Gli studenti chiedono diritti occupando le scuole e noi li chiamiamo fannulloni: ma siamo davvero disposti ad ascoltarli?

Prima li chiamiamo rammolliti, poi, quando prendono la parola, li mettiamo a tacere. Prima li giudichiamo degli scansafatiche dalla vita facile, poi, quando vogliono dimostrarci che non è così, mettiamo la testa sotto la sabbia. Premettendo che ogni forma di violenza va sempre condannata (compresa quella parlata), a prescindere da qualsiasi colore, in quale momento ci metteremo a riflettere su cosa i nostri ragazzi e le nostre ragazze ci vogliono dire scendendo in piazza e occupando le scuole?

Quando chiamiamo “figli di papà” ragazzi che riteniamo viziati irresponsabili ingrati, quando chiamiamo testa gloriosa chi va sulla Flotilla, quando etichettiamo come “maranza” i figli degli immigrati che valgono meno di niente, esattamente a chi stiamo facendo un favore? Quale idea di società civile vogliamo consegnare loro? Quale idea di comunità vogliamo costruire? Quale linguaggio inclusivo vogliamo mai costruire se le parole che rivolgiamo loro sono solo invettive?

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Perché non ci piacciono sti ragazzi qui? Ci irritano e li definiamo solo dei provocatori ignoranti incapaci di documentarsi. Ops, Bruno Vespa suvvia, ma davvero crede che facendo sermoni paternalistici risolve qualcosa?

Il punto è sempre quello. Negli ultimi anni l’Italia è andata letteralmente a picco, con una divisione spaventosa tra la ricchezza e la povertà, i salari sono diminuiti, nessun potere d’acquisto, e rimangono mille e più di mille i problemi preistorici come la crisi della casa e l’aumento degli affitti.

Siamo uno dei pochi Paesi occidentali che distrugge il capitale più importante che possiede: proprio loro, i giovani. Secondo i dati ISTAT, il 67,7% dei giovani tra 15 e 34 anni che entrano nell’occupazione lo fa con un rapporto a termine.

Ci stupiamo se questi ragazzi occupano le scuole (scuole, tra l’altro, che se ne cadono a pezzi e sulle quali non si investe un centesimo da anni), se appendono striscioni alle finestre, se interrompono le lezioni, se chiedono di essere ascoltati. Ci stupiamo se a Torino, Roma, Napoli, Bologna e in altre città decidono che è arrivato il momento di dire basta. Protestano contro il caro vita, le difficoltà della scuola pubblica, il riarmo, la proposta di limitare al 30% la presenza di alunni stranieri nelle classi e un futuro sempre più incerto. Ma guarda un po’, ci stupiamo, solo perché stiamo consegnando a un’intera generazione un futuro che assomiglia sempre di più a una porta sbattuta in faccia. Che rottura di scatole.

Una generazione a cui chiediamo di fare figli, ma alla quale neghiamo la possibilità di crescerli

Da anni ci riempiamo la bocca con l’emergenza denatalità. Non nascono più bambini, l’Italia invecchia, le culle sono vuote. Lanciamo appelli alla maternità, celebriamo la famiglia tradizionale, promettiamo incentivi. Ma, invece, proviamo a metterci nei panni di una ragazza di 28 anni che lavora con un contratto in scadenza, magari vive ancora con i genitori perché un monolocale costa metà stipendio, e non sa neppure se tra sei mesi avrà lo stesso lavoro. O di un ragazzo di 30 anni che passa da uno stage a una collaborazione, da un impiego sottopagato a un altro, e che dovrebbe trovare il coraggio di accendere un mutuo, costruire una famiglia.

Con quali soldi? Con quali certezze? Non è che i giovani non vogliano assumersi responsabilità. È che proprio abbiamo trasformato anche le responsabilità più belle della vita in un privilegio economico.

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Secondo l’Istat, nel 2025 in Italia sono nati appena 355.772 bambini, il 3,8% in meno rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna è sceso al minimo storico di 1,14. L’età media alla nascita del primo figlio ha raggiunto i 32 anni. E lo stesso Istat richiama tra i fattori che ostacolano i progetti di genitorialità la precarietà lavorativa, la difficoltà di trovare una casa e gli ostacoli nel conciliare lavoro e famiglia.

Eppure, continuiamo a parlare di denatalità come se fosse un capriccio generazionale.

