C’è chi cerca di ridurre i consumi energetici facendo attenzione alle proprie abitudini quotidiane, e poi c’è chi, attraverso patrimoni milionari, proprietà e investimenti, ha un’impronta climatica enormemente superiore a quella della maggior parte della popolazione. La crisi climatica riguarda tutti, certo, ma non tutti contribuiamo allo stesso modo ad alimentarla. E soprattutto non tutti abbiamo la stessa responsabilità per le emissioni che la provocano.
A quantificare questa disuguaglianza è un nuovo rapporto commissionato da Greenpeace Europa centro-orientale (CEE) e realizzato dall’istituto tedesco Forum Ökologisch-Soziale Marktwirtschaft (FÖS), intitolato Under the Surface: The Hidden Climate Debt of Extreme Wealth in the European Union (lo studio è il primo in Europa a stimare il debito climatico dei super-ricchi, ovvero il valore dei danni climatici associati alle emissioni prodotte in eccesso rispetto a una quota pro-capite equa, sia rispetto al patrimonio che rispetto ai consumi).
Da qui emerge un primo dato principale impressionante: l’1% più ricco della popolazione di 24 Paesi dell’Unione europea è associato a un debito climatico annuo stimato in 301 miliardi di euro, considerando le emissioni riconducibili alla proprietà di aziende e altri investimenti produttivi.
Una cifra che fotografa la responsabilità climatica concentrata ai vertici della distribuzione della ricchezza e che arriva proprio mentre i leader europei discutono a Bruxelles del prossimo bilancio comunitario e delle possibili nuove fonti di finanziamento.
Ma è guardando all’Italia che la sproporzione diventa ancora più evidente: le emissioni pro capite attribuite al patrimonio dell’1% più ricco sono circa 160 volte quelle della metà più povera della popolazione.
Che cos’è il debito climatico dei super-ricchi
Quando si parla di emissioni dei più ricchi, il pensiero corre immediatamente ai jet privati, agli yacht, alle ville di lusso e ai viaggi intercontinentali. Tutte attività che possono comportare consumi energetici elevatissimi. Ma, secondo Greenpeace, questa è soltanto la parte più visibile del problema.
La quota più rilevante della responsabilità climatica delle grandi fortune emerge considerando le emissioni generate dalle attività economiche possedute e dagli investimenti.
Il rapporto analizza infatti il cosiddetto debito climatico, vale a dire il valore economico stimato dei danni provocati dalle emissioni che superano una quota individuale considerata equa, compatibile con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C.
Per calcolarlo, i ricercatori hanno considerato due prospettive differenti:
- le emissioni legate ai consumi, che comprendono l’impronta climatica degli stili di vita e dei beni e servizi acquistati
- le emissioni legate al patrimonio, attribuite ai proprietari delle imprese e degli asset produttivi in proporzione alle rispettive quote di proprietà
Quest’ultimo metodo evidenzia una responsabilità spesso trascurata: quella di chi possiede e finanzia attività economiche ad alte emissioni, anche senza consumare direttamente i prodotti che ne derivano. Nel 2022, ultimo anno per cui sono disponibili i dati utilizzati nello studio, il debito climatico associato al patrimonio dell’1% più ricco dei 24 Stati europei analizzati raggiungeva circa 301 miliardi di euro.
Considerando invece le emissioni legate ai consumi dell’1% con i redditi più elevati, la stima era di circa 80 miliardi di euro.
Due cifre che mostrano quanto sia importante considerare anche il ruolo della proprietà del capitale per comprendere le disuguaglianze climatiche. E attenzione: il debito climatico non rappresenta una tassa già dovuta né una somma immediatamente recuperabile dagli Stati. È una stima economica della responsabilità associata alle emissioni in eccesso, calcolata attraverso il costo sociale del carbonio, che nello studio è fissato a 310,77 euro per tonnellata di CO₂.
