Nelle gelide e profonde acque dell’Atlantico settentrionale si sta consumando una battaglia silenziosa ma spietata tra i pescatori artici e una delle creature più longeve e affascinanti del pianeta. All’inizio dell’anno, le autorità del comune di Avannaata, guidate dal sindaco Lars Erik Gabrielsen, hanno approvato un piano per abbattere 1.000 squali della Groenlandia, offrendo una taglia di 300 corone danesi per ogni cuore prelevato.
Questa specie, universalmente riconosciuta come lo squalo che nuota più lentamente al mondo, è capace di superare i 400 anni di vita e di raggiungere la maturità sessuale solo a 150 anni ed è finita sul banco degli imputati a causa della sua voracità nei confronti di halibut e merluzzo.
Pescatori locali denunciano danni enormi alle attrezzature, con migliaia di ami persi e costi che possono toccare le 30.000 corone in un solo giorno a causa dei predatori che tagliano le lenze. Sebbene il governo nazionale della Groenlandia abbia bloccato l’iniziativa per dubbi sulla sua legalità, la tensione non accenna a diminuire. Il sindaco sostiene la necessità di difendere il reddito di chi vive di pesca, ma la misura divide profondamente la comunità.
L’allarme dei conservazionisti e le reali cause strutturali della crisi
Dall’altra parte della barricata, i conservazionisti e i ricercatori lanciano un grido d’allarme per la sopravvivenza di un animale definito come la specie oceanica in assoluto più sensibile alla pesca eccessiva. Organizzazioni come Oceans North Kalaallit Nunaat spiegano che un abbattimento sarebbe del tutto inefficace, poiché i predatori rimossi verrebbero rapidamente sostituiti da esemplari in migrazione capaci di percorrere oltre 2.000 chilometri all’anno.
Dietro la rabbia dei pescatori si celano in realtà problemi strutturali ben più gravi, legati all’aumento dei costi operativi, all’eccessiva presenza di imbarcazioni e all’invasione di reti fantasma abbandonate sui fondali. Soluzioni alternative avanzate dai gruppi ambientalisti prevedono l’introduzione di attrezzature selettive, risarcimenti per gli strumenti persi e l’uso di deterrenti acustici, dimostrando che la coesistenza pacifica nei mari artici richiede tutela ambientale e non sterminio.
Fonte: Oceans North