Dalla carta igienica ai ventilatori: ecco le spese extra che le scuole chiedono ai genitori (e alcune sono assurde)

“Dalla carta igienica ai ventilatori: cosa vi ha chiesto di pagare la scuola dei vostri figli?”. Abbiamo fatto questa domanda alla community di GreenMe e le risposte arrivate raccontano uno spaccato della quotidianità scolastica italiana.

Accanto al materiale normalmente richiesto per lo studio, molti genitori si sono trovati spesso davanti a richieste imbarazzanti. Ormai quasi rassegnati all’idea di dover comprare di tasca propria carta igienica o acqua in bottiglia, in questi mesi di gran caldo sono anche montate richieste assurde come ventilatori e finanche tende parasole. Roba che, in molti, nemmeno a casa propria riescono ad acquistare.

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Tra le risposte più frequenti che ci hanno dato i nostri lettori ci sono (dalle cose più richieste alle meno richieste):

  • la cara vecchia carta igienica appunto (credo che non sia mai esistita nei secoli dei secoli una carta igienica comprata direttamente da un istituto scolastico)
  • rotoli per asciugare le mani
  • fazzoletti e salviette umide
  • sapone liquido
  • risme di carta
  • toner
  • stampanti
  • pennarelli, colori e materiali per laboratori o lavoretti extra
  • libri per biblioteche scolastiche
  • acqua da bere per la classe
  • ventilatori
  • tende parasole
  • contributi volontari per progetti e attività

Alcuni genitori hanno raccontato anche di aver acquistato:

  • bavaglini usa e getta
  • armadietti
  • o di aver partecipato a raccolte fondi in generale

Dalle decine di risposte arrivate alla nostra domanda, quindi, il tema più ricorrente riguarda i materiali per l’igiene quotidiana: circa una risposta su due tra quelle analizzate cita carta igienica, rotoli, fazzoletti, salviette o sapone. Seguono carta e materiali di consumo per le attività scolastiche, mentre diversi genitori segnalano anche richieste legate al caldo nelle aule, come ventilatori o tende parasole.

Ma cosa deve garantire una scuola pubblica? E cosa invece può essere richiesto alle famiglie?

Materiale scolastico e servizi: non è tutto sullo stesso piano

È importante distinguere due situazioni diverse. Quaderni, penne, astucci, colori, matite o altri strumenti personali per seguire le lezioni rientrano normalmente tra le spese che le famiglie sostengono per il percorso scolastico dei figli. E fin qui tutte e tutti d’accordo. Diverso è il caso di beni necessari al funzionamento ordinario dell’istituto, come condizioni igieniche adeguate degli ambienti, pulizia dei locali e disponibilità dei servizi essenziali.

In questi casi la scuola non dovrebbe trasformare una necessità organizzativa in una spesa obbligatoria per le famiglie.

Cosa deve garantire una scuola pubblica

Il quadro normativo italiano attribuisce agli enti pubblici e alle istituzioni scolastiche precise responsabilità sulla disponibilità e sull’idoneità degli ambienti scolastici. La Legge 23/1996 sull’edilizia scolastica stabilisce che gli enti locali proprietari degli edifici scolastici devono provvedere alla realizzazione, fornitura e manutenzione degli immobili destinati all’istruzione.

Le norme tecniche sull’edilizia scolastica, contenute nel Decreto ministeriale 18 dicembre 1975 (!), indicano inoltre requisiti di funzionalità, sicurezza e adeguatezza degli spazi scolastici. Per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro, anche gli edifici scolastici sono soggetti agli obblighi previsti dal Decreto legislativo 81/2008, che impone la tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, compresi quelli frequentati dagli studenti.

Tra gli aspetti che devono essere garantiti rientrano quindi:

  • ambienti puliti e sicuri. La pulizia ordinaria degli spazi scolastici e dei servizi igienici rientra nei compiti legati alla gestione dell’istituto e del personale incaricato
  • servizi igienici adeguati e funzionanti. Dunque, bagni utilizzabili e condizioni igieniche compatibili con la presenza quotidiana degli studenti sono parte dei requisiti essenziali di una scuola (e qui ci sarebbe da aprire un altro capitolo…)
  • strutture e spazi idonei alla didattica. Aule, impianti e locali devono rispettare gli standard previsti per garantire lo svolgimento delle attività scolastiche

Diverso il discorso per il cosiddetto contributo volontario: può essere richiesto dalle scuole per sostenere attività aggiuntive o ampliare l’offerta formativa, ma non è una tassa obbligatoria per l’iscrizione o la frequenza. Le famiglie possono decidere se versarlo.

