I ragni tornano in casa a settembre: dietro l’”invasione” c’è la stagione degli amori

Negli ultimi giorni avete incrociato un ragno dalle zampe lunghe che sfrecciava lungo il battiscopa del salotto? Bene, si tratta di un incontro che ha poco a che fare con la sfortuna, perché tra fine agosto ed ottobre, complici le temperature in calo e le prime piogge, gli esemplari maschi lasciano i rifugi per andare in cerca di una femmina, e nel farlo attraversano più spesso proprio gli ambienti domestici. Si tratta, in sostanza, del calendario riproduttivo di questi animali, che ogni anno si ripete pressoché identico.

Perché proprio a settembre

A confermarlo con numeri concreti è uno studio dell’Università di Gloucestershire condotto insieme alla Royal Society of Biology britannica, pubblicato sulla rivista scientifica Arachnology. I ricercatori Adam Hart, Rebecca Nesbit e Anne Goodenough hanno analizzato oltre 10mila segnalazioni raccolte tramite un’app di citizen science, con tanto di data, orario e sesso dell’esemplare avvistato. I risultati vedono i picchi di avvistamento concentrarsi intorno alla metà di settembre, con la fascia oraria più “calda” attorno alle 19.30, e oltre l’80% degli esemplari notati in casa sono maschi. Le femmine, spiegano gli autori, tendono a restare ferme nella propria tela; sono i maschi a muoversi, spinti dalla necessità di trovare una compagna prima che la stagione finisca.

Sono pericolosi?

Fortunatamente la risposta, nella stragrande maggioranza dei casi, è negativa. I ragni domestici italiani evitano il contatto con l’uomo e non rappresentano una minaccia, anzi, si nutrono di zanzare, mosche ed altri piccoli insetti, funzionando come una forma di controllo naturale dei parassiti. Per questo chi si occupa di questi animali consiglia di non ucciderli, ma al massimo di allontanarli con qualche accorgimento. Le specie che compaiono più spesso nelle abitazioni italiane sono tre, ed ognuna ha un aspetto piuttosto riconoscibile. La Tegenaria domestica, il classico “ragno delle case”, ha corpo allungato e zampe robuste: è lei la protagonista delle corse notturne lungo il battiscopa, ed è anche la specie con l’apertura zampe più ampia tra quelle presenti in Italia.

Tegenaria domestica

Possiamo citare le Eratigena, un genere separato solo di recente da quello delle tegenarie, a cui somigliano molto, oltre a condividere le medesime abitudini e prediligere gli stessi rifugi bui e polverosi: cantine, garage, retro dei mobili.

Eratigena atrica

Infine troviamo il Pholcus phalangioides, il cosiddetto “ragno ballerino”, che invece possiede tutt’altra figura: zampe filiformi lunghissime, corpo minuscolo e quella caratteristica oscillazione sulla tela quando si sente minacciato. È probabilmente la specie più diffusa in assoluto nelle case italiane, oltre che la più innocua: si nutre spesso di altri ragni e insetti che finiscono nella sua tela irregolare, tesa quasi sempre in angoli alti di bagni e cantine.

Pholcus phalangioides

L’eccezione a cui vale la pena prestare attenzione è l’ormai arcinoto ragno violino, il cui nome scientifico è Loxosceles rufescens, riconoscibile dalla macchia scura a forma di violino sul cefalotorace e da dimensioni contenute, tra 7 e 13 millimetri. È l’unica specie, tra quelle che possono capitare in casa, il cui veleno ha un’azione citotossica in grado di creare problemi di rilevanza medica.

