Sono le 5 del mattino del 25 settembre 2005 e Ferrara è ancora immersa nel silenzio della notte. Federico Aldrovandi ha 18 anni e sta tornando a casa dopo una serata trascorsa con gli amici; tra poche ore dovrebbe iniziare una nuova giornata, una delle tante di una vita ancora tutta da costruire.
Sulla strada, però, incontra quattro agenti di polizia, quello che accade nei minuti successivi cambierà per sempre la vita della sua famiglia e aprirà una delle vicende più discusse della cronaca italiana, perché meno di due ore dopo, Federico è morto.
Chi era Federico Aldrovandi
Prima di diventare il nome di un caso giudiziario, Federico era un ragazzo di 18 anni con passioni, amicizie e progetti per il futuro. Frequentava l’ITIS Elettronica di Ferrara; era bravo in matematica, suonava uno strumento, praticava karate ed era impegnato anche a scuola in attività legate alla prevenzione delle droghe. Gli mancava meno di un mese al conseguimento della patente.
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Suo padre, Lino Aldrovandi, lavorava come vigile urbano, sua madre, Patrizia Moretti, era dipendente comunale. Aveva un fratello più piccolo ed era molto legato al nonno, una presenza importante nella sua vita. Era un ragazzo come tanti altri, con una quotidianità fatta di scuola, amici e piccoli traguardi da raggiungere.
L’ultima notte di Federico
La sera del 24 settembre Federico torna a casa per cambiare le scarpe che aveva rotto giocando a pallone. Sono circa le 23 ed è l’ultima volta che sua madre lo vede vivo. Poco dopo esce nuovamente, insieme a un amico raggiunge Bologna per assistere a un concerto. Durante la serata beve qualche birra e assume alcune sostanze, ma secondo il racconto degli amici non appare alterato o in difficoltà.
Alle 5 del mattino torna a Ferrara, come spesso accade, decide di proseguire da solo verso casa; ha con sé il cellulare, ma non i documenti. In via Ippodromo alcuni residenti chiamano la polizia per segnalare rumori nella zona. Interviene la volante “Alpha 3”, con due agenti a bordo; poco dopo viene chiamata anche una seconda pattuglia. Da quel momento inizia una fase della vicenda rimasta per anni senza una spiegazione condivisa.
Secondo quanto ricostruito successivamente nel processo, tra Federico e gli agenti nasce una colluttazione; quando arrivano i soccorsi, il ragazzo è già morto.
La scoperta della morte e i primi racconti
Alle 6.45 il padre di Federico si accorge che il figlio non è ancora rientrato; la madre prova a chiamarlo più volte, ma il telefono squilla senza ricevere risposta. Quando il padre contatta la polizia, un ispettore gli comunica che è stato trovato un cellulare su una panchina e che sono in corso degli accertamenti.
Nel frattempo, però, Federico è già morto, la famiglia viene avvisata solo più tardi; a casa arrivano alcuni agenti insieme a un conoscente della famiglia, un ispettore della Digos che, saputo che i genitori non erano ancora stati informati, decide di raggiungerli personalmente.
Le prime ricostruzioni che arrivano alla famiglia parlano di un ragazzo agitato, di un possibile malore, di una morte improvvisa. Ma durante il riconoscimento del corpo, uno zio di Federico, infermiere, nota qualcosa di diverso. Il ragazzo presenta numerose ferite e gli accertamenti medico-legali effettuati successivamente rileveranno 54 tra lesioni ed ecchimosi.
La ricerca della verità
Nelle ore successive alla morte gli amici di Federico vengono convocati dagli investigatori; è in quel momento che scoprono che il loro amico non c’è più. Vengono interrogati sull’uso di sostanze e, nelle prime ricostruzioni, viene anche ipotizzato che possano averlo lasciato da solo per paura di conseguenze legate alla situazione. Intanto viene aperta un’inchiesta e viene disposta l’autopsia, per mesi però il caso sembra non trovare una svolta.
La versione del malore continua a essere sostenuta, nella strada dove Federico è morto nessuno sembra raccontare pubblicamente cosa abbia visto o sentito quella notte. Nel gennaio 2006 Patrizia Moretti decide di rompere quel silenzio.
Apre un blog, racconta la storia di suo figlio e pubblica anche una fotografia del suo volto segnato dalle ferite; la vicenda raggiunge l’opinione pubblica, nasce il Comitato “Federico Aldrovandi” e iniziano le richieste di chiarimento anche nelle istituzioni.
Poco alla volta emergono nuovi elementi:una lettera anonima indica la possibile presenza di una testimone; si parla di urla sentite nella strada e di manganelli spezzati, un dettaglio che diventerà centrale nelle successive indagini.
La battaglia giudiziaria si concentra quindi su due ricostruzioni contrapposte: quella iniziale secondo cui Federico sarebbe morto per un malore e quella sostenuta dalla famiglia e dai suoi legali, secondo cui la morte sarebbe stata provocata dalla pressione esercitata dagli agenti durante il fermo.
Il processo e le condanne
Il 15 marzo 2006 prende avvio l’inchiesta giudiziaria vera e propria, quattro agenti vengono indagati per la morte di Federico.
Durante le indagini emerge anche la testimonianza di una donna che racconta di aver assistito alla scena dalla finestra di casa: secondo il suo racconto, avrebbe visto gli agenti colpire Federico con dei “bastoni”. A un anno dalla morte del ragazzo, oltre 8 mila persone scendono in strada a Ferrara per chiedere verità e giustizia.
Il processo inizia il 19 ottobre 2007 con l’accusa di omicidio colposo in eccesso. Nel 2009 arriva la condanna in primo grado dei quattro agenti; secondo i giudici, durante l’intervento sarebbe stato superato il limite dell’uso legittimo della forza e non sarebbero state raccolte adeguatamente le richieste di aiuto del ragazzo.
La condanna viene confermata nel 2012 dalla Corte di cassazione, gli agenti vengono riconosciuti responsabili della morte violenta di Federico Aldrovandi e condannati a tre anni e sei mesi per “eccesso colposo in uso legittimo delle armi”. Gli effetti dell’indulto del 2006 riducono però la pena effettivamente scontata in carcere a sei mesi e nel 2017 arrivano anche ulteriori decisioni sul piano amministrativo e contabile relative alle sanzioni economiche.
La storia di Federico
La vicenda di Federico Aldrovandi è diventata negli anni un riferimento nel dibattito sul rapporto tra cittadini e istituzioni, sull’uso della forza da parte delle forze dell’ordine e sul diritto delle famiglie a ottenere risposte.
Ma prima ancora di essere un caso giudiziario, resta la storia di un ragazzo di 18 anni, un ragazzo che quella notte stava semplicemente tornando a casa.
“È stato morto un ragazzo”, il documentario sulla vicenda
Alla storia di Federico Aldrovandi è dedicato anche il documentario È stato morto un ragazzo, realizzato nel 2010 dal giornalista e regista Filippo Vendemmiati. Il film ricostruisce la vicenda attraverso documenti originali, materiali d’archivio, testimonianze e gli atti dell’inchiesta giudiziaria; un lavoro nato con l’obiettivo di ripercorrere le diverse fasi del caso, dalla notte della morte di Federico fino alla lunga battaglia della famiglia per arrivare alla verità.
Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e premiato nel 2011 con il David di Donatello come miglior documentario di lungometraggio, il film ha contribuito a mantenere viva l’attenzione pubblica sulla vicenda Aldrovandi, raccontando non solo il processo, ma anche il dolore di una famiglia e il ruolo dell’informazione nella ricerca della verità.
Fonte: Amnesty International