La questione sollevata dai commenti, quindi, non riguarda semplicemente “chi deve comprare cosa”, ma un tema più ampio: quanto della collaborazione tra scuola e famiglie è una scelta condivisa e quanto invece rischia di diventare una sostituzione di servizi che dovrebbero essere garantiti dal sistema pubblico?

Il contributo volontario

Il contributo volontario non è una tassa scolastica. Ogni anno, al momento dell’iscrizione, molte famiglie ricevono una richiesta di versamento da parte della scuola. Si tratta proprio del cosiddetto contributo volontario, ma il nome non è casuale: non è un pagamento obbligatorio per poter frequentare la scuola pubblica.

La Costituzione e la normativa prevedono, infatti, che l’istruzione obbligatoria sia gratuita (l’art 34 della Costituzione italiana stabilisce che “la scuola è aperta a tutti” e che l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita) e che le scuole non possano subordinare l’iscrizione o la frequenza al versamento di una quota.

La nota MIUR prot. n. 312 del 20 marzo 2012 – “Indicazioni in merito all’utilizzo dei contributi scolastici delle famiglie“ chiarisce che:

  • i contributi richiesti alle famiglie sono volontari
  • devono essere distinti dalle tasse scolastiche obbligatorie
  • non possono essere richiesti per lo svolgimento delle attività curriculari
  • devono essere destinati ad attività di ampliamento dell’offerta formativa e non sostituire le spese ordinarie di funzionamento.

A questa si aggiunge la nota MIUR prot. n. 593 del 7 marzo 2013 – “Richiesta di contributi scolastici alle famiglie“, che ribadisce che il contributo deve essere richiesto con trasparenza e senza comportamenti che lo facciano percepire come obbligatorio.

Il contributo può essere utilizzato per finanziare attività che arricchiscono l’offerta formativa, come ad esempio:

  • laboratori
  • progetti educativi
  • attività culturali
  • acquisto di strumenti e materiali per iniziative specifiche

Il contributo volontario, quindi, è distinto dalle spese per l’attività curricolare e deve essere finalizzato all’ampliamento dell’offerta formativa, come chiarito dalla Nota MIUR prot. 312/2012 e dalla successiva Nota 593/2013.

E non solo: la scuola deve indicare chiaramente la finalità della raccolta e la destinazione delle somme ricevute. Inoltre, il mancato pagamento del contributo non può comportare penalizzazioni per gli studenti.

Diverso è il caso delle tasse scolastiche erariali, che riguardano specifiche situazioni (ad esempio alcune classi della scuola secondaria superiore) e sono previste dalla legge.

Inoltre, quanto alla gestione delle risorse delle scuole un riferimento utile è il Decreto Interministeriale 129/2018 – Regolamento di contabilità delle istituzioni scolastiche, che disciplina la gestione amministrativo-contabile delle scuole autonome e la gestione delle erogazioni liberali e delle risorse ricevute. Il principio è che le somme devono essere utilizzate secondo finalità coerenti con l’attività scolastica e con quanto deliberato dagli organi competenti.

In ogni caso, in generale, la normativa non elenca singolarmente ogni bene di consumo, ma stabilisce che gli ambienti scolastici debbano essere idonei, sicuri e igienicamente adeguati. Per questo motivo molti esperti distinguono tra il materiale personale richiesto agli studenti e i beni necessari al funzionamento ordinario della struttura scolastica.

Attenzione: le testimonianze che abbiamo raccolto non rappresentano la situazione di tutte le scuole italiane, dal momento che esistono – e lo sappiamo – realtà molto diverse tra loro. Ma raccontano una percezione diffusa tra molte famiglie: quella di essere chiamate sempre più spesso a integrare risorse e servizi che, in alcuni casi, fanno parte delle condizioni necessarie per garantire una scuola funzionante e accogliente.

E non è sempre giusto.

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