Nell’estate bavarese del 2022, caratterizzata da grande siccità, solo il 45% delle colonie di bombi (osservate da un gruppo di ricerca) è riuscito a produrre esemplari maschili e nuove regine. Nell’annata successiva, climaticamente nella norma, la percentuale è salita al 91%. Il dato arriva da uno studio dell’Università di Würzburg pubblicato su Proceedings of the Royal Society B, e racconta meglio di qualunque appello sui social cosa significhi, per un’ape, un’estate senz’acqua.
Il caldo non è solo un fastidio, è un limite fisico
I bombi hanno bisogno di una temperatura interna di circa 30°C per attivare i muscoli preposti al volo, e proprio attorno a quella soglia le cose iniziano a complicarsi, perché superati i 30-32°C il rendimento del volo cala, i viaggi di foraggiamento si accorciano e gli insetti passano più tempo fermi nel nido, come ha misurato uno studio del 2023 su Functional Ecology. Non si tratta certamente di pigrizia, ma di termoregolazione, il problema è che il caldo arriva quasi sempre insieme alla siccità, e la siccità colpisce le api da un altro fronte, quello del cibo. Le piante sotto stress idrico prosciugano sia la concentrazione che il volume del nettare: uno studio su piante di grano saraceno pubblicato su Ecosphere ha misurato una riduzione della ricompensa floreale (il saldo negativo riguarda il numero di fiori e sia la quantità di nettare per fiore che la disponibilità totale dello zucchero) nelle piante sottoposte a siccità sperimentale. In poche parole, meno acqua nel terreno vuol dire meno carburante nei fiori.
Lo studio di Würzburg citato in apertura aggiunge un ulteriore dettaglio per chiunque pensi di risolvere tutto con una ciotola di sciroppo, visto che alcune colonie, nel corso dell’esperimento, ricevevano un supplemento di acqua zuccherata, e la supplementazione ha aiutato solo in parte, aumentando il peso e la produzione dei maschi nell’anno preso in esame. La produzione di regine, quelle che sopravvivono all’inverno e fondano le colonie dell’anno dopo, non è cambiata. Il punto critico, secondo i ricercatori, riguardava la carenza di polline, non di zucchero.
Perché l’acqua zuccherata non sostituisce il nettare
Qui arriviamo al cuore del malinteso, perché il nettare non è semplicemente acqua dolce e contiene anche delle piccole quantità di amminoacidi e steroli, sostanze che l’ape non può sintetizzare da sola e che servono, tra l’altro, alla costruzione delle membrane cellulari e ai processi di muta. Uno studio sul metabolismo degli steroli nelle api conferma che questi composti, pur presenti in tracce nel nettare, sono indispensabili e vengono persino trasferiti selettivamente alla covata. Ecco perché la Bumblebee Conservation Trust, l’ente britannico di riferimento per la conservazione dei bombi, è categorica: l’acqua zuccherata va offerta solo come soccorso estremo, quando non ci sono fiori nei paraggi e si è certi che l’ape non stia semplicemente riposando (soprattutto in primavera, capita spesso alle regine, le quali possono restare ferme anche 30-45 minuti senza essere in pericolo). Se serve davvero, la ricetta è una miscela al 50% di zucchero bianco ed acqua, offerta a gocce su un cucchiaio (mai di zucchero di canna e neanche di miele, che può contenere agenti patogeni pericolosi per l’insetto, e soprattutto va inteso come una sorte di “caffè d’emergenza”, non come un pasto abituale).
Cosa aiuta davvero un’ape in un’estate arida
Se il problema è la scarsità di nettare, la soluzione non può che essere agronomica, non farmaceutica, e le indicazioni che emergono dagli studi convergono su poche azioni concrete:
- Piante che fioriscono in sequenza da marzo a ottobre, per garantire una fonte di cibo continua. Potreste impiegare il rosmarino, tra i primi ad aprire i fiori già a febbraio-marzo, capace di sfamare i bombi regina appena usciti dal letargo, oppure la borragine, che seminata in due o tre scaglioni, coprirà l’estate fino a settembre inoltrato.
- Fiori all’ombra e irrigati, anche minimamente: una pianta che non appassisce continua a produrre nettare più a lungo, ed un’area ombreggiata permette alle api di restare a foraggiare senza surriscaldarsi.
- Specie a radici profonde, che vanno a cercare l’acqua dove il terreno superficiale non ce l’ha più. Lavanda e rosmarino, entrambe mediterranee di origine, sviluppano un fittone che scende in profondità, il motivo per cui reggono la siccità meglio di molte piante da bordura più decorative ma poco radicate.
- Piccole pozze d’acqua e/o bordi umidi vicino alle fioriture, utili soprattutto alle api domestiche, che raccolgono acqua per raffreddare l’alveare e diluire il nettare, a differenza della maggior parte delle specie selvatiche, che si idratano quasi esclusivamente col nettare dei fiori.
Magari la foto di un’ape che beve dal cucchiaino produrrà più like rispetto ad un’aiuola ben conservata, ma solo quest’ultima riuscirà a fornire un vero aiuto ai nostri imenotteri preferiti.