Gli ftalati sono sostanze che possiamo trovare in molti oggetti e prodotti di uso quotidiano, dalla plastica ai materiali a contatto con gli alimenti. E uno di questi, il DEHP, torna ora sotto i riflettori della ricerca scientifica per un possibile legame con il tumore al seno.
A suggerirlo è un nuovo studio condotto a Taiwan e pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), che ha seguito per circa vent’anni una grande coorte di donne.
Vediamo cosa è emerso ma prima cerchiamo di capire meglio cosa sono gli ftalati.
Cosa sono gli ftalati
Gli ftalati non sono una singola sostanza, ma una famiglia di composti chimici utilizzati soprattutto come plastificanti, cioè utili a rendere alcune plastiche più morbide, flessibili e resistenti.
Sono stati impiegati in moltissimi prodotti e applicazioni. Secondo l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), possono essere presenti, a seconda della sostanza e dell’utilizzo, in plastiche in PVC, adesivi, sigillanti, vernici, materiali in gomma, cavi, pavimentazioni, imballaggi, materiali a contatto con gli alimenti, dispositivi medici e attrezzature sportive.
Tra i più noti c’è proprio il DEHP (di-2-etilesil ftalato), utilizzato come plastificante soprattutto nel PVC.
Il problema è che gli ftalati non rimangono necessariamente confinati nel materiale che li contiene. Possono infatti migrare nell’ambiente e, in determinate condizioni, anche negli alimenti a contatto con materiali che li contengono. Proprio per questo l’esposizione può avvenire attraverso diverse vie, compresa quella alimentare.
Negli ultimi anni l’Unione europea ha introdotto numerose restrizioni per gli ftalati considerati più problematici. Il DEHP, insieme ad altre sostanze della stessa famiglia, è classificato anche per la sua tossicità per la riproduzione e per le sue proprietà di interferente endocrino.
Questo non significa, naturalmente, che ogni prodotto di plastica contenga DEHP o che ogni esposizione rappresenti automaticamente un pericolo, molto dipende dalla sostanza, dal materiale, dall’utilizzo e dai livelli di esposizione.
Il nuovo studio
La nuova ricerca parte da una coorte longitudinale di 11.923 donne reclutate a Taiwan tra il 1991 e il 1992, seguite fino al 2010. All’interno di questa popolazione i ricercatori hanno identificato 119 donne che avevano sviluppato un tumore al seno invasivo e le hanno confrontate con 245 donne senza tumore, utilizzate come gruppo di controllo.
Un aspetto particolarmente interessante dello studio è che i ricercatori non si sono limitati a ricostruire l’esposizione attraverso questionari: hanno analizzato campioni di urina raccolti durante le visite, cercando 11 metaboliti appartenenti a sette diversi ftalati. In questo modo hanno potuto stimare l’esposizione delle partecipanti a queste sostanze e, nel caso del DEHP, anche un parametro che indica come l’organismo lo metabolizza.
Il risultato più importante è abbastanza preciso: tra i sette ftalati analizzati, il DEHP è stato l’unico a mostrare un’associazione statisticamente significativa con il rischio di tumore al seno.
Le donne con livelli urinari più elevati della somma dei cinque metaboliti del DEHP presentavano un rischio maggiore rispetto alle donne con livelli più bassi. Un risultato analogo è stato osservato considerando il MEHP, uno dei principali metaboliti del DEHP.
In altre parole, nello specifico campione studiato, le concentrazioni più elevate di DEHP e dei suoi metaboliti erano associate a una maggiore probabilità di aver sviluppato un tumore al seno.
Ma c’è un altro elemento interessante. Non conta solo quanto DEHP viene assorbito, ma anche come viene metabolizzato. I ricercatori hanno analizzato anche la percentuale di MEHP rispetto alla quantità complessiva dei metaboliti del DEHP. Questo parametro, chiamato MEHP%, permette di avere un’indicazione della capacità individuale di metabolizzare il DEHP.