Loxosceles rufescens

Nella maggior parte dei casi il morso, spesso indolore, tanto che passa inosservato per ore, si risolve con un semplice arrossamento locale; in una minoranza di casi, però, può provocare il loxoscelismo, cioè una lesione necrotica che richiede cure specifiche e guarisce lentamente. Il ragno violino non è un esemplare aggressivo e morde solo quando si sente schiacciato, per esempio all’interno di scarpe e vestiti lasciati a lungo su un pavimento, oppure in un armadio. Predilige gli ambienti bui e poco frequentati, le stesse cantine e gli stessi ripostigli in cui si annidano tegenarie ed eratigene, il che rende ancora più sensato l’ordine come prima forma di prevenzione.

I rimedi naturali che funzionano davvero (e quelli da prendere con le pinze)

Gli odori intensi sono l’arma più citata. Le scorze di agrumi (limone ed arancia su tutti) disposte su davanzali e infissi sfruttano l’olfatto particolarmente sensibile di questi animali e restano un deterrente economico, anche se non garantiscono risultati assoluti. Stessa logica per l’aceto: una soluzione di acqua e aceto bianco in parti uguali, vaporizzata lungo porte e finestre, produce un odore sgradito grazie all’acido acetico, e serve anche a rimuovere le ragnatele già formate. La menta piperita, diluita in acqua con qualche goccia di olio essenziale e nebulizzata nei punti critici, agisce con lo stesso principio: un aroma pungente che molti artropodi tendono a evitare. Cannella, anice stellato e le vecchie castagne matte dell’ippocastano, forate per far uscire l’odore e sistemate vicino agli accessi, completano il repertorio dei rimedi della nonna.

Accanto agli odori contano gli interventi pratici, spesso più efficaci di qualunque essenza. Sigillare con stucco o silicone le fessure attorno a porte e finestre riduce le vie d’accesso; eliminare regolarmente ragnatele e disordine, quindi scatoloni, giornali accumulati, cianfrusaglie, toglie ai ragni i nascondigli bui che cercano. Anche l’illuminazione esterna gioca un ruolo indiretto: la luce non attira i ragni in sé, ma richiama gli insetti di cui si nutrono, che a loro volta ne favoriscono la presenza. Ridurre le luci notturne del giardino, insieme a qualche metro di distanza tra vasi e vegetazione e il perimetro di casa, aiuta a spezzare quel piccolo ponte verso l’interno.

Verde sì, blu no? Cosa c’è di vero

L’idea che i ragni siano attratti dal verde e respinti dal blu ha un fondo scientifico reale, anche se applicato in modo scorretto. Alla base c’è una serie di ricerche del laboratorio di George Uetz, biologo dell’Università di Cincinnati, che ha studiato la vista dei ragni lupo (genere Schizocosa) e di altre specie come i saltafoglie (Phidippus regius). Lo studio di riferimento ha ricostruito, tramite modelli visivi basati sulla sensibilità spettrale degli occhi dei ragni lupo, come le femmine percepiscano i segnali dei maschi durante il corteggiamento contro sfondi vegetali complessi. Da questa e da altre ricerche dello stesso filone è emerso che questi ragni possiedono una visione dicromatica: percepiscono solo due bande dello spettro, il verde (attorno ai 530 nanometri) e l’ultravioletto, restando di fatto “ciechi” al resto dei colori, blu compreso.

Da qui a “i ragni odiano il blu e amano il verde” il passo compiuto dalla stampa generalista è stato lungo e, in parte, fuorviante. Primo: la ricerca riguarda specifiche specie di ragni lupo e saltatori, cacciatori attivi che si affidano molto alla vista, non le tegenarie o i folcidi che popolano le case italiane e che si orientano soprattutto tramite vibrazioni e percezione tattile. Secondo: non percepire un colore non equivale a esserne respinti, pertanto un ragno dicromatico non “vede” il blu così come non lo vede il rosso, ma questo non significa che quel colore lo spaventi o lo allontani. Non esiste, ad oggi, uno studio che dimostri un effetto repellente del blu sui ragni domestici: vernici e luci blu contro i ragni sono più che altro soluzioni figlie del passaparola, le quali hanno poco da spartire con la letteratura scientifica.

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