Il Giudizio Universale è (quasi) arrivato: lo Stato italiano torna in tribunale per la prima causa climatica

Oggi lo Stato italiano tornerà davanti ai giudici per rispondere delle proprie politiche climatiche. Dopo oltre due anni dalla sentenza di primo grado, la Corte d’Appello di Roma esaminerà finalmente Giudizio Universale, la prima causa climatica intentata contro lo Stato italiano, accusato di non aver fatto abbastanza per ridurre le emissioni di gas serra e proteggere la popolazione dalle conseguenze del riscaldamento globale.

Promossa nel 2021 dall’organizzazione ambientalista A Sud, insieme a circa 200 ricorrenti e 24 associazioni, la causa punta a ottenere il riconoscimento della responsabilità dello Stato per l’insufficienza delle politiche climatiche.

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Un appuntamento importante, soprattutto alla luce delle recenti decisioni dei tribunali europei che hanno riconosciuto il ruolo della giustizia nella tutela dei cittadini dagli effetti della crisi climatica.

Cosa chiedono i ricorrenti

Al centro di Giudizio Universale c’è il mancato rispetto, secondo i promotori, degli impegni assunti dall’Italia per contrastare il cambiamento climatico. Il riferimento principale è l’Accordo di Parigi del 2015, che impegna gli Stati a contenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 °C, proseguendo gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C.

I ricorrenti chiedono che lo Stato adotti politiche di riduzione delle emissioni più ambiziose, proporzionate alle proprie responsabilità storiche e capacità economiche. A sostegno della causa vengono richiamati studi scientifici sugli effetti del riscaldamento globale in Italia, tra ondate di calore, siccità, desertificazione e alluvioni.

Perché il processo si era fermato e cosa è cambiato

Nel febbraio 2024 il Tribunale civile di Roma aveva dichiarato inammissibili le richieste per difetto assoluto di giurisdizione, ritenendo che le scelte generali sulla politica climatica non potessero essere esaminate dal giudice civile nei termini proposti dai ricorrenti. Una decisione contestata da A Sud, che ha presentato appello.

Nel frattempo, però, il quadro giuridico è cambiato. Il 21 luglio 2025, con l’ordinanza n. 20381, le Sezioni Unite della Cassazione hanno riconosciuto la giurisdizione italiana nella causa climatica promossa da Greenpeace Italia, ReCommon e dodici cittadini contro Eni, il Ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti.

La Cassazione non ha stabilito responsabilità per i danni climatici denunciati, ma ha chiarito che determinate richieste possono essere esaminate dai giudici. Un precedente significativo, sebbene il caso Eni presenti caratteristiche diverse da Giudizio Universale.

Anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, nell’aprile 2024, ha condannato la Svizzera per l’insufficienza delle sue politiche climatiche, riconoscendo gli obblighi degli Stati nella protezione delle persone dagli effetti del riscaldamento globale.

Una causa che riguarda il futuro climatico dell’Italia

Intanto, la crisi climatica continua a mostrare i suoi effetti. Secondo il rapporto European State of the Climate 2025 di Copernicus e dell’Organizzazione meteorologica mondiale, almeno il 95% del territorio europeo ha registrato nel 2025 temperature superiori alla media annuale.

L’Italia, particolarmente esposta per la sua posizione nel Mediterraneo, deve affrontare temperature sempre più elevate, siccità prolungate e precipitazioni intense. Fenomeni che, secondo i promotori della causa, rendono ancora più urgente una riduzione delle emissioni e una maggiore protezione della popolazione.

L’udienza del 21 ottobre non porterà necessariamente a una sentenza immediata, ma rappresenta un passaggio importante per stabilire se le richieste dei cittadini possano essere esaminate nel merito. La questione centrale è se l’insufficienza delle politiche climatiche possa essere valutata anche dai tribunali, quando sono in gioco la salute, la sicurezza e i diritti fondamentali delle persone.

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