Lunedì mattina dalla parete nord del Gross Ruchen, nel Canton Uri, si sono staccati circa 2.000 metri cubi di roccia, a 2.900 metri di quota. Il Comune di Unterschächen non segnala feriti né danni a edifici o infrastrutture, ma una densa nube di polvere ha raggiunto il fondovalle. Tra le cause possibili le autorità indicano la fusione del ghiaccio nel sottosuolo, dopo un periodo di caldo estremo.
Am Montag hat sich in der Nordwand des Gross Ruchen im Kanton Uri ein #Felssturz ereignet. Rund 2000 Kubikmeter Fels brachen auf etwa 2900 Metern Höhe ab. Die Staubwolke breitete sich bis ins Urner Reusstal aus.
Als mögliche Ursache gilt die extreme Hitze, die Eis im Untergrund… pic.twitter.com/o1kbbCKJLz
— Bergwelt
(@bergwelt_me) September 29, 2026
Il permafrost, collante nascosto della roccia
Con permafrost si intende il terreno (suolo, roccia o detriti) la cui temperatura si mantiene pari o inferiore a 0 °C in modo continuativo. Sulle Alpi è presente soprattutto oltre i 2.500 metri; in Svizzera interessa circa il 5% del territorio. Robert Kenner, ricercatore del WSL, l’istituto federale svizzero per lo studio di foresta, neve e paesaggio, ha spiegato che, finché è sufficientemente freddo, il permafrost impedisce all’acqua di infiltrarsi nelle fessure della roccia. Se il liquido penetra, la pressione che si genera può destabilizzare la parete.
Per le frane di piccole dimensioni e le cadute di massi, Kenner indica una tendenza “già chiara” all’aumento, in particolare sopra i 3.000 metri. Per i grandi eventi incidono anche geologia e presenza d’acqua nella roccia, e dovrebbero rimanere rari. Come termine di paragone, a Blatten nel maggio 2025 si riversarono nella Lötschental oltre nove milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio.
Un’estate fuori scala
In Svizzera il Glacier Loss Day, la data in cui si esauriscono le riserve di neve invernali e il ghiacciaio inizia a consumare il proprio ghiaccio, è caduto il 29 giugno, tre giorni dopo il record del 2022, quando i ghiacciai persero circa il 6% della massa. Al Konkordiaplatz, sull’Aletsch, il glaciologo Matthias Huss ha documentato un abbassamento della superficie di quasi sei metri.
In Piemonte, il 1° settembre, un crollo ha interessato il versante nordest del Monviso, percorrendo circa mille metri di dislivello. Arpa Piemonte stima il materiale depositato in alcune migliaia di metri cubi. La stazione dell’agenzia, a oltre 3.300 metri, dal 10 giugno al 10 settembre non ha mai registrato temperature inferiori a zero. Arpa indica lo stress termico come probabile fattore scatenante e il degrado del permafrost come possibile concausa, in un ammasso roccioso già fratturato. Un evento analogo si era verificato nel settembre 2023.
I limiti dei dati
Le aree più esposte, pareti ripide oltre i 2.800-3.000 metri, corrispondono a circa l’1% del territorio svizzero, secondo Kenner. Il numero di versanti a rischio non è però quantificabile: per lungo tempo i crolli in alta quota non sono stati censiti in modo sistematico e manca una serie storica. I grandi distacchi si preannunciano con movimenti lenti ma misurabili, anche per decenni, senza che sia possibile una previsione completa.