Francia contro la fast-fashion, in vigore la tassa fino a 12 euro per capo: stangata su Shein e Temu

Vestiti a prezzi stracciati, nuove collezioni che compaiono ogni giorno e capi destinati a essere sostituiti nel giro di pochissimo tempo. È il modello della ultra-fast fashion, una versione ancora più estrema della moda usa e getta che negli ultimi anni ha conquistato milioni di consumatori, ma che presenta un conto ambientale sempre più difficile da ignorare.

A fronte di una produzione tessile che continua a generare enormi quantità di rifiuti e di abiti spesso progettati per avere una vita breve, iniziano però ad arrivare anche i primi provvedimenti per cercare di cambiare questo modello.

La Francia, da sempre in prima linea, ha deciso di intervenire direttamente sul prezzo: dal 1° settembre 2026 è entrato in vigore un nuovo malus destinato ai prodotti della moda usa e getta, che può arrivare fino a 12 euro per capo nel 2026.

La misura è stata introdotta attraverso il decreto firmato dal ministro delegato alla Transizione ecologica, Mathieu Lefèvre, e pubblicato sul “Journal officiel de la République française“, l’equivalente francese della nostra Gazzetta Ufficiale.

Il problema non è semplicemente che alcuni vestiti costano poco. È il modello produttivo e commerciale che si trova alla base della cosiddetta fast fashion. Le piattaforme specializzate mettono a disposizione cataloghi sterminati, aggiungono continuamente nuovi prodotti e puntano sulla velocità: una tendenza diventa virale, viene trasformata rapidamente in un capo d’abbigliamento proposto a prezzi stracciati.

Il risultato è un continuo ricambio degli acquisti e, di conseguenza, una quantità crescente di prodotti che finiscono per essere scartati. A questo si aggiunge un altro elemento: molti di questi capi hanno una scarsa propensione alla riparazione e alla lunga durata. Quando un vestito costa pochissimo, ripararlo può apparire economicamente poco conveniente rispetto all’acquisto di un nuovo prodotto.

È proprio questo meccanismo che la Francia vuole provare a spezzare.

Come funziona il nuovo malus

La novità prevede una penalità economica per i prodotti commercializzati dai marchi che rientrano nella definizione di fast fashion.

Il meccanismo tiene conto di due caratteristiche principali: la scarsa possibilità o convenienza di riparare i prodotti e l’ampiezza dell’offerta proposta dal marchio.

Il malus può raggiungere il 50% del prezzo del prodotto, ma nel 2026 non può superare 12 euro per capo. Il limite è destinato però a crescere progressivamente e nel 2030 potrà arrivare a 19,50 euro.

Attenzione però: non significa che ogni maglietta venduta da una piattaforma di fast fashion costerà automaticamente 12 euro in più al consumatore. L’importo effettivo dipende dai criteri previsti dal sistema e dalle caratteristiche del prodotto e del marchio.

L’obiettivo è piuttosto quello di introdurre un costo aggiuntivo per i modelli commerciali considerati maggiormente responsabili dell’impatto ambientale.

Da notare che la Francia è il primo Paese al mondo a introdurre un sistema di questo tipo specificamente rivolto alla moda usa e getta. Come ha dichiarato Serge Papin, Ministro delle Piccole e Medie Imprese, del Commercio, dell’Artigianato, del Turismo e del Potere d’Acquisto:

La Francia è il primo paese al mondo a istituire un sistema del genere. Abbiamo combattuto, convinto, costruito questo testo con l’industria. Dal 1° settembre, la moda ultra-veloce paga il vero prezzo dei suoi danni – per l’ambiente, per le nostre aziende, per i nostri territori. È una lotta utile, combattuta con parlamentari impegnati, che hanno portato a sé questo testo e ne hanno permesso l’adozione.

Ma non è tutto, a breve arriva un’altra stretta. Dal 1° gennaio 2027 sono previste ulteriori restrizioni alla promozione della fast fashion, compreso il divieto di promuovere attraverso gli influencer i prodotti e i marchi che rientrano nella categoria interessata dalla normativa.

La strategia francese è quindi duplice: da una parte aumentare il costo dei prodotti associati al modello della ultra-fast fashion, dall’altra intervenire sui meccanismi pubblicitari che contribuiscono a renderli continuamente desiderabili.

Anche l’Unione europea è intervenuta sui piccoli pacchi provenienti dai Paesi extra Ue. Dal 1° luglio 2026 è entrato infatti in vigore un dazio di 3 euro sui piccoli pacchi di valore inferiore a 150 euro spediti direttamente ai consumatori europei dai Paesi extra Ue.

La misura europea e il malus francese non sono però la stessa cosa: il primo interviene sulle spedizioni e sul regime doganale delle merci che arrivano nell’UE, mentre il secondo è stato pensato specificamente per penalizzare economicamente il modello della moda usa e getta e spingere i marchi verso prodotti più durevoli e riparabili.

Leggi anche: Da oggi scatta il dazio di 3 euro per i piccoli pacchi extra Ue: chi lo pagherà davvero e perché il costo finale può triplicare

Shein e Temu

Quando si parla di ultra-fast fashion, il pensiero va inevitabilmente a piattaforme come Shein e Temu, diventate simbolo di un modello basato su prezzi molto bassi, enorme scelta e continuo rinnovamento dell’offerta.

È importante però fare una precisazione: la normativa francese non stabilisce semplicemente una tassa nominando Shein o Temu, ma definisce i criteri che permettono di individuare i prodotti e i marchi riconducibili alla fast fashion. Sono quindi le caratteristiche del modello commerciale a determinare l’applicazione del malus.

Il principio scelto dalla Francia è abbastanza chiaro: se un modello di business contribuisce a moltiplicare la produzione e lo smaltimento di capi difficilmente riparabili, deve sostenere anche una parte maggiore dei relativi costi ambientali.

Questa distinzione è importante perché il provvedimento non vuole colpire genericamente tutti gli abiti a basso prezzo. Il bersaglio è un modello specifico. La Francia prova quindi a utilizzare il prezzo come leva per spingere il mercato verso prodotti più durevoli.

In altre parole, l’idea è rendere progressivamente meno conveniente un sistema nel quale un capo viene acquistato per seguire una tendenza, utilizzato per poco tempo e poi sostituito da un altro.

Il costo nascosto della moda usa e getta

Il prezzo scritto sull’etichetta racconta solo una parte della storia. Dietro una maglietta venduta a pochi euro ci sono materie prime, acqua, energia, processi produttivi, trasporti, spesso anche sfruttamento dei lavoratori e, alla fine della sua vita, c’è un rifiuto da gestire.

Quando il ciclo di acquisto e sostituzione diventa sempre più rapido, anche la quantità di tessili che vengono scartati aumenta. È uno dei motivi per cui negli ultimi anni si è iniziato a parlare sempre più spesso di sovrapproduzione tessile e di durata degli abiti, oltre che di riciclo. Riciclare ciò che viene prodotto in quantità eccessive, infatti, non risolve da solo il problema alla radice.

Per questo la Francia punta prima di tutto a modificare questo sistema.

Il vero cambiamento, però, non può arrivare soltanto dalle leggi. Finché continueremo a considerare normale acquistare continuamente nuovi vestiti solo perché costano pochissimo, il meccanismo della fast fashion continuerà ad alimentarsi.

La nuova misura francese prova almeno a rendere quel prezzo un po’ più vicino al costo reale.

Fonte: Ministère de la Transition écologique

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