La Corte d’Appello di Milano ha respinto per la seconda volta la richiesta di sospendere lo spegnimento degli altoforni dell’ex Ilva di Taranto. Resta quindi valido il provvedimento disposto a luglio, che prevede lo stop dell’area a caldo entro la fine di ottobre.
Il collegio di giudici, presieduto da Giuseppe Ondei, ha bocciato anche la nuova istanza presentata da Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria. Le società chiedevano di congelare lo stop almeno fino al 20 ottobre, giorno in cui la Cassazione esaminerà i loro ricorsi.
Per i giudici milanesi, però, la fissazione dell’udienza davanti alle Sezioni Unite non rappresenta un elemento nuovo sufficiente a cambiare il quadro già valutato. Di conseguenza, lo spegnimento resta confermato.
Perché la Corte ha respinto anche la seconda istanza
Questa volta Ilva e Acciaierie d’Italia avevano indicato un elemento nuovo: la Corte di Cassazione ha fissato per il prossimo 20 ottobre l’udienza sui ricorsi straordinari presentati contro il decreto che dispone il blocco dell’area a caldo, con l’obiettivo di ottenere almeno una sospensione temporanea dello spegnimento, aspettando che si pronunciassero i giudici della Suprema Corte.
Per la Corte d’Appello, però, la semplice fissazione dell’udienza non modifica il quadro sul quale era già stata presa la precedente decisione. Secondo il collegio, infatti, questa circostanza non può essere considerata un vero “elemento sopravvenuto”, perché non cambia né la situazione sostanziale né quella processuale già valutata dai magistrati. In altre parole: sapere che la Cassazione esaminerà il caso il 20 ottobre non basta, di per sé, a giustificare il congelamento dello stop.
“Il diritto alla salute resta prevalente”
Nel provvedimento di 11 pagine, i giudici tornano sul punto centrale già affermato nella precedente decisione. Anche nell’ipotesi dello spegnimento degli altoforni, spiegano, la tutela della salute continua ad avere carattere prevalente. La Corte richiama inoltre l’articolo 41 della Costituzione, modificato nel 2022, secondo il quale l’iniziativa economica privata non può svolgersi arrecando danno alla salute o all’ambiente.
Il rischio economico e industriale prospettato dalle società non è stato quindi ritenuto sufficiente a ribaltare il bilanciamento tra gli interessi in gioco.
Il concetto viene espresso con particolare nettezza nel provvedimento: il pericolo legato allo spegnimento degli impianti viene considerato “cedevole rispetto al preminente diritto alla salute”. È lo stesso principio che la Corte aveva già utilizzato l’11 settembre, quando aveva respinto la prima sospensiva: tra diritto all’attività d’impresa e diritto dei cittadini alla salute, avevano stabilito i magistrati, deve prevalere quest’ultimo.
Il secondo tentativo dopo il no di settembre
La nuova decisione si inserisce in una vicenda giudiziaria che negli ultimi mesi ha subito una forte accelerazione. A luglio la Corte d’Appello civile di Milano aveva disposto la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto entro 90 giorni, fino alla rimozione dell’amianto e alla riduzione delle emissioni entro condizioni ritenute compatibili con la tutela della salute.
Ilva e Acciaierie d’Italia avevano quindi presentato una prima richiesta urgente per sospendere gli effetti del provvedimento, denunciando le conseguenze che lo stop avrebbe potuto avere sugli impianti, sulla produzione e sull’occupazione. L’11 settembre quella richiesta era stata rigettata.
A quel punto le società avevano presentato ricorso straordinario in Cassazione. Quando le Sezioni Unite hanno fissato l’udienza per il 20 ottobre, è arrivato il secondo tentativo di ottenere la sospensiva.
Anche quello, ora, è fallito. La stessa Procura generale di Milano aveva chiesto alla Corte di dichiarare inammissibile o comunque respingere la nuova richiesta.
Cosa succede ora all’ex Ilva
Il prossimo passaggio decisivo sarà quindi il 20 ottobre, quando la Cassazione esaminerà i ricorsi. Fino a quel momento, però, il provvedimento sullo spegnimento resta pienamente efficace. L’area a caldo deve essere fermata entro la scadenza fissata, oggi indicata nel 28 ottobre.