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Dodici attivisti hanno occupato il cantiere di un enorme allevamento avicolo in Croazia, dipingendo sui tetti una scritta di 500 metri quadrati. L’impianto dovrebbe produrre 1,8 milioni di polli all’anno, a pochi passi da una delle aree umide più preziose d’Europa.
Una scritta enorme, impossibile da ignorare: “Fermate questa merda!”. Cinquecento metri quadrati di protesta dipinti sui tetti di tre capannoni in costruzione, nel nord-est della Croazia. È l’azione con cui questa mattina, 13 ottobre, dodici attiviste e attivisti di Greenpeace hanno deciso di denunciare un progetto di allevamento intensivo che rischia di mettere sotto pressione uno degli ecosistemi fluviali più importanti del continente.
Siamo vicino al confine con l’Ungheria, a poche centinaia di metri dalla riserva naturale di Veliki Pažut, parte della cosiddetta “Amazzonia d’Europa”, un immenso sistema di fiumi, foreste e zone umide riconosciuto dall’UNESCO per la sua straordinaria biodiversità.
Qui il colosso avicolo MHP, il maggiore produttore di pollame in Europa, sta realizzando un impianto che, una volta entrato in funzione, dovrebbe produrre 1,8 milioni di polli ogni anno. Un progetto che preoccupa gli abitanti della zona, soprattutto per le possibili conseguenze dei reflui zootecnici sull’acqua, sul suolo e sulla qualità dell’aria.
La protesta sui tetti e il pollo gigante davanti ai cancelli
Mentre gli attivisti di Greenpeace scalavano i capannoni per realizzare la gigantesca scritta, altri manifestanti delle associazioni ambientaliste croate Zelena akcija (Friends of the Earth Croatia) e Prijatelji životinja (Animal Friends Croatia) bloccavano l’ingresso del cantiere.
Davanti ai cancelli è comparso anche un pollo gonfiabile alto tre metri e mezzo, mentre un attivista si è seduto su un WC improvvisato: una provocazione per denunciare quella che le associazioni considerano l’indifferenza dell’industria della carne verso le preoccupazioni delle comunità locali.
Al centro della mobilitazione c’è soprattutto il problema dei reflui. Secondo le stime diffuse da Greenpeace, l’allevamento potrebbe produrre ogni anno circa un milione di litri di rifiuti liquidi, con possibili ripercussioni sugli ecosistemi circostanti.
Il rischio denunciato dagli ambientalisti è che le sostanze contenute negli scarichi zootecnici, se non gestite adeguatamente, possano contaminare i terreni e raggiungere i corsi d’acqua. Non si tratta di un inquinamento già accertato, ma di una minaccia che, secondo le associazioni, dovrebbe essere valutata con particolare attenzione vista la vicinanza a un’area naturale protetta.
L’Amazzonia d’Europa è un paradiso di biodiversità
La riserva di Veliki Pažut fa parte della Riserva della Biosfera transfrontaliera Mura-Drava-Danubio, un territorio di circa 930 mila ettari distribuiti tra Austria, Slovenia, Croazia, Ungheria e Serbia.
Riconosciuta dall’UNESCO nel 2021 come prima riserva della biosfera condivisa da cinque Paesi, si estende per circa 700 chilometri lungo i fiumi Mura, Drava e Danubio. È uno degli ultimi grandi sistemi fluviali relativamente integri dell’Europa centrale.
Il soprannome di Amazzonia d’Europa non è casuale. Qui i fiumi scorrono tra foreste alluvionali, isole, prati umidi e antichi meandri, creando habitat fondamentali per centinaia di specie animali e vegetali.
La zona ospita una delle maggiori concentrazioni di coppie nidificanti di aquila di mare dell’Europa continentale ed è un’area di sosta e rifugio per oltre 250 mila uccelli acquatici. Le sue pianure alluvionali contribuiscono inoltre alla regolazione naturale delle piene e alla conservazione delle risorse idriche.
È proprio la fragilità di questo equilibrio a rendere particolarmente controversa la costruzione di un allevamento industriale nelle immediate vicinanze.
