Il chaku di Cusco, il cane andino che vive a oltre 3.000 metri sul livello del mare, aspira al riconoscimento internazionale come razza ufficiale del Perù

A più di 3.000 metri sulle Ande peruviane c’è un cane che raduna il bestiame, sorveglia le greggi e, secondo le testimonianze raccolte nelle comunità, nella taglia più grande arriva persino ad affrontare puma e volpi. Si chiama chaku cusqueño, ma da quelle parti lo chiamano anche “chapito”. Ora una parte del suo lavoro si è spostata parecchio più in basso: dentro un fascicolo.

L’Asociación Canófila Peruana–Unión Canófila Peruana, l’ACP-UCPE, sta infatti lavorando per ottenere il riconoscimento formale del chaku cusqueño come razza canina peruviana. Il prossimo passaggio annunciato è il 9 ottobre 2026 a Guadalajara, in Messico, dove l’associazione dovrebbe presentare il dossier alla Federación Canina Americana (FECAM) durante la sua assemblea annuale.

Dentro ci sono documentazione storica, registri di esemplari considerati rappresentativi e uno standard di razza ancora preliminare. Una precisazione che conta: il chapito, oggi, non è ancora una razza ufficialmente riconosciuta. A settembre anche il Servizio dei parchi della città di Lima ha spiegato che il suo fascicolo tecnico è ancora in fase di sviluppo per arrivare al riconoscimento formale.

Un cane costruito dal lavoro in quota

La storia che l’ACP-UCPE sta cercando di mettere nero su bianco arriva soprattutto dalle comunità altoandine di Cusco e delle regioni vicine. Secondo l’associazione, la ricerca dura da oltre dieci anni e ha raccolto testimonianze di famiglie che descrivono questi cani come compagni di lavoro tramandati da generazioni.

Qui però il confine tra memoria e prova va tenuto ben visibile. A differenza del pastor chiribaya, per il chaku cusqueño non risultano finora evidenze archeologiche preincaiche confermate che permettano di seguirne la storia indietro nei secoli. La sua continuità è ricostruita principalmente attraverso la tradizione orale e lo studio delle popolazioni canine ancora presenti sul territorio. Affascinante, sì. Già dimostrato fino all’ultimo antenato, decisamente no.

Lo standard preliminare descrive un cane più lungo che alto, con testa mesocefala, orecchie cadenti, occhi a mandorla e un doppio mantello ruvido, ondulato o semiriccio. Sono state individuate tre varietà per dimensione: piccola, media e grande.

La forma, però, qui viene dopo il mestiere. Questi cani vengono utilizzati per condurre e proteggere il bestiame e partecipano anche al chaku, la pratica tradizionale con cui le comunità circondano e radunano le vigogne per poterle tosare e poi liberare. Il Ministero peruviano dell’Ambiente descrive il chaku proprio come una pratica annuale di raduno, cattura e tosatura sostenibile delle vigogne.

Dal pascolo al pedigree

Il riconoscimento servirebbe soprattutto a fissare uno standard, registrare le genealogie e organizzare un programma di conservazione evitando che una popolazione di cani selezionata per il lavoro nelle comunità venga progressivamente diluita attraverso incroci non controllati.

Per questo negli ultimi mesi sono iniziate anche valutazioni di esemplari con caratteristiche compatibili con il chaku cusqueño. Il lavoro rientra in un progetto più ampio dell’ACP-UCPE per documentare e standardizzare le razze canine peruviane: SERPAR lo ha confermato esplicitamente parlando del percorso già intrapreso con un altro cane del Paese, il pastor chiribaya.

Ed è proprio lui il precedente più ingombrante, in senso buono. Nel 2025 il Parlamento peruviano ha approvato la legge sul riconoscimento del pastor chiribaya come Patrimonio culturale della Nazione, promuovendone ricerca, protezione e conservazione.

Per il chaku cusqueño si sta cercando di percorrere una strada simile anche sul piano nazionale. Il passaggio di Guadalajara riguarda invece il circuito internazionale della FECAM; l’ACP-UCPE ha inoltre avviato contatti con la World Kennel Union. Parlare genericamente di “riconoscimento internazionale” richiede quindi una piccola parentesi: esistono più organizzazioni cinofile internazionali e il riconoscimento da parte di una di esse non equivale automaticamente a quello di tutte le altre.

Prima del riconoscimento c’è ancora il cane

Per le comunità che lo allevano, intanto, cambia poco. Il chapito continua a fare quello per cui è stato selezionato molto prima che qualcuno pensasse a pedigree, assemblee e standard: muoversi sui pascoli d’alta quota, radunare gli animali, sorvegliarli e restare vicino alle famiglie.

Il dossier servirà a capire quanto di questa popolazione possa essere definito in modo stabile come razza, quali caratteristiche siano davvero condivise e quanta variabilità emergerà ampliando lo studio. Lo stesso standard, infatti, è considerato ancora aperto e potrà essere corretto con l’aumento degli esemplari censiti.

Il 9 ottobre il chaku cusqueño arriverà quindi a Guadalajara sulla carta. Lui, con ogni probabilità, resterà sulle Ande a fare il turno con le pecore. Una divisione dei compiti piuttosto ragionevole.

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