Il Sud è paralizzato e i supermercati sono vuoti (ma a fare notizia sono le vetrine rotte e i saccheggi al Nord)

L’abbiamo battezzata “autunno caldo”, questa stagione che sa di scioperi e di proteste d’ogni tipo. I giovani studenti, che – da Nord a Sud – occupano scuole e scendono in piazza (e alcuni sfasciano la qualunque ma è un’altra storia e ne parliamo poi), e gli autotrasportatori che – soprattutto al Sud – incrociano le braccia e bloccano autostrade in rivolta contro il caro carburanti.

Ce ne siamo accorti (finalmente) tutti, quando in queste ultime ore abbiamo trovato gli scaffali dei supermercati semivuoti (reparti ortofrutta e freschi del tutto vuoti) e allora (finalmente) ci siamo chiesti cosa stia accadendo. Le ho sentite con le mie orecchie le persone che – tra lo yogurt ai mirtilli superstite e due uova che urlavano pietà – chiedevano perché mai quei ripiani fossero vuoti.

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Già, perché da molti tg (diciamo anche quelli più seguiti) sappiamo perfettamente delle impronte delle scarpe di Garlasco, ma giammai di cosa succede davvero – oggi – in questa Italia esanime.

Tir fermi, autostrade paralizzate e scaffali vuoti

La protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti sta mettendo in ginocchio la circolazione al Sud. Ma dietro le code chilometriche e le merci che non arrivano a destinazione c’è qualcosa di ben più grande: la disperazione di un settore che non riesce più a sostenere i costi del proprio lavoro.

La mobilitazione, iniziata nei giorni scorsi e proseguita nella notte tra domenica 18 e lunedì 19 ottobre, ha interessato i caselli di Caserta Sud, Napoli Nord e Maddaloni, oltre agli snodi logistici di Marcianise e Carinaro. Si sono registrate code fino a 6 chilometri sull’A1 e 3 sull’A30, con chiusure e deviazioni. E le conseguenze, come dicevamo, cominciano inevitabilmente a farsi sentire sulla spesa quotidiana: in diversi supermercati del Meridione, soprattutto nei reparti di frutta e verdura, i banchi risultano semivuoti per le mancate consegne. Sotto, alcune foto scattate nel supermercato Eurospin di Trappitello, in provincia di Messina:

supermercati vuoti

Trappitello, Messina

Il problema è tanto semplice quanto drammatico: a pesare sui prezzi dei carburanti è anche e soprattutto una situazione geopolitica sempre più instabile, con le tensioni in Medio Oriente e il conflitto tra Stati Uniti e Iran che continuano a ripercuotersi sul mercato petrolifero, insieme al peso delle accise. L’ennesima dimostrazione di quanto sia fragile un sistema energetico ancora ostaggio dei combustibili fossili e delle crisi internazionali, le cui conseguenze finiscono puntualmente sulle spalle di lavoratori e famiglie.

Va da sé, infatti, che quando lavorare significa rischiare di andare in perdita, fermarsi diventa l’unico modo per farsi ascoltare. A pagare il prezzo di questa situazione sono gli autotrasportatori, ma anche gli agricoltori, i commercianti e i consumatori. Perché il costo del trasporto finisce per pesare anche sul prezzo del cibo che mettiamo in tavola.

supermercati vuoti

Napoli

supermercati vuoti

Napoli

Eppure, non è la prima volta che succede e viene da chiedersi quante altre volte dovremo assistere alle stesse scene prima di capire che il problema è il modello stesso. Era già accaduto nel 2012, con la protesta dei Forconi in Sicilia e i blocchi dei tir che avevano lasciato supermercati senza prodotti e distributori a secco. E poi ancora nel 2022, quando il caro gasolio aveva spinto gli autotrasportatori a fermarsi in Campania, Sicilia e Sardegna, con pesanti conseguenze anche per gli agricoltori, costretti in alcuni casi a vedere marcire le proprie merci.

Possibile che, dopo tutti questi anni, non abbiamo ancora capito quanto sia insostenibile un meccanismo che dipende così tanto dal petrolio e dal trasporto su gomma? Basta un’impennata dei carburanti, una crisi energetica o un blocco della circolazione per mandare in difficoltà un’intera filiera, dai lavoratori ai produttori, fino alle famiglie. E ogni volta si interviene sull’emergenza, senza mettere davvero in discussione le cause.

Eppure, le alternative su cui investire esistono: più trasporto merci su ferro, ma soprattutto filiere corte e logistica meno dipendente dai combustibili fossili, oltre a sostegni concreti a chi lavora. Gli scaffali vuoti fanno notizia, ma il fatto che continuiamo a ritrovarci ciclicamente nella stessa situazione dovrebbe fare ancora più rumore.

Intanto a Milano…

Oltre 200 persone fermate, l’80% minorenni. È il dato che più colpisce dopo i disordini che hanno sconvolto Milano nel fine settimana del 17 e 18 ottobre, tra vetrine infrante, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine. Ragazzini, giovanissimi, adolescenti. E mentre la politica sembra accorgersi solo di queste frange più violente e invoca pene più severe, forse dovremmo farci qualche domanda in più.

Perché nel 2026 siamo ancora qui a dover distinguere chi manifesta per rivendicare un diritto da chi approfitta di una manifestazione per seminare il caos? I cortei pacifici e le azioni violente non sono la stessa cosa. Gruppi estranei, frange estremiste o provocatori possono inserirsi nelle mobilitazioni cercando deliberatamente lo scontro. La storia ci insegna che la violenza è stata utilizzata anche come strumento per delegittimare il dissenso, comprese le strategie eversive dell’estrema destra. Questo però, naturalmente, non significa che dietro i fatti di Milano ci sia solo una regia del genere, perché in ogni caso servono prove.

Ma una domanda resta: a chi giova oscurare il movimento degli autotrasportatori e spostare l’attenzione dalle ragioni della protesta dei ragazzi alle immagini delle vetrine distrutte? Di certo non a chi manifesta pacificamente per essere ascoltato. E il rischio è che il dibattito pubblico ne approfitti e finisca per concentrarsi esclusivamente sulla repressione, lasciando in secondo piano le richieste e il disagio di un’intera generazione.

Quale futuro stiamo offrendo a ragazzi che sembrano non avere più nulla da perdere? Tra precarietà, disuguaglianze, scuole lasciate cadere a pezzi e opportunità sempre più difficili da raggiungere, cresce una frustrazione che non possiamo pensare di risolvere soltanto con manganelli, denunce e nuove carceri minorili.

La violenza va condannata, sempre. Tuttavia, comprendere le cause del disagio non significa giustificarla, ma – quantomeno – provare a impedire che si ripeta. Una società che non accoglie e non capisce le proteste degli autotrasportatori da un lato e che non ascolta i suoi ragazzi dall’altro e un potere che condanna il dissenso senza ascoltare hanno un problema gigantesco. Prima di trasformare ogni manifestazione in un pretesto per parlare soltanto di ordine pubblico, chiediamoci perché così tanti giovani non riescano più a immaginare il proprio domani.

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