I giganti della carne industriale come MHP si stanno espandendo in modo aggressivo in tutto il mondo, riempiendo le tasche dei miliardari mentre avvelenano fiumi e acqua potabile con i rifiuti tossici degli allevamenti, denuncia Dániel Nyitray di Greenpeace International.
«Ovunque, le comunità locali sono stufe, e oggi questi attivisti sono entrati in azione per chiedere aria e acqua pulita, e un sistema alimentare che nutra le persone, non l’avidità delle multinazionali».
Il maxi allevamento è già in fase di prova: i cittadini denunciano cattivi odori
La protesta non arriva dal nulla, secondo quanto riportato oggi dalla stampa croata, l’allevamento di Veliki Pažut ha già avviato una fase sperimentale di attività, pur non avendo ancora ottenuto l’autorizzazione definitiva all’utilizzo.
La struttura si trova ad appena 320 metri dalla riserva ornitologica protetta. Alcuni residenti denunciano cattivi odori percepibili fino a due chilometri di distanza, mentre le associazioni chiedono di sospendere le attività e riesaminare le valutazioni di impatto ambientale.
Il caso è parte di una mobilitazione più ampia. In Croazia, comitati di cittadini e associazioni ambientaliste si oppongono da circa due anni a 24 progetti di grandi allevamenti e macelli distribuiti in quattro regioni del Paese. Secondo Zelena akcija, la pressione delle comunità locali avrebbe già contribuito a fermarne dodici.
La produzione di polli continua a crescere. E l’Italia non fa eccezione
Dietro questa vicenda c’è una questione molto più grande: l’espansione mondiale dell’industria avicola. Secondo i dati riportati da Greenpeace, dal 2006 la produzione globale di pollame è aumentata di quasi il 60%, arrivando a superare i 76 miliardi di animali all’anno.
MHP, il gruppo controllato dal miliardario ucraino Yuriy Kosiuk, è uno dei protagonisti di questa crescita. L’azienda macella oltre mezzo miliardo di polli ogni anno e sta rafforzando la propria presenza sul mercato europeo.
E in Italia la situazione non è molto diversa. Secondo Greenpeace, negli ultimi vent’anni il numero di capi avicoli allevati è aumentato di circa il 56%, con una crescente concentrazione della produzione in grandi impianti intensivi, soprattutto nelle regioni della Pianura Padana.
Un modello produttivo che solleva interrogativi non soltanto sul benessere animale, ma anche sulla gestione dei reflui, sulle emissioni di ammoniaca e sull’impatto sulle risorse idriche.
Greenpeace: «Serve una legge per fermare l’espansione degli allevamenti intensivi»
La mobilitazione croata riporta al centro del dibattito anche la situazione italiana, dove Greenpeace, insieme a ISDE – Medici per l’ambiente, Lipu, Terra! e WWF Italia, ha promosso la proposta di legge “Oltre gli allevamenti intensivi. Per una transizione agro-ecologica della zootecnia”.
Depositata alla Camera nel marzo 2024, la proposta prevede una moratoria sull’apertura di nuovi allevamenti intensivi e sull’ampliamento di quelli esistenti, oltre a misure per sostenere le piccole aziende agricole e accompagnare la riconversione del settore.Le comunità locali non sono più disposte a subire l’inquinamento prodotto da queste maxi fabbriche di carne, in Europa come in Italia, dichiara Simona Savini di Greenpeace Italia.
Per questo, insieme ad altre associazioni, abbiamo presentato alla Camera una proposta di legge per bloccare immediatamente l’espansione degli allevamenti intensivi e avviare una transizione ecologica del settore. Dopo oltre due anni di silenzio da parte della Commissione Agricoltura, è ora che la sua discussione venga calendarizzata per avviare un serio confronto sul tema.
Quello che sta succedendo in Croazia, dunque, riguarda anche noi. Perché il problema non è soltanto quanti polli si possano allevare in un capannone, ma quanto territorio, quanta acqua e quanto inquinamento siamo disposti a sacrificare per continuare a produrre carne su scala industriale.
E quando un impianto di queste dimensioni sorge a poche centinaia di metri da un ecosistema protetto, quella domanda diventa ancora più urgente.
