L’olio italiano si trova davanti a una situazione tutt’altro che semplice. Mentre si avvicina la nuova campagna olearia, nei magazzini del nostro Paese restano ancora grandi quantità di prodotto della stagione precedente e, nello stesso tempo, i prezzi riconosciuti all’origine sono scesi drasticamente.
A fotografare la situazione ci sono i dati del sistema informativo agricolo nazionale, aggiornati anche nelle ultime settimane. A fine luglio nei depositi italiani risultavano 233.377 tonnellate di oli di oliva, il 43,9% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, secondo l’ultimo report “Frantoio Italia” dell’ICQRF, l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari del Ministero dell’Agricoltura.
Ma le scorte, nel frattempo, sono diminuite. All’inizio di settembre nei silos italiani restavano ancora quasi 200mila tonnellate di olio, di cui circa 88mila di extravergine, secondo i dati riferiti da Felice Assenza, capo dipartimento ICQRF del MASAF, durante il convegno “L’Isola del Tesolio”.
Il problema delle scorte di olio italiano
A fine giugno le giacenze complessive erano infatti pari a 258.480 tonnellate, scese a 233.377 a fine luglio. All’inizio di settembre si è arrivati invece a un livello vicino alle 200mila tonnellate.
Il problema non è dunque che l’olio sia fermo in modo assoluto: le scorte stanno diminuendo, ma rimangono elevate mentre la nuova campagna olearia è ormai alle porte.
E questo può creare una pressione sul mercato, perché produttori e operatori della filiera devono trovare spazio per il nuovo olio mentre una parte consistente di quello della campagna precedente è ancora presente nei depositi.
Il prezzo dell’extravergine all’origine è quasi dimezzato
Alle scorte elevate si aggiunge un’altra difficoltà per produttori e frantoi: il forte calo delle quotazioni. Secondo i dati ISMEA, nel luglio 2026 il prezzo medio nazionale dell’olio extravergine di oliva all’origine è stato di 5,12 euro al chilogrammo, con una diminuzione del 15,2% rispetto a giugno e del 46,7% rispetto a luglio 2025.
È importante chiarire cosa significa questo numero. Si tratta di un prezzo medio all’origine, quindi non del prezzo che troviamo al supermercato. E non esiste un unico prezzo dell’olio italiano, le quotazioni cambiano in base alla zona, alla qualità, all’origine e alla denominazione.
Il dato restituisce però con chiarezza la direzione del mercato: rispetto a un anno fa, l’extravergine viene oggi scambiato all’origine a valori molto più bassi.
Un prezzo più basso non è necessariamente una cattiva notizia per chi acquista. In teoria, infatti, una riduzione delle quotazioni all’origine potrebbe contribuire nel tempo a rendere meno costoso anche l’olio sul mercato.
Per chi lo produce, però, la situazione è molto diversa. L’olivicoltura italiana deve fare i conti con costi di raccolta, manodopera, energia, trasporti e gestione degli oliveti che non scompaiono quando il prezzo dell’olio scende. E il problema è particolarmente delicato per le realtà caratterizzate da piccoli appezzamenti e oliveti tradizionali, dove la meccanizzazione della raccolta è più difficile.
Quando le quotazioni scendono mentre i costi rimangono elevati, i margini economici dei produttori possono quindi ridursi sensibilmente.
Il Comitato “Orgoglio Olivicolo” ha portato queste difficoltà anche al tavolo istituzionale. Il 6 settembre, a Taranto, una delegazione ha incontrato il sottosegretario all’Agricoltura Patrizio La Pietra per discutere della situazione di produttori e frantoi, delle tensioni finanziarie lungo la filiera e delle possibili misure di sostegno.
La concorrenza estera aumenta la pressione
In un mercato europeo nel quale le quotazioni sono scese, il prodotto italiano deve inoltre confrontarsi con quello proveniente da altri grandi Paesi produttori, in particolare Spagna e Grecia.
Ma anche qui è importante non ridurre tutto alla semplice contrapposizione tra “olio italiano” e “olio straniero”. Le differenze di prezzo dipendono da molti fattori: costi di produzione, rese, dimensione delle aziende, organizzazione della filiera, caratteristiche degli oliveti e condizioni di mercato.
Il problema segnalato dai produttori è quindi soprattutto quello della difficoltà di sostenere i costi dell’olivicoltura italiana quando le quotazioni all’origine scendono così tanto.
Il Comitato “Orgoglio Olivicolo” parla inoltre di condizioni di mercato che penalizzerebbero il prodotto nazionale rispetto a quello proveniente dall’estero e denuncia l’ingresso di olio a prezzi particolarmente bassi.
Cosa chiedono i produttori
Di fronte a questa situazione, Orgoglio Olivicolo ha chiesto al Governo misure di sostegno per la filiera, compreso un confronto con la grande distribuzione e interventi per favorire lo smaltimento delle scorte e affrontare la nuova campagna.
Tra le richieste avanzate dal Comitato ci sono un tavolo permanente con le principali catene della grande distribuzione, misure per favorire lo smaltimento delle giacenze e un prezzo di acquisto che permetta almeno di coprire i costi sostenuti dagli agricoltori.
Le richieste arrivano in un momento particolarmente delicato: da una parte ci sono ancora grandi quantità di olio nei depositi, dall’altra i produttori devono prepararsi a una nuova stagione sostenendo nuovamente i costi della raccolta e della trasformazione.
Cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi
La situazione dei prossimi mesi dipenderà soprattutto dall’incontro tra scorte ancora presenti, quantità della nuova produzione e andamento delle quotazioni.
Bisognerà capire quanto prodotto riuscirà effettivamente a essere venduto prima che entri sul mercato quello della nuova campagna e quale sarà la quantità della prossima produzione. Solo allora sarà possibile valutare meglio se l’attuale pressione sulle quotazioni sarà temporanea oppure se si prolungherà anche nei prossimi mesi.
Per ora i dati raccontano però una situazione precisa: le giacenze di olio in Italia, pur essendo diminuite rispetto ai mesi precedenti, restano elevate alla vigilia della nuova campagna, mentre il prezzo medio dell’extravergine all’origine è sceso del 46,7% in un anno.
E proprio mentre sugli scaffali dei supermercati continuiamo a vedere bottiglie a prezzi molto diversi tra loro, alla base della filiera italiana si sta giocando una partita importante: quella della sostenibilità economica di chi quell’olio lo produce.