Dai gusci d’ostrica nascono nuovi rifugi per i coralli: l’invenzione di tre giovani designer per ripristinare le barriere coralline

Ventotto coralli trapiantati su strutture artificiali, tutti sopravvissuti durante i primi test in mare. E, nel frattempo, tra le cavità sono arrivati anche pesci, paguri e perfino polpi. A Taiwan, tre giovani designer hanno trovato un modo ingegnoso per aiutare le barriere coralline a rigenerarsi, trasformando gusci d’ostrica e frammenti di corallo in moduli stampati in 3D. Il progetto si chiama Reefvive ed è stato selezionato tra i migliori 20 progetti mondiali del James Dyson Award 2026.

L’invenzione nasce alla National Taiwan Normal University, dove Yin-Rui Liao, Yun-Lin Chen e Ying-Tung Kuo hanno lavorato a un sistema per recuperare materiali di scarto e restituirli al mare sotto una forma completamente diversa. L’obiettivo è offrire ai coralli nuovi punti di ancoraggio e creare, contemporaneamente, piccoli habitat per gli altri abitanti del fondale.

Un’idea semplice nella sua logica, molto meno nella realizzazione. Perché costruire qualcosa che rimanga stabile sott’acqua, favorisca l’insediamento dei coralli e possa essere assemblato direttamente sul fondale richiede qualche accorgimento in più rispetto a una normale stampa 3D.

Dai gusci d’ostrica a nuove strutture per i coralli

Il materiale di partenza è composto da gusci d’ostrica e frammenti di scheletri corallini, recuperati tra gli scarti locali. Una volta lavorati, questi materiali vengono utilizzati per realizzare le strutture attraverso la stampa tridimensionale, evitando di ricorrere esclusivamente alle tradizionali basi in calcestruzzo. Come spiegano i progettisti nella presentazione ufficiale di Reefvive al James Dyson Award, per disegnare i moduli si sono ispirati ai cosiddetti coralli cervello, riconoscibili per le superfici attraversate da solchi sinuosi che ricordano le pieghe di un cervello umano.

Il risultato è una struttura dalla superficie irregolare, progettata per offrire diversi punti di fissaggio ai frammenti di corallo. Ogni modulo presenta tre grandi aperture che permettono di sovrapporre più elementi e costruire una barriera tridimensionale. Anche i dettagli apparentemente secondari hanno una funzione precisa. Le nervature laterali aumentano l’attrito tra le superfici, mentre tre piedi di sostegno stabilizzano la struttura sui fondali sabbiosi, riducendo gli spostamenti provocati dal movimento dell’acqua.

I moduli possono inoltre essere assemblati senza clip, viti o altri sistemi di fissaggio aggiuntivi. Una sorta di Lego sottomarino, insomma, con una differenza piuttosto importante: qui i pezzi servono a costruire rifugi per organismi viventi. La modularità consente anche di adattare la disposizione delle strutture alle caratteristiche del fondale, ampliandole progressivamente e creando spazi di dimensioni differenti, utilizzabili da più specie marine.

Nei test in mare sono sopravvissuti tutti i 28 coralli

Per verificare il funzionamento del progetto, il gruppo ha collaborato con la National Taiwan Ocean University, portando i moduli direttamente in mare. Durante la sperimentazione sono stati installati 28 coralli, che secondo i risultati comunicati dai progettisti hanno mantenuto un tasso di sopravvivenza del 100% al momento del monitoraggio.

Il dato riguarda questa prima sperimentazione, della quale non è stata specificata la durata esatta. È comunque un risultato incoraggiante, soprattutto perché le prove hanno permesso di verificare sul campo il funzionamento dei sistemi di assemblaggio, la stabilità delle strutture e la possibilità di fissarvi i coralli.

Le osservazioni hanno riservato anche qualche sorpresa. Come riferisce la stessa National Taiwan Normal University, tra i moduli sono stati osservati alghe, pesci, paguri e polpi, che hanno cominciato a utilizzare gli spazi disponibili.

Un dettaglio interessante perché le barriere coralline sono ecosistemi complessi, nei quali la presenza di cavità e superfici irregolari offre riparo a moltissimi organismi. Reefvive è stato progettato proprio per rispondere a questa esigenza: sostenere i coralli trapiantati e ricreare parte della complessità fisica di una barriera naturale, offrendo agli altri animali marini nuovi spazi da occupare.

Perché recuperare le barriere coralline è così importante

Le barriere coralline occupano una porzione piccolissima dei fondali oceanici, eppure sostengono almeno un quarto delle specie marine. Sono ambienti fondamentali per la biodiversità e svolgono un ruolo importante anche per le comunità costiere, offrendo protezione dall’erosione e sostenendo pesca e attività economiche. La loro sopravvivenza è però sempre più compromessa dall’aumento della temperatura degli oceani, dall’inquinamento e dalle attività umane.

Secondo il rapporto Status of Coral Reefs of the World: 2020, elaborato dal Global Coral Reef Monitoring Network con il sostegno del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, tra il 2009 e il 2018 il mondo ha perso circa il 14% della copertura corallina, equivalente a circa 11.700 chilometri quadrati.

Tra le cause principali ci sono gli episodi di sbiancamento provocati dallo stress termico. Quando l’acqua diventa troppo calda, i coralli possono espellere le alghe microscopiche con cui vivono in simbiosi, perdendo colore e una fonte essenziale di nutrimento. Se le condizioni ambientali migliorano possono recuperare, altrimenti rischiano di morire.

Il ripristino delle barriere degradate richiede quindi interventi diversi, dalla protezione degli habitat alla riduzione delle pressioni ambientali. Tra questi rientra anche il trapianto di frammenti di corallo su strutture capaci di sostenerne la crescita. Reefvive interviene proprio su quest’ultimo aspetto, proponendo una soluzione che unisce recupero dei materiali, stampa 3D e ripristino degli habitat marini.

Reefvive punta ad ampliare i test e la produzione

Il progetto ha già ricevuto un riconoscimento ai Young Pin Design Awards 2026 ed è stato selezionato tra i 20 finalisti mondiali del James Dyson Award.

Il riconoscimento valorizza anche la scelta di utilizzare materiali recuperati localmente, trasformando due tipologie di scarti in elementi destinati a sostenere nuova vita marina. Un approccio che potrebbe rendere più flessibili gli interventi di ripristino e favorire l’impiego di risorse disponibili nei territori costieri. Ora i progettisti intendono ampliare le sperimentazioni in mare, coinvolgere nuovi siti e perfezionare ulteriormente la realizzazione dei moduli, con l’obiettivo di arrivare a una produzione su scala maggiore.

La scheda del progetto pubblicata dalla National Taiwan Normal University racconta la filosofia alla base dell’invenzione: recuperare materiali che hanno già fatto parte dell’ambiente marino e impiegarli per costruire nuovi supporti destinati al ripristino dei coralli.

Per il momento Reefvive ha dimostrato che i suoi moduli possono essere installati in mare, ospitare coralli trapiantati e offrire riparo ad altri organismi. I prossimi test permetteranno di valutarne il comportamento nel tempo e le possibilità di utilizzo su superfici più estese. Intanto, su quei piccoli moduli realizzati con gusci d’ostrica, i primi 28 coralli sono sopravvissuti al monitoraggio iniziale. E qualche polpo ha già trovato casa.

Leggi tutto