Sul fondo del Mar Baltico l’ossigeno diminuisce. Pochi metri più in alto, questa mancanza cambia anche chi riesce a mangiare chi: quando la saturazione scende al 30%, lo spinarello riduce del 68% la predazione sulle larve di Mnemiopsis leidyi, il ctenoforo invasivo soprannominato “cannibale del mare”.
A misurare questo meccanismo è stato uno studio pubblicato sul Journal of Plankton Research da un gruppo guidato dalla Technical University of Denmark. È la prima prova sperimentale che lo spinarello a tre spine, Gasterosteus aculeatus, può nutrirsi delle minuscole larve di Mnemiopsis leidyi. Ed è anche la prova di quanto facilmente questo servizio gratuito possa incepparsi.
Con poco ossigeno lo spinarello lascia il tavolo
I ricercatori hanno lavorato in laboratorio con larve grandi circa 400 micrometri, meno di mezzo millimetro. Gli spinarelli sono stati osservati prima in acqua con una normale disponibilità di ossigeno, poi in acqua al 30% della saturazione: un’ipossia moderata, quindi, lontana dall’assenza totale di ossigeno delle zone morte.
Nel secondo caso il consumo delle larve di Mnemiopsis è diminuito del 68%. Quello del copepode Acartia tonsa, un piccolo crostaceo dello zooplancton, è crollato del 69%. Il dettaglio ha un certo peso. Spinarelli e ctenofori mangiano entrambi questi copepodi: quando il pesce rallenta, lascia agli esemplari adulti del “cannibale del mare” una porzione maggiore della stessa dispensa. Meno predazione sulle larve, meno concorrenza sul cibo. Una doppia cortesia che lo spinarello difficilmente aveva intenzione di fare.
Lo studio ha isolato un passaggio preciso in condizioni controllate. Certo, non dimostra che Mnemiopsis leidyi stia invadendo ogni angolo del Baltico né misura direttamente un aumento della sua popolazione in mare. Temperatura, salinità, correnti, disponibilità di prede e concentrazioni di ossigeno cambiano continuamente. Tuttavia, il laboratorio ha mostrato quale porta può aprire l’ipossia; per capire quante larve riescano davvero ad attraversarla serviranno osservazioni sul campo.
Perché lo chiamano “cannibale del mare”
Mnemiopsis leidyi sembra una piccola medusa trasparente attraversata da riflessi iridescenti. Appartiene però agli ctenofori e non possiede le cellule urticanti tipiche delle meduse. È originaria delle coste atlantiche americane e ha colonizzato numerose acque europee, compreso il Baltico occidentale, dove viene osservata dalla metà degli anni Duemila.
Mangia zooplancton, uova e larve di pesci, cresce rapidamente e può produrre grandi aggregazioni. Poi c’è la faccenda che le ha fatto guadagnare il soprannome.
Uno studio pubblicato su Communications Biology, basato su osservazioni nel fiordo di Kiel e prove di laboratorio, ha mostrato che gli adulti possono divorare le proprie larve quando il cibo comincia a scarseggiare. Le grandi proliferazioni di fine estate consumano velocemente le prede disponibili; a quel punto la nuova generazione può trasformarsi in una riserva nutritiva per quella precedente. Famiglia, sì, purché resti qualcosa da mangiare.
Questo cannibalismo aiuta gli adulti ad accumulare risorse e a superare periodi sfavorevoli, compresi gli inverni dei loro habitat più settentrionali. Una strategia particolarmente utile per un organismo privo di uova resistenti, cisti o altri stadi specializzati per attendere tempi migliori sul fondale.
Aringhe e zooplancton dentro la stessa rete
Il rischio per le specie autoctone passa soprattutto dal cibo. Mnemiopsis leidyi consuma copepodi e altri organismi planctonici necessari anche alle larve di molti pesci. A questa competizione può aggiungersi la predazione diretta.
Nel 2024 un esperimento ha dimostrato che il ctenoforo riesce a catturare e digerire le larve di aringa baltica ancora dotate di sacco vitellino. Gli esemplari più grandi risultavano più efficienti, mentre le aringhe diventavano meno vulnerabili crescendo. Gli autori hanno precisato che l’effetto sulle popolazioni selvatiche dipende dalla sovrapposizione, nello stesso luogo e nello stesso momento, tra grandi quantità di ctenofori e larve di pesce. Il rischio esiste; il conto per la pesca non si ricava da una vasca di laboratorio.
Nel Baltico, però, quella sovrapposizione avviene dentro un ecosistema già indebolito dall’eutrofizzazione. Gli apporti eccessivi di azoto e fosforo alimentano la crescita di alghe e fitoplancton; quando questa materia organica si decompone, i microrganismi consumano ossigeno. La particolare stratificazione delle acque e lo scarso ricambio dei bacini profondi fanno il resto.
Secondo HELCOM, la Commissione per la protezione del Mar Baltico, nessuna delle aree profonde valutate nel Baltico propriamente detto e nel bacino di Bornholm raggiunge le soglie previste per un buono stato ambientale. Il “debito di ossigeno” è aumentato dall’inizio del Novecento e il peggioramento ha accelerato dagli anni Novanta.
L’ipossia danneggia pesci e organismi del fondale, modifica i cicli dei nutrienti e può liberare dai sedimenti nuovo fosforo, alimentando ancora l’eutrofizzazione. Ora sappiamo che può anche rendere meno efficace la predazione dello spinarello sulle larve di Mnemiopsis leidyi. Il “cannibale del mare” non ha conquistato il Baltico. L’acqua povera di ossigeno, però, sta facendo spazio.