COP17, Greenpeace avverte: “serviranno 265 anni per tutelare il 30% degli oceani” (e a Trento nasce il Parlamento della Biodiversità)

Dovremmo riuscirci entro il 2030. In realtà, continuando a questo ritmo, potrebbero volerci altri 265 anni. È il dato allarmante che emerge dal nuovo rapporto di Greenpeace International sulla protezione degli oceani, pubblicato in occasione dell’apertura della COP17 sulla biodiversità a Yerevan, in Armenia.

Un divario enorme tra gli impegni presi dai governi e le azioni concrete per salvaguardare la vita marina. Secondo Greenpeace, infatti, appena il 3,5% degli oceani del pianeta gode oggi di una protezione completa o elevata dalle attività umane distruttive, mentre l’obiettivo internazionale è arrivare al 30% entro la fine del decennio.

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La COP17, in programma fino al 30 ottobre, rappresenta un appuntamento particolarmente importante: per la prima volta i Paesi riuniti nell’ambito della Convenzione ONU sulla diversità biologica valuteranno collettivamente i progressi compiuti rispetto ai 23 obiettivi del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, l’accordo approvato nel 2022 per arrestare e invertire la perdita di biodiversità. Tra gli impegni principali figura proprio il cosiddetto 30×30, cioè proteggere almeno il 30% delle terre e delle acque del pianeta entro il 2030.

E i primi bilanci non sono incoraggianti: secondo le valutazioni presentate in vista della conferenza, il mondo resta lontano da numerosi traguardi, complici finanziamenti insufficienti, attività produttive insostenibili e ritardi nell’attuazione delle misure concordate.

Oceani sempre più vulnerabili

Nel nuovo rapporto Well Connected, Greenpeace concentra l’attenzione sull’alto mare atlantico, ovvero sulle acque internazionali al di fuori delle giurisdizioni nazionali. È qui che, nel solo 2025, i pescherecci industriali hanno accumulato circa 1,6 milioni di ore di pesca, equivalenti a oltre 180 anni di attività continuativa.

E proprio nell’alto mare atlantico, secondo l’organizzazione, non esistono attualmente zone completamente o altamente protette, capaci di offrire alle specie marine un rifugio efficace dalle attività industriali. Le conseguenze riguardano in particolare gli animali migratori, come le megattere e le tartarughe liuto, che attraversano enormi distanze per alimentarsi e riprodursi, incontrando lungo il percorso reti da pesca, imbarcazioni commerciali e altri pericoli.

Per invertire la rotta, Greenpeace propone una rete di 17 riserve marine collegate tra loro, capace di coprire oltre il 31% dell’alto mare atlantico. Secondo le analisi contenute nel rapporto, questa rete potrebbe proteggere quasi il 45% delle aree considerate a rischio per le megattere e oltre il 35% delle zone sensibili per le tartarughe liuto, classificate come vulnerabili nella Lista Rossa dell’IUCN.

greenpeace proposte

@Greenpeace

Non si tratterebbe, dunque, di istituire semplicemente nuove aree protette sulla carta, ma di creare veri corridoi ecologici marini, in cui gli animali possano spostarsi tra habitat fondamentali senza essere continuamente esposti alle pressioni della pesca industriale.

I governi stanno procedendo troppo lentamente nella protezione dei nostri oceani. Devono creare con urgenza una rete di riserve in alto mare per raggiungere l’obiettivo del 30×30 e recuperare il tempo perso finora, denuncia Lukas Meus, responsabile della campagna oceani di Greenpeace International.

Una delle novità più importanti rispetto alle precedenti conferenze è l’entrata in vigore, il 17 gennaio 2026, del Trattato globale sugli Oceani, noto anche come accordo BBNJ, adottato dalle Nazioni Unite nel 2023. Il trattato fornisce un quadro giuridico internazionale per proteggere la biodiversità nelle acque oltre le giurisdizioni nazionali, anche attraverso l’istituzione di aree marine protette e la valutazione dell’impatto ambientale delle attività umane.

Ma l’esistenza di un accordo non significa che le riserve siano già state istituite o che la biodiversità sia automaticamente al sicuro. È necessario trasformare gli impegni in misure operative, definire le zone da tutelare e garantire regole efficaci.

Greenpeace chiede dunque ai governi riuniti in Armenia di accelerare l’attuazione degli obiettivi internazionali e invita anche l’Italia a completare la ratifica del Trattato globale sugli Oceani. Il nostro Paese lo ha firmato nel 2023, ma non aveva ancora concluso le procedure interne secondo le informazioni disponibili al momento dell’apertura della COP17.

E attenzione anche a un aspetto fondamentale: i 265 anni indicati non sono una previsione scientifica sul futuro, ma una proiezione basata sul ritmo storico di crescita delle superfici marine completamente o altamente protette, pari a circa 0,1 punti percentuali all’anno dal 1992. Un calcolo che rende evidente quanto sia necessario accelerare rispetto ai risultati ottenuti finora.

rapporto greenpeace

@Greenpeace

E intanto al MUSE di Trento nasce il Parlamento della Biodiversità

E se, mentre i governi discutono di biodiversità, potessero prendere la parola anche le specie che rischiano di scomparire? È la provocazione scientifica e culturale al centro del Parlamento della Biodiversità, il nuovo allestimento immersivo inaugurato al MUSE – Museo delle Scienze di Trento in concomitanza con la COP17 e visitabile dal 17 ottobre 2026 al 6 giugno 2027.

Lo spazio Agorà si trasforma in un’assemblea plenaria con 93 postazioni e 186 specie rappresentate, suddivise in nove grandi biomi, dalle foreste tropicali agli oceani, dai poli alle montagne. Animali, piante, funghi e microrganismi diventano simbolicamente delegati politici degli ecosistemi che abitano, presentando attraverso installazioni e strumenti interattivi le loro esigenze, denunce e proposte. Tra i protagonisti ci sono l’okapi, il narvalo, il tricheco e persino il tilacino, marsupiale ormai estinto. Anche Homo sapiens trova posto nell’assemblea, ma senza essere l’unico protagonista.

Un esperimento che invita i visitatori a cambiare prospettiva e a interrogarsi su cosa significhi prendere decisioni tenendo conto anche delle altre forme di vita.

Il Parlamento della Biodiversità ci dà l’opportunità di sederci e sentirci, almeno per una volta, al pari di tutti i viventi, spiegano i curatori della mostra.

Pensiamoci: forse è proprio questo il messaggio che dovrebbe accompagnare anche i negoziati internazionali: la biodiversità non è soltanto un insieme di numeri, percentuali e obiettivi da raggiungere, ma una comunità vivente di cui facciamo parte. E proteggerla significa, inevitabilmente, proteggere anche il nostro futuro.

QUI il report completo di Greenpeace.

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