Da “La strada” ai palazzi del potere: il libro di Augusto Rubei non è solo un inno al riscatto sociale, ma anche speranza per i ragazzi che vivono ai margini

“Quando mi chiedono cosa mi abbia dato la borgata io rispondo sempre la stessa cosa: tutto. E quando mi chiedono cosa mi abbia tolto, rispondo ancora la stessa cosa: tutto”.

Dentro questa contraddizione c’è praticamente per intero La strada , il primo libro di Augusto Rubei, che proprio sulle nostre pagine ha iniziato il suo percorso da giornalista nel lontano 2009, pubblicato da Piemme e liberamente ispirato alla sua vita.

Già, perché quella raccontata in quasi 200 pagine che leggi tutte d’un fiato non è semplicemente la storia di qualcuno che “ce l’ha fatta”. È soprattutto quella di un bambino cresciuto a San Basilio, nella periferia nord-orientale di Roma e di quanto possa essere davvero sottile, in certi luoghi e in certe vite, il confine tra ciò che si diventa e ciò che si sarebbe potuti diventare.

Il protagonista è Pietro, per tutti Pietruccio, goffo e impacciato. Cresce in una borgata dove l’infanzia sembra finire prima che altrove, con attorno ragazzi destinati a prendere strade molto diverse, ma spesso accomunati dalla stessa mancanza di possibilità: famiglie fragili e violenza e poi droga e carcere e assenze. E poi c’è, appunto, la strada.

San Basilio senza romanticismo

Il San Basilio raccontato da Augusto Rubei è quello di venti o trent’anni fa: un ambiente in cui crescere vuol dire innanzitutto imparare molto presto a interpretare persone e pericoli. Nel suo scritto, Rubei non mira a rendere romantica la borgata, anzi: la strada è una scuola, certo, ma è una scuola che presenta il conto. È così che Pietruccio impara presto a difendersi, a non fidarsi delle apparenze, a capire quando è il momento di parlare e quando quello di tacere. Ma vede anche amici e conoscenti sparire, uno dopo l’altro, dentro traiettorie che sembrano già decise.

Tra le pagine compare una distinzione durissima: quella tra i “graziati”, i ragazzi che almeno una famiglia ce l’hanno, e i “condannati”, quelli cresciuti praticamente senza nessuna rete.

Senza amore. Senza guida. Senza nessuna possibilità, neanche minuscola, neanche storta, di farcela, scrive Rubei.

Un racconto autobiografico? Certo, ma non solo. Dietro Pietro emerge una domanda enorme: quanto del nostro futuro dipende davvero dal talento o dalla forza di volontà e quanto, invece, dal luogo, dalla famiglia e dalle opportunità che troviamo alla partenza?

Quando la strada decide chi si salva e chi no

A un certo punto del libro arriva una frase che spazza via molta della retorica costruita negli anni attorno alle periferie:

La strada non ragiona in termini morali, ragiona in termini statistici. Ogni anno si mangia una quota di ragazzi.

Alcuni riescono a uscire. Altri restano incastrati. E per Pietro il momento di rottura arriva a quindici anni, durante una perquisizione del furgone del padre, soprannominato “il Mozzarella”, commerciante di formaggi che si sveglia all’alba per andare dai produttori e poi montare il banco al mercato.

È il “giorno più buio”, quello dopo il quale la vita sembra stringersi improvvisamente attorno al protagonista. Da quel momento diventa sempre più chiaro che esistono due possibilità: accettare il percorso che il contesto sembra aver preparato per lui oppure cercare un varco e attraversarlo.

Pietruccio sceglie il secondo. Non senza inciampi e nemmeno grazie a qualche improvvisa trasformazione da romanzo di formazione. Piuttosto cominciando, passo dopo passo, ad avvicinarsi a mondi che fino a poco prima sembravano appartenere a un altro universo.

Da San Basilio a Montecitorio

In questo momento, la biografia del protagonista e quella dell’autore finiscono inevitabilmente per avvicinarsi. Rubei ha lavorato nel mondo della comunicazione politica e istituzionale ed è stato portavoce del Ministero della Difesa e del Ministero degli Affari Esteri. Nel romanzo, Pietro passa invece dalle strade di San Basilio al Transatlantico della Camera dei deputati, alle riunioni con giornalisti e intellettuali, fino alle stanze nelle quali si muovono alcune delle figure più importanti della politica italiana.

Un salto sociale enorme, ma che non porterà a una cancellazione del passato. Più Pietro entra in ambienti apparentemente lontanissimi dalla borgata, più diventa evidente che San Basilio continua a seguirlo. Nei modi di osservare le persone, nella capacità di leggere rapidamente una situazione, nella diffidenza, nella fame di possibilità e persino in quella sensazione difficile da scrollarsi di dosso di essere entrato in un luogo nel quale, almeno sulla carta, uno come lui non avrebbe dovuto trovarsi.

Il riscatto, allora, consiste probabilmente nell’arrivare lontano senza sentire il bisogno di nascondere il punto dal quale si è partiti.

Il mito del “se vuoi, puoi”

È anche per questo che sarebbe riduttivo leggere il libro come l’ennesima storia edificante fondata sul principio del “se vuoi davvero qualcosa, puoi ottenerla”. Non tutti ce la fanno. E Rubei lo scrive senza troppi giri di parole. Attorno a Pietro ci sono ragazzi che non hanno avuto lo stesso finale. Persone assorbite dalla droga, dalla violenza, dal carcere o dalla morte. E la loro presenza impedisce alla storia di trasformarsi completamente nella celebrazione dell’uomo che si è costruito da solo.

Pietro riesce a passare attraverso quel varco. Altri no. Tutto qui. Quello che passa da La strada è che non basta raccontare chi è riuscito a uscire dalla periferia. Bisogna continuare a domandarsi quanti talenti, vite e possibilità perdiamo lungo il percorso semplicemente perché quel famoso varco, per qualcuno, non si apre mai.

La strada di Augusto Rubei è pubblicato da Piemme, conta 192 pagine ed è in libreria dal 29 settembre 2026.

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