“Studiate, impegnatevi, siate eccellenti”

C’è poi quell’altra meravigliosa contraddizione tutta italiota. Ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze chiediamo di studiare, di laurearsi in tempo, di imparare le lingue (in istituti privati, sia chiaro, perché nei cicli curriculari pubblici l’inglese è relegato a tre sparute ore settimanali), di fare esperienze, di essere competitivi. Li vogliamo preparati, brillanti, possibilmente con master e tirocini sulle spalle prima ancora di compiere 25 anni.

E quando diventano ricercatori, ingegneri, medici, insegnanti, professionisti, scoprono che il loro Paese non ha un posto per loro. O, peggio, che un posto ci sarebbe pure, ma a condizioni che altrove nessuno si sognerebbe di proporre. Così partono. Nel 2025, secondo l’Istat, sono stati 109mila gli espatri di cittadini italiani. Più di un terzo ha riguardato persone tra i 25 e i 34 anni. E tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso, tra trasferimenti verso altre regioni ed espatri, 150mila giovani laureati italiani di quella stessa fascia d’età.

Numeri che dovrebbero farci saltare dalla sedia, perché quanto meno dietro a ogni partenza c’è una città che perde competenze e un territorio che si impoverisce.

Abbiamo smesso di immaginare il futuro o, almeno, abbiamo smesso di immaginarlo per chi oggi ha 16, 20 o 25 anni. Non c’è una visione di Paese che metta davvero al centro le nuove generazioni. Non c’è un progetto sufficientemente ambizioso che tenga insieme scuola pubblica, università, lavoro dignitoso, diritto alla casa, parità di opportunità e transizione ecologica. Ci sono emergenze continue, provvedimenti, bonus, annunci, slogan e nessuna prospettiva di lungo periodo.

In più, nel frattempo, i ragazzi si ritrovano a fare i conti con una crisi climatica che non hanno provocato, con guerre che sembrano moltiplicarsi. Sono gli stessi ragazzi ai quali abbiamo insegnato l’importanza dell’ambiente, dei diritti umani, della cittadinanza attiva, della partecipazione democratica. Gli stessi ai quali abbiamo detto che bisogna difendere ciò in cui si crede e non restare indifferenti davanti alle ingiustizie.

Poi, quando provano a farlo, ci danno fastidio. Quando chiedono più finanziamenti alla scuola pubblica e meno risorse destinate al riarmo, quando parlano di Palestina, di climate change, di disuguaglianze, di diritti, diventano improvvisamente troppo politicizzati.

Ma che cosa dovrebbe essere, esattamente, una scuola che forma cittadini consapevoli? Un luogo nel quale si impara la Costituzione a memoria, purché poi non venga in mente a nessuno di prenderla sul serio? Proprio così: in questo scenario, la risposta del Governo Meloni alle proteste punta solo su controllo e disciplina. Fine. Difende l’ordine pubblico come obiettivo supremo e restringe gli spazi del dissenso.

E se fossero loro ad aver capito tutto prima di noi?

La cosa che probabilmente più ci irrita delle occupazioni è che i ragazzi ci costringono a guardarci allo specchio. Ci ricordano che abbiamo lasciato irrisolte questioni enormi, che abbiamo consumato risorse senza preoccuparci di chi sarebbe venuto dopo, che continuiamo a parlare di merito in un Paese nel quale il punto di partenza sociale ed economico pesa ancora moltissimo sulle possibilità di arrivare.

Ci ricordano che non basta dire di impegnarsi, se poi l’impegno non viene riconosciuto. Che non basta invitarli a fare figli, se non possono permettersi una casa. Che non basta chiedere loro di amare l’Italia, se per lavorare dignitosamente sono costretti a cercare altrove.

E ci ricordano anche una cosa semplicissima: il futuro di cui discutiamo ogni giorno in televisione, nei palazzi della politica e nei salotti degli adulti è il loro. Non il nostro.

Possiamo discutere all’infinito sull’utilità delle occupazioni, sui metodi, sulle contraddizioni dei movimenti studenteschi. Possiamo criticare uno slogan, contestare una posizione, chiedere che siano rispettati i diritti di chi vuole continuare a frequentare le lezioni. Ma non possiamo continuare a liquidare tutto con la solita caricatura dei ragazzi che non hanno voglia di studiare. A forza di chiedere loro di abbassare la voce, rischiamo di non sentire più neanche il rumore di quando se ne andranno.

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