Il 3 ottobre 2026 Stefano “Cisco” Bellotti, per anni voce dei Modena City Ramblers e poi cantautore solista, sarà a Faenza per ritirare il PIMI, Premio Italiano Musica Indipendente. Il riconoscimento arriva durante il MEI, il Meeting delle Etichette Indipendenti, che quest’anno festeggia l’edizione “30 e lode!” e premia un percorso che lo stesso MEI descrive come costruito sull’“indipendenza di gestione e di pensiero”.
In tre decenni da quelle parti sono passati artisti che allora avevano ancora parecchia strada davanti: Diodato, Brunori Sas, Caparezza, Baustelle. Il programma del 2026 sembra fatto apposta per ricordare quanto si sia allargata quella parola: in quattro giorni convivono liscio, rap e urban, folk, rock, cantautorato ed emergenti.
Al premio Cisco arriva con Reduci, un disco che intreccia memoria privata e collettiva: le storie delle donne della Resistenza e quelle delle persone che, in modi diversi, hanno lasciato un segno nel suo percorso. Un lavoro sostenuto direttamente dal suo pubblico.
E mentre Cisco riceve il PIMI, un altro riconoscimento va a Boicotta il palazzetto, degli España Circo Este con il Duo Bucolico: una canzone che mette nel mirino il gigantismo dei live e la progressiva erosione dello spazio lasciato a piccoli club e artisti emergenti.
È dentro questa trasformazione che abbiamo incontrato Cisco. Per capire cosa significhi oggi vivere di musica indipendente quando puoi produrre un disco insieme al tuo pubblico, pubblicarlo sulle piattaforme e, nello stesso momento, ritrovarti a dipendere da strumenti e logiche che trent’anni fa semplicemente non esistevano.
“Ho rinunciato al successo. Non tornerei mai indietro”
Il MEI ti premia per un percorso all’insegna dell’indipendenza di gestione e di pensiero. Ma l’indipendenza si misura soprattutto quando costa qualcosa: qual è la scelta più cara che hai fatto per non rinunciarci?
L’indipendenza, nel mio caso, mi è costata il successo, perché ho lasciato un gruppo all’apice della sua fama nel 2005, quando avevamo piazzato due dischi nella top 10 dei dischi italiani, quando ancora di dischi se ne vendevano.
Però sentivo che non era quello che volevo e quindi ho rinunciato probabilmente anche a dei soldi, ma quello poco mi interessa. Ho rinunciato al successo, come viene inteso normalmente in Italia musicalmente parlando, però ho guadagnato innanzitutto in salute. Lo dico sempre: probabilmente, se fossi rimasto nei Modena oggi sarei sotto terra.
E ho guadagnato in indipendenza in quello che faccio. Decido io cosa fare, quando uscire, cosa cantare e cosa non cantare nei miei dischi. Non che prima non fosse così: prima era una cosa mediata anche dal resto del gruppo, ma, essendo da solo, tutto il bene e tutto il male è colpa mia. Non tornerei mai indietro da quella scelta fatta vent’anni fa.
E questo percorso di indipendenza, a distanza di vent’anni, mi porta al MEI, un posto che io sento casa. Sarà la decima volta che ci vado per un motivo o per l’altro e questa volta per ricevere un premio che reputo importante nel panorama italiano.
Reduci è stato finanziato anche da quasi 600 persone. Il crowdfunding porta il pubblico dentro il progetto prima ancora che il disco esista. Ti è mai capitato di pensare: “questa cosa chi mi segue non se l’aspetta da me”? Quanto è libero un artista quando conosce così bene chi lo finanzia?
Chi ti segue e ha voglia di finanziarti è ovviamente una piccola parte di chi ti segue, perché non tutti partecipano ai crowdfunding. Lo fanno a prescindere, perché ti seguono, ti amano e sanno che quello che farai li soddisferà in qualche modo.
Poi magari non appieno: magari soddisfi il 90%, che credo sia il massimo che uno possa ottenere. Il 100% non esiste. Altre volte magari soddisfi il 50% o il 30%, ma questo non fa perdere la fiducia nel tuo lavoro.
Soprattutto io, quando faccio i miei dischi e le mie canzoni, prima di tutto penso che devo essere contento di quello che faccio e che deve rappresentare me stesso. In quel momento sento che non tradirò le aspettative di chi mi segue e di chi finanzia il lavoro.
Il sirtaki della rabbia e quello che diventiamo dietro uno schermo
Hai scritto Il sirtaki della rabbia pensando ai leoni del web. Oggi però quella rabbia sembra quasi il carburante dei social: ciò che provoca ottiene commenti e visibilità. Prima o poi finiamo tutti a ballare quel sirtaki, tra tasse, politica, buche. Come si può restare online senza farsi trascinare?
