni, ma le condizioni in cui viene prodotto e consumato stanno cambiando.

Tra i fattori che potrebbero influenzare maggiormente il futuro della pasta, il cambiamento climatico è quello singolo più citato, con il 38% delle risposte. È un elemento particolarmente importante per un prodotto che dipende dalla disponibilità e dalla qualità del grano duro, coltura esposta alle variazioni delle condizioni meteorologiche e dei raccolti.

Gli aspetti economici sono indicati dal 38,8% degli intervistati, mentre guerre e dazi, che possono condizionare i mercati internazionali, sono citati dal 32,9%. Anche i cambiamenti nei gusti e negli stili alimentari avranno un peso: il 35,8% li considera tra i fattori destinati a incidere sul futuro del settore.

Gli italiani chiedono inoltre che la pasta sappia confrontarsi con nuove esigenze legate alla salute e alla sostenibilità, indicate dal 54,2%, e che resti aperta a nuove ricette e contaminazioni tra cucine diverse (51,8%). Il 48,1% guarda invece ai cambiamenti legati al tempo, tra pasti veloci e consumi fuori casa.

La tradizione insomma continua a contare, ma non basta da sola a garantire il futuro. Serviranno capacità di adattamento, attenzione alle materie prime e soluzioni che permettano di affrontare le trasformazioni ambientali ed economiche senza perdere di vista le esigenze dei consumatori.

L’Italia resta leader nella produzione e nel consumo di pasta

Il rapporto degli italiani con questo alimento si riflette anche nei numeri del settore. Secondo i dati diffusi da Unione Italiana Food, nel 2025 la produzione mondiale ha superato i 17,3 milioni di tonnellate e l’Italia ha mantenuto il primato con circa 4,2 milioni di tonnellate prodotte.

Siamo anche il Paese con i consumi pro capite più alti: 23,1 chili all’anno per persona. Sul fronte delle esportazioni, nel 2025 l’Italia ha venduto all’estero circa 2,46 milioni di tonnellate di pasta, per un valore vicino ai 4 miliardi di euro. La crescita è proseguita anche nel primo semestre del 2026, con un aumento dei volumi esportati del 2,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La filiera estesa, che comprende la coltivazione del frumento, l’industria molitoria e la trasformazione della pasta, ha generato nel 2025 un fatturato di 13,5 miliardi di euro e un valore aggiunto di 3 miliardi, secondo lo studio Valore Pasta realizzato da TEHA Group per Unione Italiana Food.

Tutti questi numeri raccontano il peso della pasta per l’economia italiana, ma anche la responsabilità di preservare un settore che rappresenta un’eccellenza del Made in Italy. Per affrontare le sfide dei prossimi anni, dai cambiamenti climatici ai costi di produzione, fino alle tensioni sui mercati internazionali, i pastai italiani hanno presentato un Manifesto con 10 priorità per il futuro della filiera.

Un Manifesto in 10 punti per il futuro della pasta italiana

Il World Pasta Day 2026 è anche l’occasione per guardare alle sfide che attendono il settore. I pastai italiani hanno individuato 10 priorità strategiche per il futuro della pasta italiana, con l’obiettivo di rafforzare la filiera e difendere il ruolo di questo prodotto sui mercati internazionali.

Tra i temi centrali ci sono la necessità di rendere la filiera più resiliente di fronte alle sfide climatiche ed energetiche, sostenere l’export in un contesto segnato da dazi e tensioni commerciali e investire nella ricerca, nell’innovazione tecnologica e nella formazione delle nuove generazioni.

Il manifesto richiama anche l’importanza di ridurre l’impatto ambientale della produzione, migliorare la sostenibilità degli imballaggi e promuovere un’informazione alimentare basata sulle evidenze scientifiche. Spazio inoltre all’evoluzione delle abitudini di consumo, alla tutela dell’identità della pasta italiana contro contraffazioni e Italian sounding e alla collaborazione tra industria, agricoltura, istituzioni e ricerca.

L’obiettivo dichiarato è costruire un sistema più competitivo e capace di affrontare i cambiamenti globali, mantenendo al centro la qualità e il valore della pasta italiana.

manifesto 10 priorità pasta

@Unione Italiana Food

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