Così le donne indigene del Brasile proteggono la loro foreste conservando semi e praticando agroecologia. In arrivo una mappa mondiale per promuoverle

Nel Pará, in Brasile, le donne hanno un ruolo centrale nell’agricoltura e nella difesa dei territori. Nel distretto di Nawalparasi, in Nepal, gruppi di abitanti gestiscono direttamente le loro foreste comunitarie. Altrove si conservano semi, si pratica agroecologia, si difendono terre minacciate dall’estrazione di risorse. Esperienze lontane migliaia di chilometri che presto dovrebbero finire nello stesso posto: una mappa mondiale delle soluzioni locali per foreste, clima e biodiversità.

La Global Forest Coalition, una coalizione internazionale di ONG e organizzazioni dei Popoli indigeni che lavora sui diritti delle comunità legate alle foreste, ha annunciato il progetto Gender-Just Real Solutions Map for Forests and Communities: il lancio è previsto per novembre 2026. Per ora si stanno costruendo criteri, metodologia e prime schede insieme alle organizzazioni che lavorano nei territori.

Alla costruzione della mappa partecipano gruppi di Bangladesh, Brasile, Colombia, Cile, Repubblica Democratica del Congo, Honduras, Nepal, Panama e Zambia, insieme a reti regionali e internazionali. Il lavoro viene portato avanti con il Critical Geography Collective e con il sostegno di Bread for the World e Rosa Luxemburg Foundation.

Non sarà una collezione di puntini verdi

L’idea è evitare la classica mappa dove si clicca su una bandierina, compare il nome di un progetto e finisce lì. Ogni voce dovrebbe raccontare cosa sta facendo una comunità, chi partecipa, dove, da quanto tempo e quali condizioni hanno permesso a quell’esperienza di esistere. Dentro potranno entrare pratiche di agroecologia, protezione delle foreste, saperi tradizionali, forme di sostentamento locale e territori difesi dalle attività estrattive.

Durante tre incontri online svolti tra luglio e agosto, le organizzazioni coinvolte hanno stabilito un principio abbastanza netto: le iniziative dovranno essere concrete e radicate in un territorio. Niente ricette confezionate da replicare identiche da un continente all’altro. Il terreno, le persone, i rapporti di potere e perfino gli ostacoli cambiano. La soluzione universale pronta per l’esportazione può quindi accomodarsi fuori dalla porta.

C’è però una cautela che evita di trasformare il progetto in qualcosa che ancora non è. La definizione di Real Solutions, “soluzioni reali”, appartiene alla cornice adottata dalla stessa Global Forest Coalition. I criteri di inclusione ed esclusione sono ancora in fase di validazione e le prime voci della mappa non sono state pubblicate. Non siamo quindi davanti a una classifica scientifica delle politiche climatiche più efficaci, bensì a uno strumento costruito per documentare e condividere pratiche che la rete identifica come comunitarie, territoriali e rispettose dei diritti.

“Gender-just” significa anche chiedere chi decide

La parte forse più interessante arriva prima ancora di parlare di alberi. Per stabilire se un’esperienza possa essere considerata davvero equa dal punto di vista di genere, il gruppo non vuole limitarsi a contare quante donne partecipano a una riunione. Vuole guardare chi svolge il lavoro, compreso quello domestico e di cura, chi prende le decisioni, chi controlla la terra, le risorse e il reddito.

Jaqueline Santos, della brasiliana FASE, ha portato l’esempio del Pará, dove le donne hanno un ruolo importante nell’agricoltura e nella protezione dei territori, ma nelle zone rurali possono incontrare enormi difficoltà nell’accedere ai sistemi formali di sostegno quando subiscono violenza. Da anni la stessa FASE lavora con gruppi di produttrici e realtà agroecologiche nello Stato brasiliano, legando autonomia economica e organizzazione delle donne.

Dal Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, Ariella Kabunga del PIDP ha posto un altro limite molto concreto: avere leggi formalmente attente alla parità serve poco se le donne vengono invitate ai tavoli senza poter incidere sulle decisioni. La partecipazione, nella logica con cui si sta costruendo la mappa, deve comprendere anche potere effettivo, responsabilità e possibilità di orientare le scelte della comunità.

Anche in Nepal questo rapporto tra foreste e autonomia passa direttamente attraverso l’organizzazione locale. La Federation of Community Forestry Users Nepal, una delle realtà coinvolte nel progetto, lavora da decenni con gruppi di utenti delle foreste comunitarie. In alcune esperienze le donne gestiscono direttamente attività agroforestali, partecipano alle decisioni e organizzano produzione e raccolta. In una foresta comunitaria del distretto di Makawanpur, per esempio, un gruppo composto da quaranta donne ha avviato la coltivazione della curcuma su un’area precedentemente inutilizzata.

Sulla mappa finiranno anche le cose che fanno fallire le soluzioni

Raccontare soltanto le esperienze riuscite avrebbe prodotto una bella vetrina. Il progetto vuole invece registrare anche ciò che le rende fragili o impedisce loro di crescere. Durante la costruzione della metodologia sono emersi progetti estrattivi, accaparramento delle terre, norme patriarcali, apparati legislativi ereditati dal colonialismo, burocrazia, scarsità di finanziamenti e criminalizzazione di chi difende l’ambiente.

È un’impostazione che la Global Forest Coalition porta avanti da tempo. Nel rapporto From False Solutions to Transformative Change, pubblicato a gennaio 2026, la rete aveva raccolto casi da Bangladesh, Bolivia, Cile, Marocco, Panama e Zambia proprio per mostrare insieme le iniziative comunitarie e le condizioni economiche e politiche che possono ostacolarle.

La nuova mappa prova a trasformare quel lavoro in uno strumento consultabile e destinato a crescere. Le organizzazioni e i gruppi comunitari possono già proporre iniziative da valutare per l’inserimento e, dopo il lancio di novembre, il database dovrebbe continuare ad aggiornarsi.

Quando sarà online, quindi, sulla schermata dovrebbero comparire foreste, campi, comunità, gruppi di donne e territori molto diversi tra loro. Dietro ogni punto, però, ci sarà anche tutto quello che normalmente scompare dalle mappe: chi possiede la terra, chi lavora, chi decide, chi riesce a restare e chi deve difendersi per continuare a farlo. Forse è proprio per questo che, prima di tracciare i confini, hanno cominciato dalle persone.

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