Io uso i social solo per lavoro. Nel mio lavoro spesso faccio anche incazzare le persone perché, sai benissimo, prendo posizione su molte cose artisticamente parlando e non tutti sono d’accordo con me. Però sono troppo legato ai miei valori, alle mie idee perché quello che succede in quel mondo virtuale possa scalfirmi.
Mi è capitato di incontrare persone che avevano scritto cose poco lusinghiere sotto i miei post e che, di persona, erano più che squisite. Quando sei davanti a una tastiera lasci andare il peggio di te e finisci per sembrare peggiore di quello che sei.
Questo non vuol dire che non sia un problema più ampio. Credo che abbiamo sempre più bisogno di impegno artistico. L’affaire Ed Sheeran lo dimostra: c’è un mondo che non si adegua alle regole del mercato. Mi dispiace che Sheeran ci sia andato di mezzo, però gli artisti che erano con lui non hanno abbassato la testa e stanno ricevendo una grande approvazione, anche sui social. I social hanno entrambe le facce.
In Italia, invece, l’impegno e la presa di posizione degli artisti, soprattutto nella musica, sono quasi scomparsi. E questa cosa mi fa veramente tristezza.
“Oggi è più semplice fare musica. Il problema è distinguere quella che vale”
Negli anni Novanta, se volevi fare musica fuori dal mainstream, dovevi trovare un’etichetta, un distributore, un locale disposto a farti suonare. Oggi puoi pubblicare da solo in un pomeriggio. Però poi devi convincere Spotify, TikTok e gli algoritmi a farti esistere. Quando eri più libero?
Io mi sono sempre sentito molto libero in entrambe le situazioni. Negli anni Novanta era più complicato arrivare al pubblico. Non dico quello di massa nazionalpopolare, perché quello è sempre complicato, ma anche semplicemente farsi conoscere. Fare un disco implicava spese economiche e collaboratori professionali di un certo tipo.
Adesso è più semplice fare la propria musica e arrivare anche a farsi conoscere da un piccolo o medio pubblico. Il problema, secondo me, è che la qualità media si è abbassata tantissimo. E non voglio dire che non ci siano cose di valore, attenzione. Però nel crescente numero di brani pubblicati fai fatica, a volte, a distinguere le cose che valgono da quelle che valgono meno, musicalmente e artisticamente parlando.
Chiamatemi boomer, chiamatemi vecchio passatista, ma quando guardo la classifica della musica italiana, purtroppo nei grandi nomi vedo una mediocrità diffusa. Una volta la canzone mediocre c’era, c’è sempre stata soprattutto in Italia, però c’era anche musica di qualità che adesso fa sempre più fatica ad arrivare a quei livelli.
Il MEI ha premiato o visto muovere i primi passi ad artisti che poi sono arrivati al grande pubblico. Quando un artista indipendente diventa molto popolare, resta indipendente? Dove passa per te il confine?
Il confine secondo me è nel modo di fare che ognuno ha. Magari c’è l’artista che parte indipendente perché in quel momento gli conviene esserlo, poi cavalca l’indipendenza per arrivare ad avere un mega contratto di una major che lo sistema per tutta la vita.
Io personalmente non ho mai ambito a questo. Sono partito da un contratto discografico con i Modena a livello nazionale: eravamo PolyGram, poi Universal. Ma io non vedevo l’ora di tornare assolutamente libero, indipendente. Non che loro mettessero il becco in quello che facevamo, ma semplicemente per essere libero di fare quello che volevo, di non avere a che fare con un mondo musicale che sentivo lontano da me anni luce.
Credo dipenda proprio da come è fatta ogni persona, da quello a cui ambisce nella vita.
Senza piccoli palchi manca la gavetta
Tu sei entrato nei Modena City Ramblers praticamente salendo sul palco di un piccolo locale. Quest’anno al MEI si parla anche della progressiva scomparsa di club e piccoli spazi. Se quei luoghi sparissero, la musica potrebbe sopravvivere unicamente di streaming?
No. Per me i musicisti prima si formano su un palco live, prima si mettono a confronto con un pubblico. Un pubblico che magari una sera li fischia, li giudica, nel bene e nel male.
Poi arriva il momento di confrontarsi con lo studio di registrazione, con la casa discografica, se arrivi ad avere una casa discografica. Però la famosa gavetta, che è un po’ sparita, secondo me è fondamentale per creare musicisti con le spalle larghe.
