Dunque, ragazze, posate gli uncinetti e composte che vi do giusto due appunti su come comportarvi. Uno, due, tr… e no, Amina, Zahara e Layla fuori che siete di troppo. No, no, nessuna lamentela che qui c’è da lavorare sugli orli e sul punto filza e poi mai e poi mai dovrete lagnarvi nella vostra vita, rammentatelo.
Perché? Ripetiamolo tutte insieme: perché una fanciulla deve essere gentile e mai assertiva, sempre dolce e mai arrabbiata. Su, con me: un passo indietro e attenta a come si veste. Ché qui già che vi mettete i pantaloncini la dice lunga su come non avete capito un emerito niente su quale deve essere il vostro ruolo. I pantaloncini lo destabilizzano l’uomo! Ma anche la gonna corta o una camicetta troppo aperta lo mettono in ambasce! Siete serie oppure no? Vi volete sposare oppure no?
Già ti vedo laggiù, Teresina, che fai no con la testa. Cosa preferisci: rimanere zitella a vita? Suvvia, siediti per bene e renditi carina e affidabile, che poi vedi come sei contenta.
Allora, dove eravamo. Ah sì. Volete mettere voi una bella, bellissima gonna lunga almeno fin sotto il ginocchio che altrimenti vien fuori la rotula che potrebbe stuzzicare virili pruriti (legittimissimi!), con una minigonna scosciata che poi dà il senso di donnina poco affidabile? Tra le due, scegliete sempre la prima, mi raccomando.
Ecco, brave. Ora che abbiamo ripassato per bene il manuale della perfetta fanciulla del secolo scorso, possiamo tornare ai giorni nostri.
Non ci credo, l’ha detto sul serio
Sì, perché, a quanto pare, certi consigli non sono rimasti chiusi nei bauli della nonna. Le parole orami sentite e strasentite in questi giorni di Antonio Tajani “meglio sposare una donna con la gonna più lunga, meno appariscente ma più affidabile” dal palco di Itaca a Formello riaprono una discussione mai davvero chiusa: quella sull’idea che l’aspetto di una donna possa essere usato come misura del suo carattere, della sua serietà o della sua affidabilità.
Il problema non è una gonna, ma il fatto che viviamo in una società che definisce precisamente dei canoni di femminilità e mascolinità e che le donne sono portate a comportarsi, pensare e agire sulla base di come sono state formate sin da bambine (e sulla base di regole che agli uomini raramente vengono imposte). Il problema della asserzione di Tajani è il messaggio che si nasconde dietro: l’idea che una donna debba essere più composta, più discreta, meno visibile per essere considerata più degna di rispetto (e da matrimonio!). Come se la lunghezza di un vestito potesse raccontare l’intelligenza, l’etica, la capacità o il valore di una persona.
La premier Meloni ci ha messo il carico da 90 parlando di una “frase uscita male”, ma il nocciolo della questione è che certe frasi funzionano proprio perché attingono a un immaginario ancora presente: quello secondo cui esisterebbe un modo corretto di essere donna, fatto di moderazione, dolcezza e adattamento alle aspettative altrui. Un immaginario in cui una donna assertiva rischia di essere definita aggressiva, una donna sicura di sé rischia di essere giudicata arrogante, una donna libera nelle proprie scelte rischia di essere considerata meno seria.
E così la gonna diventa solo il simbolo di qualcosa di molto più grande: il controllo sociale sui comportamenti femminili.
Ah, e mentre siamo qui a discutere, arriva anche la sentenza finale, un’altra chicca da Oscar del Patriarcato (mediterraneo) 3.0, quella di Roberto Vannacci:
Gonna corta o gonna lunga? Una donna la preferisco sempre senza gonna.
Una battuta(ccia) che, al di là dell’intento dichiarato, non fa che riportare il corpo femminile al centro del discorso e la questione principale rimane sempre quella: il modo in cui una donna appare agli occhi degli altri.
La base da cui sarebbe auspicabile ripartire è molto più semplice: una donna non è più affidabile perché indossa una gonna lunga, né meno seria perché sceglie una gonna corta. La sua credibilità non si misura in centimetri di stoffa.
A ben vedere, il vero problema non è mai stata la gonna, non è mai stato un orlo, una lunghezza, un centimetro di pelle in più o in meno lasciato scoperto. Il problema è l’idea che dietro quei centimetri si possa leggere il valore di una persona. Come se una donna fosse un curriculum da valutare a colpo d’occhio: gonna lunga, affidabile; gonna corta, da mettere in discussione.
Una specie di codice morale cucito addosso, dove il tessuto diventa giudizio e l’abito una pagella.
Peccato che nel frattempo le donne abbiano continuato a studiare, lavorare, guidare aziende, fare ricerca, governare Paesi, crescere figli, cambiare il mondo. Spesso con una gonna lunga spesso con una gonna corta. A volte anche con i pantaloni, che evidentemente restano un piccolo grande trauma per certi immaginari.
Una società che continua a interrogarsi su quanto debba essere lunga una gonna di una donna dovrebbe iniziare a chiedersi quanto sia corta, invece, la distanza che ancora separa le parole dai vecchi stereotipi. L’unica misura che dovrebbe contare sta nella libertà di scegliere cosa indossare senza che qualcuno trasformi quella scelta in un giudizio sul proprio valore.