In Italia l’1% più ricco emette 160 volte più della metà più povera della popolazione
Secondo il rapporto, nel 2022, l’1% più ricco degli italiani era associato a un debito climatico di 27,1 miliardi di euro attraverso il patrimonio e di 11,2 miliardi attraverso i consumi del gruppo con i redditi più elevati. Per quanto riguarda il debito climatico complessivo attribuito ai patrimoni dell’1% più ricco, l’Italia occupa il terzo posto tra i 24 Paesi analizzati, dopo Germania e Francia.
Quanto alle emissioni individuali, sempre nel 2022, a ciascuna persona appartenente all’1% più ricco della popolazione italiana venivano attribuite mediamente 150,8 tonnellate di CO₂ equivalente all’anno, considerando il patrimonio e le attività produttive possedute. Per una persona appartenente alla metà meno ricca della popolazione, invece, il valore era di appena 0,95 tonnellate. Una differenza di circa 160 volte.
@Greenpeace
In altre parole, attraverso questo metodo di attribuzione, una sola persona appartenente all’1% più facoltoso risulta associata a emissioni annuali paragonabili a quelle di circa 160 persone della metà meno ricca. Lo squilibrio emerge anche osservando come sono distribuite le emissioni: l’1% più ricco è responsabile del 27% di quelle attribuite al patrimonio degli italiani, mentre alla metà più povera è imputabile soltanto l’8%.
E la concentrazione della responsabilità cresce ulteriormente ai vertici della ricchezza. Il debito climatico medio pro capite dell’1% più facoltoso raggiunge infatti circa 45.400 euro, quasi sei volte quello medio del 10% più ricco, sempre considerando il patrimonio.
Chi inquina di più non è necessariamente chi paga di più
Ondate di calore, siccità, alluvioni e altri eventi estremi producono conseguenze economiche e sociali che ricadono sull’intera collettività. A sostenerne il peso sono spesso anche persone e famiglie che hanno contribuito molto meno al riscaldamento globale.
Il rapporto richiama, per l’Italia, una perdita economica media annua legata agli eventi climatici di circa 5,4 miliardi di euro, calcolata dall’Agenzia europea dell’ambiente attraverso una media mobile trentennale riferita al 2022.
Secondo Greenpeace, l’Europa dovrebbe indirizzare maggiori risorse verso le energie rinnovabili, l’efficienza energetica degli edifici, l’adattamento climatico e le misure di protezione sociale, chiedendo un contributo più consistente a chi dispone delle maggiori ricchezze ed è associato alle emissioni più elevate.
Tassare le grandi fortune
Il rapporto arriva in un momento particolarmente delicato per le finanze europee. L’Unione sta discutendo il bilancio pluriennale 2028-2034, mentre aumentano le esigenze di finanziamento per la transizione energetica, la protezione dei territori dagli eventi climatici estremi e il sostegno alle famiglie più vulnerabili.
Una delle proposte esaminate nello studio riguarda l’introduzione di un’imposizione minima effettiva del 2% sui patrimoni netti superiori a 100 milioni di euro. Secondo una stima richiamata dai ricercatori, una misura del genere potrebbe generare circa 67 miliardi di euro all’anno nell’Unione europea.
In Italia, un’imposta minima effettiva del 2% sulle fortune nette superiori ai 100 milioni di euro potrebbe produrre, secondo le stime citate dal rapporto, circa 8,3 miliardi di euro di entrate annue.
I jet privati e gli stili di vita lussuosi sono solo la punta dell’iceberg. L’impatto climatico dei super-ricchi è molto più grande a causa delle loro proprietà, aziende e investimenti, spiega Clara Thompson, esperta di giustizia fiscale di Greenpeace Germania.
Per Greenpeace, i governi dovrebbero utilizzare anche il percorso della Convenzione fiscale delle Nazioni Unite per rafforzare la cooperazione internazionale sulla tassazione delle grandi fortune e migliorare la trasparenza dei patrimoni ad alto impatto climatico.
In questa direzione si inserisce la richiesta avanzata da Greenpeace Italia, insieme ad altre organizzazioni ambientaliste e pacifiste, al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: adottare un sistema fiscale più equo, fondato sul principio chi inquina paga, prevedendo una tassazione adeguata e permanente delle grandi fortune e dei profitti legati ai combustibili fossili e alla vendita di armi.
QUI trovi il rapporto completo.