L’anno prossimo a febbraio compio 35 anni di carriera, quindi ne ho visti di tutti i colori. Ho conosciuto una marea di artisti, musicisti e cantanti bravissimi che nella loro vita non hanno mai combinato niente. Quindi non serve solo la bravura: serve la forza di mettersi a confronto con un pubblico, reggere quel confronto e mettere in quello che fai le tue idee, la tua personalità.
Molto spesso trovi persone di talento che però scimmiottano persone famose. Siamo pieni di musicisti bravissimi che poi fanno cover band o tribute band.
“Ti sei mai sentito obbligato a essere Cisco?”
Per oltre trent’anni il pubblico ha imparato ad aspettarsi da Cisco certe storie, certe battaglie, perfino certe canzoni. Può diventare una gabbia anche essere riconosciuti come “l’artista indipendente e impegnato”? Ti sei mai sentito obbligato a essere Cisco?
No, perché non potrei esserlo in altro modo. Però sì, rispetto al fatto che la gente poi si aspetta da te quel tipo di musica. Ogni tanto ho cercato di spiazzare artisticamente il mio pubblico nei miei dischi, nella scrittura delle canzoni. Penso a dischi come “Matrimoni e funerali” o “Indiani e cowboy”: sono album nei quali si mette in discussione prima di tutto il mondo in cui siamo cresciuti. Erano diversi dal mio solito.
Però io non potrei fare diversamente. È come chiedere a un artista di essere un’altra cosa e io non lo sono.
La coerenza, qualche volta, costa ancora qualcosa. Lo si è visto il 19 settembre 2026, quando alla Festa della Maglia e dell’Orgoglio Rossoblù di Bologna, Cisco ha cantato Bella ciao. Il Centro Bologna Clubs e l’Associazione Futuro Rossoblù hanno poi preso le distanze dai brani ritenuti di “chiara connotazione politica”. Cisco ha replicato che sulla scaletta non c’era stato alcun accordo preventivo. La polemica, a lui, ha strappato soprattutto un sorriso:
Io ci ho riso sopra: organizzate questo evento, chiamate me, cosa vi aspettate, che cambi la scaletta? Io faccio quello che ho sempre fatto.
Continuo a essere così perché diverso da così non riesco a essere. Credo che ci vorrebbero più Cisco in Italia, che magari facciano musica diversa dalla mia, cantino cose diverse, ma che esprimano la loro arte e il loro impegno in quello che fanno. C’è tanta musica vuota che non ha nulla da dire, non ha più nulla da raccontare. C’è sempre meno musica che vuole smuovere idee, smuovere proprio gli animi delle persone.
La libertà da difendere per prima
Se arrivasse qui un ragazzo di vent’anni e ti dicesse: “Voglio essere indipendente”, quale libertà gli diresti di difendere per prima?
Le proprie idee, la propria musica, la propria arte. Non scendere a compromessi, perché è la prima mossa per perdere l’indipendenza.
Noi come Modena City Ramblers ci siamo formati nel 1992, in piena era grunge, che io adoro. E però siamo usciti con un gruppo che faceva folk irlandese, cantando musica impegnata con flauti, fisarmoniche, violini. Uno avrebbe potuto dirci: “va bene, fate le vostre canzoni, però magari adeguate la musica al trend che c’è in questo momento mondiale”. Noi invece abbiamo tenuto la barra dritta, siamo rimasti noi stessi e ci siamo distinti dalla massa di quel periodo.
Oggigiorno vedo che tendono tutti ad andare dietro la massa e sono tutti uguali questi cantanti. Per me è terribile. Quando sento cantanti nuovi che non distingui l’uno dall’altro dico: “qual è il valore aggiunto alla scena culturale e musicale di questa roba?”
Se vai a prendere gli anni Novanta, quando siamo usciti noi, sono usciti i CSI, gli Afterhours, i Bluvertigo, c’erano gli Africa Unite, c’era una marea di gente che faceva musica indipendente. Ognuno era diverso dall’altro e tutti appartenevano a una sorta di unico movimento. Non c’era bisogno di imitare l’uno o l’altro, ognuno aveva la propria personalità. Quella, secondo me, è stata l’ultima vera grande onda musicale e culturale che abbiamo avuto in Italia.
Cisco il 3 ottobre tornerà dunque a Faenza, in un MEI che dice di sentire “casa”, questa volta per ritirare il PIMI. Trent’anni dopo quei primi palchi, alla domanda su quale libertà difendere per prima non cerca molto la risposta: le proprie idee. Successo, contratti e algoritmi possono ballare il sirtaki.