Quando compriamo una confezione di gamberetti al supermercato, difficilmente immaginiamo cosa ci sia dietro quei piccoli crostacei. Recentemente, però, un’inchiesta internazionale ha documentato dall’interno alcuni degli aspetti più controversi dell’industria globale dei gamberetti d’allevamento, tra mutilazioni delle femmine riproduttrici, allevamenti di dimensioni gigantesche, distruzione delle mangrovie e condizioni di lavoro precarie.
A documentare questa realtà, complessa e decisamente controversa, sono stati i fotoreporter di We Animals, in collaborazione con l’Animal Welfare Observatory, che nel 2025 e nel 2026 hanno visitato allevamenti e impianti in Ecuador e Indonesia.
Le immagini – veramente scioccanti – mostrano per la prima volta un’industria che coinvolge miliardi di animali ogni anno ma che rimane in gran parte invisibile ai consumatori.
L’indagine segue l’intero ciclo produttivo, dagli incubatoi dove vengono prodotte le larve fino agli allevamenti, alla raccolta e agli impianti dove gli animali vengono lavati, sgusciati, congelati e confezionati.
In Indonesia, uno dei principali Paesi esportatori di gamberetti d’allevamento, i fotoreporter hanno documentato enormi distese di vasche, spesso dotate di aeratori che mantengono l’acqua in movimento giorno e notte. Il ciclo di crescita dura generalmente circa 100 giorni. Ma è negli incubatoi che emerge uno degli aspetti più inquietanti dell’inchiesta.
Tagliare un occhio per stimolare la riproduzione
Le femmine utilizzate per la riproduzione vengono sfruttate per produrre un numero elevatissimo di uova. Secondo We Animals, possono arrivare a deporre fino a 35 volte, con cicli riproduttivi che si ripetono all’incirca ogni quattro giorni. Dopo la schiusa, i naupli, cioè la prima fase della vita del gambero, vengono trasferiti negli allevamenti dove continueranno a crescere.
Ed è proprio sulle femmine riproduttrici che viene praticata una delle procedure più controverse dell’intera industria.
Si chiama ablazione del peduncolo oculare e consiste nel rimuovere uno dei due peduncoli oculari delle femmine destinate alla riproduzione. L’intervento viene utilizzato per stimolare la produzione di uova ed è documentato da tempo negli incubatoi commerciali di gamberetti.
Le immagini di We Animals mostrano la procedura senza filtri: le femmine vengono selezionate e tenute in una zona di contenimento, mentre gli operatori recidono il peduncolo oculare. In alcuni dei filmati si vedono le forbici utilizzate per l’intervento e gli animali durante e immediatamente dopo la mutilazione.
È un passaggio particolarmente difficile da ignorare e davvero sconvolgente. La questione del possibile dolore che provano i crotastacei, poi, non è liquidabile come una semplice supposizione. Negli ultimi anni si è accumulata una crescente mole di evidenze sulla sensibilità dei crostacei decapodi, il gruppo al quale appartengono anche gamberi, granchi e aragoste. Proprio per questo l’ablazione del peduncolo oculare è sempre più al centro delle discussioni sul benessere di questi animali.
Le immagini dell’inchiesta mostrano inoltre femmine riproduttrici morte e animali che appaiono deboli o in cattive condizioni.
ATTENZIONE: IMMAGINI FORTI. La visione è sconsigliata alle persone sensibili.
@Osservatorio per il benessere degli animali / We Animals
@Osservatorio per il benessere degli animali / We Animals
Quando verrà vietata l’ablazione del peduncolo oculare?
L’ablazione del peduncolo oculare non è ancora vietata in tutta l’industria dei gamberetti. Alcuni standard di certificazione stanno introducendo progressivamente il divieto: la Global Seafood Alliance ha annunciato per esempio che tutti i produttori di gamberetti certificati BAP dovranno abbandonare la pratica entro la fine del 2030. Anche l’Aquaculture Stewardship Council sta introducendo una transizione verso l’utilizzo di riproduttrici non sottoposte ad ablazione, con tempi diversi a seconda della specie.
