Cosa possono insegnarci i gatti sul cancro: la nuova mappa genetica sorprende i ricercatori

Dentro quasi cinquecento tumori di gatto, i ricercatori hanno continuato a incontrare un gene che conosciamo molto bene anche noi: TP53. Era mutato nel 33% dei tumori felini analizzati. Nei grandi studi sul cancro umano citati dagli autori compare nel 34%. Un punto percentuale di differenza, abbastanza per guardare con un certo interesse quel felino che nel frattempo sta probabilmente dormendo sopra qualcosa che ci serve.

Il dato arriva da The oncogenome of the domestic cat, uno studio pubblicato su Science. Un gruppo internazionale guidato dal Wellcome Sanger Institute ha analizzato 493 tumori appartenenti a 13 tipi diversi di cancro, confrontando per ogni animale il tessuto malato con quello sano. I campioni provenivano da gatti domestici di cinque Paesi ed erano già stati raccolti dai veterinari per scopi diagnostici.

Il risultato è la prima grande mappa genetica di diversi tumori felini. E dentro quella mappa compaiono parecchi indirizzi già presenti nella nostra.

Quel TP53 che fa da freno alle cellule

Per capire perché il 33% sia interessante serve fare amicizia per qualche riga con la genetica. Le nostre cellule possiedono geni che regolano quando crescere, quando dividersi e quando fermarsi. TP53 è una specie di controllo di sicurezza: quando una cellula accumula danni nel DNA può rallentarne la crescita, permettere la riparazione o, nei casi peggiori, spingerla verso la morte cellulare. Se quel sistema viene alterato, una cellula danneggiata può avere più possibilità di continuare a moltiplicarsi.

TP53 è infatti uno dei geni più frequentemente mutati nei tumori umani. Nei gatti dello studio succede qualcosa di sorprendentemente simile: era il gene mutato più spesso, presente nel 33% dei tumori contro circa il 34% osservato nel confronto pan-cancer umano utilizzato dai ricercatori.

E non c’era soltanto lui. Gli scienziati hanno identificato 31 geni driver. Il nome sembra quello di qualcuno al volante, e per una volta rende abbastanza bene l’idea: sono geni le cui alterazioni possono contribuire a “guidare” la crescita del tumore. Tra i cambiamenti più frequenti sono comparsi anche la perdita di PTEN e FAS e l’aumento delle copie di MYC, alterazioni note anche in diversi tumori umani.

Questo, chiaramente, non significa che il cancro del gatto e quello umano siano la stessa malattia con due quantità diverse di pelo. Significa che alcuni dei meccanismi molecolari utilizzati dalle cellule tumorali sembrano conservarsi tra le due specie. Ed è lì che la faccenda diventa utile.

Nel tumore mammario dei gatti c’è un gene che interessa parecchio

Un risultato particolarmente interessante riguarda il carcinoma mammario felino, una forma aggressiva di tumore. In questi campioni i ricercatori hanno individuato sette geni driver e uno spiccava nettamente sugli altri: FBXW7 era alterato in oltre la metà dei tumori mammari analizzati.

Anche nell’uomo alterazioni di FBXW7 compaiono nel carcinoma della mammella e sono state associate, in alcuni casi, a una prognosi peggiore. Gli scienziati hanno quindi fatto un passo successivo. Da alcuni tumori felini hanno ottenuto dei tumoroidi: piccoli aggregati tridimensionali di cellule tumorali coltivati in laboratorio. Possiamo immaginarli come minuscoli modellini del tumore, utili per vedere come le cellule reagiscono a determinate sostanze senza partire direttamente da un animale o da una persona.

Hanno confrontato tre linee con FBXW7 mutato e tre senza quella mutazione. Le prime sono risultate più sensibili a vincristina e vinorelbina, due farmaci chemioterapici già esistenti.

Qui il risultato si ferma, almeno per ora, al laboratorio. Sei linee cellulari sono una pista, non una terapia pronta da mettere nella borsa del veterinario. Servono campioni più grandi e studi clinici per capire se la stessa risposta si verifichi nei gatti malati. Gli autori hanno però trovato qualcosa di molto concreto da inseguire: una determinata mutazione potrebbe rendere alcuni tumori più vulnerabili a farmaci specifici.

Il vantaggio dei gatti? Vivono esattamente dove viviamo noi

Poi c’è un elemento che nel DNA non entra tutto: un gatto domestico passa la propria vita nel nostro stesso ambiente. Respira l’aria delle nostre case, può essere esposto agli stessi inquinanti e condivide una parte delle condizioni ambientali in cui viviamo. I suoi tumori, inoltre, si sviluppano spontaneamente durante la vita. Per questo i ricercatori vedono nei gatti un modello interessante da affiancare agli animali utilizzati tradizionalmente in laboratorio.

La differenza si è vista anche nei tumori della pelle. In alcuni carcinomi squamocellulari felini sono comparse firme genetiche lasciate dai raggi ultravioletti: schemi di mutazioni che gli scienziati possono riconoscere quasi come un’impronta del danno subito dal DNA. Meccanismi analoghi sono ben documentati nei tumori cutanei umani. Lo studio ha trovato anche sequenze di papillomavirus in alcuni campioni, mostrando quanto possano intrecciarsi genetica, infezioni e ambiente.

È uno dei motivi per cui questo campo viene chiamato One Medicine: medicina umana e veterinaria smettono, almeno nei dati, di comportarsi come due stanze con la porta chiusa.

La ricerca può servire anche ai gatti, possibilmente prima di noi

C’è infatti un rischio abbastanza umano nel raccontare studi del genere: interessarci improvvisamente ai tumori felini soltanto quando scopriamo che potrebbero essere utili per curare i nostri. La mappa è preziosa innanzitutto perché dei tumori dei gatti conosciamo ancora molto meno rispetto a quelli umani e persino a quelli dei cani. Prima di questo studio, le analisi genetiche sui tumori felini erano spesso limitate a pochi animali e a singoli tipi di cancro.

I ricercatori hanno anche cercato mutazioni considerate “actionable”, cioè alterazioni per le quali nell’oncologia umana esiste già un possibile bersaglio farmacologico. Ne hanno trovata almeno una in 67 tumori su 493, circa il 14%. Tra i geni coinvolti figurano PIK3CA, KIT, FBXW7, PTEN e NF1. Quel 14% non significa che oggi esista già una terapia adatta al 14% dei gatti con un tumore. Significa che, invece di procedere completamente al buio, i ricercatori hanno trovato 67 punti della mappa sui quali vale la pena accendere una torcia.

Ed è forse questa la parte più interessante. Un farmaco sviluppato per l’uomo potrebbe rivelarsi utile contro una mutazione presente anche nel gatto; studiando la risposta dei tumori felini possiamo, a nostra volta, raccogliere informazioni su meccanismi presenti nei nostri. La strada va in entrambe le direzioni.

Per anni abbiamo studiato poco il cancro nei gatti. Ora abbiamo 493 tumori mappati, 31 geni driver e alcune somiglianze con i nostri tumori abbastanza precise da meritare attenzione. Loro continueranno a comportarsi come se fosse tutto perfettamente irrilevante. Su questo, almeno, nessuna mutazione genetica sembra aver prodotto grandi cambiamenti.

Fonte: Science 

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