Dagli scarti della liquirizia un packaging tutto italiano che può far durare più a lungo le fragole

La peluria che resta attaccata alle radici di liquirizia dopo la lavorazione potrebbe avere un destino più utile del cumulo degli scarti: finire dentro il packaging delle fragole e aiutarle a resistere più a lungo alla muffa. È quello che sta facendo Alkelux, startup deeptech nata a Sassari, con un additivo a base di nano-polymer dots ricavati proprio da questo sottoprodotto della filiera.

Nei nuovi test comunicati dall’azienda, l’additivo ha mostrato attività contro virus, batteri e funghi. Il risultato più interessante per la frutta fresca riguarda però la Botrytis cinerea, la comune muffa grigia: utilizzato da solo, il materiale ha inibito la crescita del micelio fungino fino a 14 giorni. Una volta incorporato nel film plastico destinato al packaging, l’effetto è rimasto per circa 8-9 giorni.

Quegli 8-9 giorni contano soprattutto perché riguardano il materiale finito. Un principio attivo può funzionare bene in laboratorio e perdere efficacia quando viene mescolato a un polimero e sottoposto ai processi di produzione del packaging. Qui l’attività antifungina si riduce rispetto all’additivo puro, ma resta presente anche dopo l’incorporazione nel film.

Dalla peluria della liquirizia a una polvere antimicrobica

La materia prima arriva da una parte della radice di liquirizia che ha avuto finora una carriera industriale piuttosto modesta. La peluria non viene utilizzata per estrarre i principi destinati al settore farmaceutico o dolciario e può essere triturata nei campi oppure gestita come residuo.

Alkelux la utilizza per produrre nano-polymer dots, nanoparticelle a base carboniosa che vengono poi incorporate nei materiali destinati agli imballaggi. Sul sito del progetto l’azienda indica come applicazione principale il packaging attivo per fragole, mirtilli e altri prodotti ortofrutticoli e riferisce, nei test condotti finora, fino a una settimana di conservazione aggiuntiva rispetto alle confezioni tradizionali.

L’idea del packaging attivo è semplice da capire: la confezione smette di fare soltanto da barriera e partecipa alla conservazione del prodotto, per esempio rallentando la proliferazione dei microrganismi responsabili del deterioramento. Nel caso delle fragole il bersaglio principale è particolarmente ostinato. La Botrytis cinerea è uno dei funghi che più facilmente colonizzano i piccoli frutti, dove basta poco perché la classica peluria grigia trasformi una vaschetta ancora vendibile in una candidata al bidone dell’umido.

Cosa hanno mostrato i test

Oltre all’attività antifungina, i test riferiti da Alkelux hanno rilevato un effetto inibitorio nei confronti di batteri Gram-positivi e, su specifici virus utilizzati nelle prove, una riduzione della carica virale fino al 98%. Per il packaging delle fragole, il dato più direttamente utile resta quello sui funghi e sulla capacità del materiale di continuare a funzionare dopo l’incorporazione nella plastica.

L’azienda parla anche di fragole che possono durare fino a tre volte più a lungo rispetto a quelle conservate in confezioni tradizionali. È un risultato ottenuto nei test condotti sulla tecnologia e non significa che ogni vaschetta acquistata domani possa automaticamente passare da tre a nove giorni: temperatura, maturazione del frutto, umidità e condizioni di trasporto continuano ad avere il loro peso. Qui però non siamo davanti soltanto alla polvere antimicrobica osservata in provetta: l’effetto è stato verificato anche dopo il suo inserimento nel materiale destinato all’imballaggio.

Ora bisogna produrne tonnellate, non grammi

Il passaggio successivo è industriale. Alkelux lavora attualmente su quantità da laboratorio e ha programmato un impianto pilota a Sassari che dovrebbe portare la capacità produttiva dagli attuali 10 chilogrammi a circa 4,5 tonnellate di additivo all’anno. Un salto necessario per capire come la tecnologia si comporterà quando produzione, lavorazione delle plastiche e volumi cambieranno scala.

L’azienda sta valutando applicazioni anche nel packaging della carne, nella panificazione e nei dispositivi monouso biomedicali, ma per ora le fragole restano il banco di prova più avanzato.

C’è poi il normale percorso richiesto a qualsiasi materiale destinato al contatto con gli alimenti, particolarmente importante quando entrano in gioco particelle di dimensioni nanometriche. Il Regolamento europeo sui materiali plastici a contatto con gli alimenti prevede requisiti specifici per le sostanze in nanoforma, mentre l’EFSA ha pubblicato indicazioni dedicate alla loro caratterizzazione e valutazione.

Prima di arrivare al supermercato, però, quella vaschetta deve ancora superare la parte meno visibile del lavoro: produzione su scala maggiore, verifiche e autorizzazioni. Nel frattempo, però, quello scarto sottile e quasi inutile attaccato alle radici di liquirizia ha già fatto parecchia strada. Dalla Calabria è arrivato in un laboratorio di Sassari e da lì dentro una confezione di fragole. Per un po’ di peluria destinata agli scarti, niente male.

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