Una percentuale più elevata di MEHP è risultata associata a un rischio maggiore di tumore al seno. Secondo gli autori, questo parametro potrebbe quindi rappresentare un biomarcatore più informativo del metabolismo del DEHP rispetto alla sola quantità complessiva di metaboliti presenti nelle urine.
Le ricerche precedenti sul rapporto tra ftalati e tumore al seno
Da anni la comunità scientifica studia il possibile rapporto tra interferenti endocrini e tumore della mammella, e gli ftalati sono tra le sostanze sotto osservazione.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2021 ha analizzato 37 studi e ha rilevato che molti lavori riportavano un’associazione tra esposizione a ftalati e maggiore rischio di tumore al seno. Gli autori, tuttavia, hanno sottolineato la necessità di ulteriori ricerche per stabilire se questa associazione sia effettivamente causale.
Anche una revisione del 2018 si era concentrata specificamente sull’esposizione alimentare agli ftalati e sul loro possibile ruolo nella carcinogenesi mammaria. Gli autori avevano evidenziato che alcuni studi sperimentali suggerivano un possibile coinvolgimento dei meccanismi legati agli estrogeni, ma che le evidenze epidemiologiche erano ancora controverse.
Ma non tutti gli studi sono arrivati alle stesse conclusioni. Una meta-analisi pubblicata nel 2021, che aveva raccolto nove studi per un totale di 7.820 casi e controlli, non aveva trovato un’associazione statisticamente significativa tra tumore al seno e diversi metaboliti degli ftalati, compreso il MEHP. Gli autori chiedevano quindi studi prospettici e di maggiore qualità.
È proprio in questo contesto che il nuovo lavoro taiwanese acquista interesse, offre infatti dati provenienti da una coorte seguita per circa due decenni, con misurazioni biologiche dell’esposizione.
Perché il DEHP è sotto osservazione
Il DEHP appartiene agli ftalati più conosciuti e studiati. Una delle ragioni dell’interesse nei suoi confronti è la sua capacità di interferire con il sistema endocrino. L’ECHA lo identifica infatti, insieme ad altri ftalati, come sostanza con proprietà di interferente endocrino, oltre alla classificazione per la tossicità riproduttiva.
Questo è importante anche perché il tessuto mammario è particolarmente sensibile agli ormoni. Tuttavia, il fatto che una sostanza abbia attività endocrina non significa automaticamente che provochi un tumore, il passaggio dall’attività biologica osservata in laboratorio all’effettivo aumento del rischio nella popolazione deve essere dimostrato dagli studi epidemiologici.
Ed è proprio qui che si inserisce la cautela necessaria nel leggere il nuovo lavoro.
Il nuovo studio non dimostra che il DEHP causi il tumore al seno. Mostra piuttosto che, nella popolazione analizzata, una maggiore esposizione al DEHP e alcuni indicatori del suo metabolismo erano associati a una maggiore probabilità di sviluppare un tumore mammario. È una differenza importante.
Gli stessi risultati vanno inoltre considerati alla luce del fatto che l’esposizione agli ftalati è complessa: siamo generalmente esposti a più sostanze contemporaneamente e attraverso fonti diverse. Anche la letteratura precedente ha prodotto risultati non uniformi e ha evidenziato la necessità di studi longitudinali più solidi.
Il nuovo studio comunque rafforza l’interesse scientifico verso una classe di sostanze alla quale siamo esposti quotidianamente e che, proprio per la loro diffusione, merita di essere studiata ancora meglio.
Nel frattempo, il dato più concreto è anche quello già noto sul piano regolatorio: nell’Unione europea l’uso del DEHP è già soggetto a numerose restrizioni, proprio per i suoi rischi riconosciuti.
E il fatto che oggi la ricerca continui a studiare possibili effetti a lungo termine, compreso quello sul rischio di tumore al seno, mostra quanto sia importante non confondere una sostanza già regolamentata con una sostanza della quale siano stati esauriti tutti gli interrogativi scientifici.
Fonte: PNAS