Una cosa però è già certa: per i gamberetti biologici prodotti secondo le regole UE l’ablazione è già vietata. La normativa europea proibisce infatti l’asportazione del peduncolo oculare e anche pratiche analoghe come incisione, legatura o schiacciamento.
Non è solo una questione di benessere animale
L’altra faccia dell’industria emerge soprattutto in Ecuador, dove l’allevamento dei gamberetti ha raggiunto una scala enorme. Negli ultimi dieci anni la produzione del Paese è quasi quadruplicata e i gamberetti sono diventati il principale settore dell’export ecuadoriano, superando il petrolio greggio. L’espansione ha però trasformato profondamente ampie zone della costa pacifica.
A essere particolarmente colpite sono le mangrovie, ecosistemi fondamentali per la biodiversità costiera, per la protezione delle coste e per lo stoccaggio del carbonio.
Secondo i dati riportati nell’indagine, circa 220.000 ettari di territorio costiero sono oggi occupati da stagni per l’allevamento dei gamberetti. In alcune aree del Golfo di Guayaquil la perdita delle mangrovie arriva fino al 90%, mentre a livello nazionale la riduzione della copertura storica delle mangrovie è stimata al 57%.
We Animals ha potuto rendersi conto della reale estensione del fenomeno soprattutto grazie alle riprese aeree. Dal livello dell’acqua le mangrovie possono ancora sembrare un paesaggio naturale continuo. Dall’alto, invece, appare una fitta rete di vasche, argini, canali e impianti che si estende lungo la costa.
Secondo la NASA Earth Observatory, in alcune zone del Golfo di Guayaquil quasi il 60% degli allevamenti di gamberetti occupa aree dove in precedenza si trovavano foreste di mangrovie.
E non è ancora tutto. L’impatto dell’industria dei gamberetti non riguarda soltanto gli animali e gli ecosistemi. Il rapporto “Cheap Shrimp, High Costs“, realizzato da Foodrise per l’Animal Welfare Observatory, prende in esame anche le condizioni di chi lavora nella filiera. Secondo i dati riportati, circa il 63% dei lavoratori dell’acquacoltura in Ecuador non avrebbe un contratto formale, un dato che fotografa la precarietà di una parte significativa del settore.
Il rapporto richiama inoltre l’attenzione sull’impatto ambientale della produzione dei mangimi, sulla gestione degli scarichi degli allevamenti e sull’impiego di antibiotici, con le conseguenti preoccupazioni legate alla resistenza antimicrobica.
È difficile, quindi, considerare il gamberetto semplicemente come un prodotto economico che arriva sugli scaffali dei nostri supermercati. Dietro ci sono una filiera internazionale e costi che in molti casi vengono sostenuti lontano dai Paesi in cui il prodotto viene consumato. Animali, lavoratori e ambiente finiscono così per pagare una parte del prezzo reale di un’industria che deve produrre sempre di più per soddisfare la domanda globale.
E i gamberetti che arrivano sulle nostre tavole?
Potrebbero sembrare problemi molto distanti dalla nostra quotidianità, in realtà l’inchiesta riguarda da vicino anche noi. L’Europa è uno dei principali mercati per i gamberetti d’allevamento e l’Ecuador è diventato uno dei suoi fornitori più importanti. Secondo l’Animal Welfare Observatory, la sola Spagna importa ogni anno dall’Ecuador più gamberetti di quanti ne vengano complessivamente pescati o allevati nell’intera Unione europea.
Una confezione acquistata al supermercato può quindi essere l’ultimo anello di una filiera lunga migliaia di chilometri, nella quale ciò che è accaduto agli animali, alle mangrovie e alle persone che hanno lavorato alla produzione rimane completamente invisibile al consumatore.
Ed è proprio questa invisibilità il filo conduttore dell’indagine di We Animals: miliardi di gamberetti vengono allevati ogni anno, ma le loro condizioni di vita e di morte restano quasi sempre lontane dagli occhi di chi li acquista.
Le immagini dell’inchiesta ci costringono invece a guardare ciò che normalmente non vediamo. A quel punto la domanda non è più soltanto quanto costa una confezione di gamberetti. È anche chi, e cosa, sta pagando davvero il prezzo.
Fonte: We Animals
